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venerdì 1 agosto 2014

PASSIONE DI FAMIGLIA di Cristina Comencini

Tra nobili decaduti, passioni e giochi di carte, una famiglia allargata da nipoti e amici ci porta in viaggio per l'Italia dall'inizio del '900 fin oltre la sua metà.
Un romanzo che fa riflettere su cosa sia la fedeltà e l'amore, di come questi siano importanti rispetto alle storie della propria famiglia.
Queste donne vivono con passione.. e sono  viste quasi come nevrotiche. Gli uomini che incrociano il loro passo si trovano ingarbugliati con una famiglia di sangue blu che però, per il vizio del gioco, vivono in ambienti pochi consoni alla nobiltà. Ma se le carte sono state la loro rovina, esse permangono nelle notti insonni (e sono numerose): Le donne della famiglia, quasi come fosse un rito, si ritrovano, nei momenti di difficoltà, attorno a un tavolo a giocare.
Come se le carte fossero un anestetizzante delle loro passioni... che, tuttavia, possono esser fuorviate solo per la durata del gioco, per poi divenire ancora più forti.
Ma la passione non segue la logica, non bada ai tradimenti ed, anzi, è proprio essa che può portare al tradimento.
Questo insieme di donne, famigliari ed amiche, con un rango che è solo nel nome, si divincolano nelle difficoltà della vita, antiche e inconsapevoli precursori delle donne emancipate.

Un libro scritto con la solita ottima penna di Cristina Comencini, dove le donne fanno da padrone, ma che ci regala, come deus ex machina, alcuni notevoli personaggi maschili. Capitoli spesso brevi, un racconto di un racconto della mamma alla figlia. E sul filo del racconto, pur seguendo la cronologia degli eventi, ci si può perdere quando si accelera, tuttavia non si può fare a meno di restare affascinati da questa storia di decadute principesse che sanno tenere ben testa ai draghi.

MAURO BIANCANIELLO

Stiamo parlando di PASSIONI DI FAMIGLIA, di CRISTINA COMENCINI

domenica 22 giugno 2014

IL VECCHIO E IL MARE di Ernest Hemingway

Può essere che in questo libro qualcuno possa leggere l'ennesimo capitolo della lotta dell'uomo contro la natura e, soprattutto, con il mare.
Io, invece, vi leggo la storia di un pescatore che vuole prendere del pesce. Che accetta la natura, anche se a volte deve combatterla, ma che in essa vive. Un pescatore vecchio, che si spinge oltre i suoi limiti, un vecchio che non vuol mollare..
È il mio primo libro di Hemingway e subito riconosco il tocco di un maestro. Cercavo sanguinita, invece ho trovato la storia di un uomo che pesca. E, a tratti, mi sono annoiato, come subissi anch'io il ridondante silenzio del mare aperto. Ma Hemingway, come un abile regista, è maestro nel riportare l'azione nella narrazione.
È un racconto di una tristezza umana vera, di uno scorcio fi una vita che ha dato e che ha preso. 
È un esempio del perché Hemingway è un grande della narrazione, perché in pochi porterebbero i profani ad ammirare il racconto lineare di un uomo che tenta di prendere un pesce.


Mauro Biancaniello

Stiamo parlando di "Il vecchio e il mare" di Ernest Hemingway, pubblicato da Mondadori

domenica 1 giugno 2014

MONTE CINQUE di Paolo Coelho

Questo è un libro comperato per errore.
Capitemi: era in azione (portato via per 4 Euro) ed è scritto dall'autore che ha firmato uno dei più bei libri che ho mai letto (sarò scontato, ma è il "solito" l'Alchimista), inoltre era passato poco tempo da quando avevo letto l'ottimo Cammino di Santiago.
Così l'ho preso, l'ho portato a casa e l'ho messo in libreria, con altre decine di libri, in attesa che arrivasse l'ispirazione per leggerlo.
C'è voluto qualche anno per riprenderlo in mano.
E finalmente ho letto la 4° di copertina.
Ed è arrivata la delusione.
Sono anni che non leggo la Bibbia e, ad eccezioni di alcune parti del nuovo testamento, non mi ha mai entusiasmato.
Leggere, quindi, che Monte Cinque avrebbe ripreso una storia della bibbia, mi ha portato a rimetterlo in libreria.
C'è voluto ancora un annetto e, finalmente, l'ho aperto.

Ed è carino.
Non ho mai letto romanzi presi piè pari dalla Bibbia e devo dire che Coelho ha fatto un lavoro eccellente:
La storia del profeta Elia (che era, per me, solo un vago ricordo lontano), ci mostra un personaggio straordinariamente umano.
L'incontro (e a volte) lo scontro con il divino, come questo influenzi la nostra vita quotidiana, viene affrontato da una grande penna e con grande stile.
Credo sia proprio questo il messaggio del libro:
Come le divinità parlino ed agiscono in modo che l'umano non può comprendere. Se gli dèi vedono lontano del futuro, l'uomo vede il presente e tenta di agire il meglio con le poche informazioni in suo possesso.
Questo è quanto fa Elia, straordinario protagonista che viene investito, senza volerlo, del ruolo del profeta.
Bandito dalla sua terra per questa sua peculiarità, egli trova una nuova casa e una nuova cultura con cui confrontarsi.
Coelho prende poche pagine della Bibbia e le trasforma in un romanzo a se stante, prendendo spunto dalle Sacre Scritture per mostrarci (ma è un suo vizio) ancora una volta l'approccio dell'uomo con il divino, come questi non sia, per forza, un incontro piacevole, ma anche fonte di contrasti, interiori e con gli altri esseri umani.
Una storia a tratti tragica, comunque infusa di splendida umanità.
Un modo laico di approcciarsi a un testo sacro per poter riflettere della connessione tra uomini e dèi.

Mauro Biancaniello

Stiamo parlando di "Monte Cinque" di Paolo Coelho, pubblicato da Bompiani

sabato 26 aprile 2014

IL CIMITERO DI PRAGA di Umberto Eco

Leggere Umberto Eco non è mai stato, almeno per me, facile. E dire che qualche romanzo l'ho macinato... e, per quanto scriva in modo meraviglioso, si perde via in iperdettagli che rallentano, rallentano e rallentano la lettura.
"Il cimitero di Praga" non è poi così diverso, anche perché Umberto Eco ci mette dentro di tutto:
antisemitismo, logge massoniche, la costruzione di esplosivi, Garibaldi, sette sataniche..
Il trucco sta in questo: quando Eco comincia a descrivere, ad esempio, la costruzione e il funzionamento di una bomba, salti quel discorso. So che par brutto consigliare pezzi di libro, ma devo ammettere che stavolta ha funzionato, portandomi a concentrare sulla trama.
E, come Umberto Eco ci ha abituato, è una trama affatto scontata.
Seguire il percorso del capitano Simonini e dell'abate Dalla Piccola, tramite forme intrecciato di diario, ci dona una visione singolare e particolare della storia europea dal 1830 al 1890.
C'è dentro di tutto: Garibaldi e i suoi mille, Napoleone... insomma: tutti i fatti salienti.
Ma non sono descritti con distacco dell'accademico, bensì con l'occhio attento di chi le vive, soprattutto da Simonini, personaggio che dire disincantato è dire poco... anzi: chiamiamolo pure un egoista fatto e finito!
Eppure, come molti "cattivi" è per questo tridimensionale come pochi altri personaggi che si possono trovare nella recente letteratura.
E se l'amante della storia trova un racconto ricco di riferimenti, l'amante degli intrighi si trova invischiato nel mondo dello spionaggio, mentre l'amante dell'esoterico si appassionerà a sentire parlare di cabala, massoneria e culti luciferini.
Ce n'è per tutti!!
E raccontato da un maestro universalmente riconosciuto, capace di legare il tutto con straordinaria umanità e tanta, tanta ironia.
Un romanzo che è cronaca mista a narrazione, come non la si vedeva da tempo.

Stiamo parlando de "Il cimitero di Praga" di Umberto Eco, pubblicato da Bompiani

domenica 30 marzo 2014

ACCIAIO di Silvia Avallone

Esistono dei romanzi ruvidi.
Romanzi che sanno immergersi nella vita della classe medio/bassa e farcela vivere fino in fondo.
Perché sono le stesse classi in cui si vive anche noi.
Magari non nello stesso paese, non nella stessa nazione, ma i loro bisogni, i loro desideri, sono anche i nostri.
Sono cronache di vite ordinarie.
Sono cronache ruvide.
E se lo scrittore professionista e navigato ha i mezzi per rendere tale cronaca un diletto da leggere, se ha la capacità di essere duro e incisivo, spesso gli mancherà la ruvidezza necessaria a dare una lettura realistica della vicenda.
Una narrazione ruvida e imperfetta.
Se la vita migliore non può essere perfezione, così Silvia Avallone narra, nel suo "Acciaio" con ammirevole imperfezione.
Narra le vite di una micro.cultura nata alle basi di una fabbrica d'acciaio.
E se vi è un capitolo che mostra come l'italiano medio davvero vive, lo si vede nel capitolo in cui in protagonisti assistono alla tragedia del 09/11/2011. Coinvolti e sconvolti, sì, ma fino a un certo un punto.
Perché quelle scene avvengono a NewYork, a decine di migliaia di chilometri di distanza.
E all'operaio, che si sbatte a lavorare in turni massacranti, quanto accade può toccare, ma non nel profondo.
È così che la Avallone narra la sua storia: senza artifici.
Tutti vogliono provare amore, tutti lo cercano, ma si ritrovano con un'immagine sbiadita di ciò che vorrebbero.
E si accontentano.
Ambiscono a una vita migliore, ma non la perseguono con tutte le loro forze.
Non vi sono eroi, non vi sono malvagi.
O forse sì, un malvagio c'è, un padre possessivo, geloso e manesco.
A lui Avallone non offre l'assoluzione, neppure una scusante.
Ma lui, e questo lo si capisce subito, è un mostro.
Agli altri, invece, la scrittrice offre il beneficio del dubbio:
Fanno cose buone e fanno enormi cazzate.
Come succede a tutti nella vita.
L'Avallone narra la vita semplice dell'operaio, con uno stile invidiabile, immersa nella realtà.
Una stupenda opera prima, che obbliga il lettore navigato ad immergersi in una lettura appassionante.
Perché ci sa fare la Avallone.
E perché la vita non sarà mai artificio letterario.

Mauro Biancaniello

Stiamo parlando di "Acciaio" di Silvia Avallone, pubblicato da Rizzoli

giovedì 20 marzo 2014

HO VISSUTO LA TUA MORTE di Gerda Lerner

Sul finire della malattia lui perde la capacità di parlare correttamente, è incapace di esprimersi.
E di questo soffre.
Come quando ha sofferto la mancanza dell'udito (prima dell'apparecchio).
Non teme la morte e il dolore, bensì teme di non poter più assaporare la vita.
Ed è sua moglie a trovare un modo per farlo comunicare.
Con domande dirette.
Domande a cui a lui basta rispondere con un cenno della testa.
E così, ancora una volta, trova un motivo per vivere.

Rare volte ho potuto leggere una testimonianza così vera dello scivolare verso la malattia di una persona cara allo scrittore. Perché sappiamo che lui deve morire, lo abbiamo visto dal titolo, prima di comperare il libro:
Ho vissuto la tua morte.
Una testimonianza che si unisce al racconto.
Non è una versione romanzata della morte, né una celebrazione dell'unione di due persone fino alla fine.
E' il racconto di una morte.
Ed è, soprattutto, la testimonianza che si può amare fino alla fine, che si può accompagnare la persona scelta fino alla fine dei suoi giorni.
Non è viaggio facile, non è da tutti, lo so, l'ho visto accadere davvero. Ci vuole forza, ma, soprattutto, ci vuole amore tra due persone.
Ed è questo che ho voluto portare con me da questo libro: che l'amore tra due persone, quando è vero, quando è forte, non finisce. Che è un sostegno in tutte le situazioni.
Che l'amore è vita.

Mauro Biancaniello

Stiamo parlando di "Ho vissuto la tua morte" di Gerda Lerner, pubblicato da Giunti Editore

domenica 26 gennaio 2014

RADICI di Alex Haley

Kunta Kinte aveva ascoltato la storia della sua famiglia dalle labbra di suo padre, suo padre, che aveva,
come da tradizione, avuto una settimana per prendersi il tempo per pensare al nome da dare a suo figlio. I nomi ci segnano, anticipano il nostro destino, non è cosa da poco sceglierli.
Kunta Kinte abitava in Africa prima, lì vi era nato, lì vi era cresciuto.
Prima di venir rapito da degli schiavisti.
Prima di traversare il mare e giungere negli Stati Uniti.
Prima di tentare la fuga per quattro volte.
Prima che gli amputassero il piede, dopo la quarta fuga, facendogli scegliere tra tenersi il suo uccello o il suo arto.

Questa è la storia di Kunta Kinte e della sua discendenza, della famiglia dello scrittore, Alex Haley.
Haley, attraverso una storia lunga più di un secolo, ci porta dapprima nella vita africana, poi nel lungo e tremendo viaggio che porta negli Stati Uniti.
Ci mostra senza enfasi drammatica la vita degli schiavi. Non vi è bisogno di enfasi per quello che racconta, basta raccontare i fatti. Per quanto sia, in parte, narrazione mescolata a ricerca, non vi è bisogno di renderla più colorata. Perché la schiavitù ha due tre colori ben distinti: il nero africano, il bianco europeo e il marrone (di varie tonalità). Haley ci ricorda che esistono i meticci, di come questi fossero, per troppo periodo, unicamente un simbolo dell'ubriacatura di potere dei bianchi, la rappresentazione fisica dell'arroganza del padrone bianco verso corpi neri che erano suoi perché da lui erano stati acquistati.
E ci ricorda che cosa significa davvero il razzismo, quando fa parte di una società al punto tale da impedire di farne una regola e una condotta di vita.

Un libro vero, un romanzo che abbandona la fiction per raccontarci la storia di una famiglia e, come dice Haley stesso, con esso ci racconta la storia dei figli dell'Africa, perché in tutti in loro alberi genealogici vi era qualcuno come Kunta Kinte.


Mauro Biancaniello
Stiamo parlando del libro "Radici" di Alex Haley, edito da Rizzoli nella colanna "Superbur"


sabato 29 giugno 2013

La separazione del maschio

Francesco Piccolo, con il suo “La separazione del maschio”, ci mostra un uomo c
he ama per sempre.
Sposato, con una figlia, tuttavia va anche con altre donne, instaura con loro delle relazioni che, a volte, vanno oltre il semplice scambio sessuale.

In un libricino di 200 pagine che si divora veloce, entriamo nella mente di quest’uomo, sempre innamorato di sua moglie, il quale ci racconta la sua vita prima e dopo che suddetta moglie va via di casa per un periodo. Seppure si dilunghi nel descrivere l’atto sessuale con le sue numerose partner, il lettore presto scopre che tale atto è il suo modo di dialogare con le donne che frequenta: il modo in cui lui ci fa sesso si differenzia, si adegua alla partner.
Ma resta il perno il suo rapporto con la figlia, la paura di essere scoperto da sua moglie…

Un personaggio che non vuole essere scusato, che non cerca giustificazioni, che si mostra così com’è, lasciando al lettore il giudizio.

Un libro agile, scritto in modo brillante, non per tutti eppure accattivante. Un libro da leggere con calma, magari sdraiato su un prato prendendo il sole, riflettendo quanto possono essere complessi i rapporti tra due persone dello stesso sesso.



Abbiamo parlato di “La separazione del mascio” di Francesco Piccolo

lunedì 6 maggio 2013

Sabotaggio d'amore


Quando i miopi genitori decidono di fermare la guerra tra Alleati
e Germania dell’Est, vi è bisogno di trovare un nuovo nemico. 
La scelta non è evidente, ci sono diversi fattori a cui pensare.
Ma, alla fine, il nemico viene individuato: Il Nepal.
E per quale giusto motivo? Ma è ovvio: perché è il solo paese al mondo ad avere una barriera rettangolare!

Amélie Nothomb si mostra ancora una volta come una delle voci più colte e originali degli ultimi vent’anni. Cosa possono fare un gruppo di bambini, figli di diplomatici, nella Pechino degli anni ’70? S’inventano di riprendere dal II° conflitto mondiale e ricreare le fazioni che si erano date battaglia anni prima.
Il presupposto, che appare assurdo, è invece portato avanti con intelligenza, narrato in prima persona da una bimba coltissima, che, crudamente, mette in parole il mondo visto dagli occhi dei bambini, in cui una bicicletta può divenire un cavallo, una bambina un cavaliere e un quartiere un luogo di guerriglia.

E sono proprio i toni della narrazione a renderlo intrigante: si spiegano, tra le righe, il perché inventarsi un gioco così crudele, ma la maggior parte della narrazione è concentrata su cosa questi moderni guerrieri fanno, non sulle loro motivazioni. Perché la motivazione più evidente è davvero lampante: sono solo dei bambini.
Capaci di crudeltà, d’inventarsi torture ingegnose (seppure mai durevoli nel tempo).

E al racconto di questa guerra si mischia l’amore della protagonista per una bella bimba italiana, che le farà apprendere come, nella vita, sia importante imparare l’arte del sabotaggio d’amore.

Un libricino che si legge velocemente, mai noioso, in cui le riflessioni infantili si mischiano allo sguardo in retrospettiva dell’adulto, senza, tuttavia, mai giudicare.
E se, come altri libri di quest’autrice, il risultato è scioccante, resta una notevole eccezione alla solita melensaggine dei libri che parlano di bambini.



Abbiamo parlato di “Sabotaggio d’amore” di Amélie Nothomb – edito da Quanda nella collana “Le Fenici tascabili”

giovedì 14 marzo 2013

Canale Mussolini



Questa è la storia dei Peruzzi, gran lavoratori della terra che son dovuti andar via dalle pianure padane (per colpa dei maledetti Zorzi Villa) e son finiti a bonificare le paludi pontine.
Gente seria i Peruzzi, qualche volta salta loro il sangue al cervello, ma sono brave persone.
Lo sapevate che a casa loro ci sono passati il Rossoni e il Duce? E dovevate vedere le occhiate che Mussolini lanciava alla matriarca della famiglia..

Antonio Pennacchi è forse l’unico autore moderno che è riuscito a fare un romanzo di ampio respiro che s’immerge nella storia italiana.
E se sarebbe bastata la sua prosa e caratterizzazione a rendere questo romanzo memorabile, ci ha aggiunto anche l’idea geniale di far narrare tutta la storia da uno della famiglia protagonista delle vicende, come se questi fosse stato intervistato.
E diverte vedere quest’uomo che narra di un incontro tra Hitler e Mussolini che parlano con l’accento dell’altitalia, oppure come cambia il dialetto in base ai personaggi..
Sta tutta qui la genialità di Pennacchi: l’intrecciare con pennellate leggere e ironiche la storia di una famiglia con la storia dell’Italia che si avvia al fascismo e che ne vedrà la conclusione.

Pennacchi è bravo a non prendere posizione e pone il lettore nel ruolo scomodo di giustificare e capire chi, ai tempi, aveva aderito con entusiasmo al fascismo. È capace anche di mostrarci un altro tipo di resistenza, quella degli agricoltori delle paludi pontine contro “gli invasori americani” (anche se erano inglesi, ma questo i Peruzzi non lo sapevano).
ATTENZIONE: non si tratta di un libro di propaganda neo-fascista, semplicemente l’autore ci mostra con grande neutralità le storie di quegli anni, ponendosi al di sopra di ogni giudizio. Difatti par facile, ora, dire: “tutti dovevano fare resistenza”, ma, come in questi libro, si parla anche di contadini, di gente che ha beneficiato (almeno nella prima parte) del fascismo, persone che venivano trattate con rispetto dagli alleati germanici, giunti sul canale Mussolini a proteggere le loro terre dagli invasori che arrivavano dall’altra parte dell’oceano.

Mischiando abilmente narrativa e storia, Pennacchi ci insegna la vita dei contadini e ci dona una breve (seppur dettagliata) spiegazione della vita italiana dagli ’10 ai ’40 meglio di quanto facciano molti insegnanti.
Lo fa con uno stile vibrante, mai noioso.
Come detto, è l’ultimo grande romanzo italiano che leggo da un bel pezzo e ringrazio Pennacchi di averlo saputo scrivere con l’ironia e la poesia di cui il nostro popolo è, troppo poco spesso, capace.

Mauro Biancaniello

Stiamo parlando di “Canale Mussolini” di Antonio Pennacchi

domenica 17 febbraio 2013

Quando Teresa si arrabbiò con Dio



Più volte ho dovuto fermarmi durante la lettura di questo libro, appoggiarlo su un lato e riflettere sulle parole che ho trovato scritte.
Da questo libro mi aspettavo tutto e niente. Certo, Jodorowski mi era stato consigliato da tre diverse persone che stimo molto, ma nessuno aveva fatto accenno a questo libro. E di certo non mi aspettavo che questo, che pareva un romanzo, fosse la storia delle generazione che hanno preceduto l’autore.
Perché è questa la prima impressione che si ha: che una persona famosa voglia raccontarci storie di generazioni che hanno portato alla sua nascita.
Fortunatamente questa sensazione passa, abbastanza rapidamente.

Perché se vi è molto vero in queste storie, è straordinario come Jodorowski abbia saputo immergerci un mondo quasi fiabesco, fatto di rabbi-spiriti che entrano nei corpi di discendenti, di uccisori di capre che generano figli abili nella danza, di una fanciulla abbandonata da tutti che viene nutrita dalle api…
E vi è molto, molto altro ancora.

Jodorowski, con la scusa di narrare la storia della sua famiglia, ci rende partecipi del suo pensiero, c’introduce al mondo dell’arte e della magia. Lo fa con discrezione, dandoci nozioni con il contagocce, lanciando dei semi che, se vorremo, potremo coltivare.

Un libro ricco, davvero stupendo. Una lettura affatto banale, tanto meno semplice, la quale, tuttavia, non può mancare nella libreria di chi ha voglia di farsi trascinare sulla sottile linea tra realtà e fantasia.


Mauro Biancaniello

Stiamo parlando di “Quando Teresa si arrabbiò con Dio” di Alejandro Jodorowski

domenica 20 gennaio 2013

La grammatica di Dio



Benni, in questa sua raccolta di racconti, appare quasi amareggiato.
Certo, le sue restano storie pur sempre divertenti, tuttavia al lettore non possono che suscitare della commozione.
Come quando viene decisa una guerra civile per poterne raccogliere i frutti economici e politici.
Come quando assistiamo al dialogo tra una gallina pronta al macello e il suo padrone.
O come quando un’indovina prevede disgrazie per il mondo intero, ma l’amore per il suo cliente (il quale va via felice e contento).

Benni ci mostra l’umanità senza ipocrisie, giocando con l’assurdo per metterci di fronte ai nostri demoni. Lo fa con una prosa, al solito, piena d’incanto e si dimostra, ancora una volta, una delle voce più originali del panorama letterario.

Ci sono autori che avrebbero bisogno di 100 pagine per raccontarci quello che Benni riesce a descrivere in due pagine.
Perché è questa la lunghezza dei suoi racconti: 2-5 pagine, non di più.
E il lettore, avido, non riesce a fermarsi dopo un solo racconto, ne vuole ancora… e ancora…
Poi, però, appoggia il libro sul comodino.
“Per stasera basta”, si dice da solo.
Perché se anche il libro è fantastico, mostra racconti di solitudini, di fati avversi che i personaggi stessi contribuiscono a creare. E dopo averne lette due o tre, il lettore comincia a chiedersi: “Ed io? Cosa farei?” Allora chiude agli occhi, cercando di pensare ad eventi allegri, ad estraniarsi da questo mondo reale che lo scrittore è riuscito a mostrare.
E il libro rimane lì… ma non troppo a lungo!

Un Benni splendido, al massimo della forma… solo un po’ cattivo. O forse è l’umanità che non può far altro che essere cattiva?



Stiamo parlando di “La grammatica di Dio” di Stefano Benni 

lunedì 26 novembre 2012

Mille splendidi soli

Ferisce l’animo leggere delle storie di questo libro.
Sappiamo che Miriam e Laila non sono mai vissute, eppure, purtroppo, sappiamo che la loro è una storia fin troppo uguale a quella di altre donne.
Questi due personaggi inventati si muovono sulle strade di Kabul.
E la storia di Kabul è nota a tutti.

Si vede sorgere questa città, divenire una perla di uguaglianza, una manna per la cultura e la tradizione, eppure capace di rinnovarsi, di migliorare.

Poi la guerra.

E gli spari.

E la gente uccisa, vittima di un folle fuoco incrociato.

O da altrettanti folli tentativi di interpretare un credo religioso.

Scorrono i bellissimi versi del Corano in queste pagine, la bellezza e la profondità spiritualità di queste parole. È questo il dono che Hosseini, l’autore, fa dono a noi occidentali.
Egli condivide con noi la storia recente del suo popolo, ci fa entrare nelle loro vite, facendoci assaggiare, con la mente, il nutrimento di corpo e anima del popolo afghano.

La vita delle donne di Kabul è qui narrata sicuramente con toni narrativi, eppure il lettore giovane forse nemmeno immaginava quanto, qualche decennio fa, fossero simili alle donne delle nostre latitudini, immerse nel moderno, forse divise tra la scelta tra tradizione ed emancipazione.
E come duole il cuore vederle invece, poi, denigrate, spogliate della propria identità attraverso la costrizione del burqa, obbligate a non poter camminare da sole per strada.

Hosseini, dopo il (giustamente) celebrato “Il cacciatore di aquiloni”, ci offre un libro scritto ancora meglio rispetto a quello che l'ha preceduto.
Un libro ancora più vero, ancora più capace di scavare nella sofferenza e di mostrare la gioia di piccole consuetudini quotidiane.

Perché è questo il talento di Hosseini: mostrare con semplicità il mondo e la cultura in cui è cresciuto, non omettendo le tragedie e neppure esagerandole, eppure capace di mostrare, sempre, uno spiraglio di luce.


Mauro Biancaniello

Stiamo parlando di “Mille splendidi soli” di Khaled Hosseini

giovedì 1 novembre 2012

Il cavaliere inesistente

Italo Calvino, in questo romanzo, se la prende con tutti:
critica la guerra, prende in giro gli accordi diplomatici e l'apparato burocratico, difende la libertà sessuale della donna, e, tanto che c'è, prende in giro lo stesso genere a cui questo libro, in teoria, dovrebbe appartenere, ovvero le grandi avventure dei cavalieri.

Attraverso le parole di una monaca di clausura, al lettore verranno narrate le gesta di Agilulfo, il più nobile dei cavalieri (ma che non è nient'altro che un'armatura vuota), Gurdulù, il fedele scudiero che a volte dimentica di essere un essere umano per immedesimarsi in animali, vegetali e persino in oggetti, e una folta schiera di personaggi tratti dalla letteratura medievale.

Niente è semplice, niente è come sembra:
Il giovane Rambaldo dovrà districarsi tra equivoci e burocrazie per affrontare il cavaliere che uccise suo padre.
Carlomagno è ormai troppo vecchio per pensare al passato.
Bradamante è donna, guerriera valorosa, ma tiene la propria tenda come un porcile.
La lussuriosa Priscilla, che scoprirà le gioie dell'amore platonico.
Ci son tante storie che s'intrecciano, lasciando al lettore la gioia di divertirsi ai continui cenni di ironia, che, a un'attenta lettura, portano a riflettere su temi importanti come l'onore, l'amore e la fede.

Ma la star della storia è proprio il cavaliere inesistente: Agilulfo.
Un armatura vuota che si muove grazie alla volontà.
E che ci porta a riflettere sulla differenza tra istinto e aspirazioni: Agilulfo, obbiettivamente, è noioso, ligio alle regole. Eppure è integerrimo: non riposa, pretende il massimo dagli altri, ma, prima di tutti, da se stesso. Il trionfo (in armatura) del codice cavalleresco e delle buone maniere.

Un uomo talmente perfetto che non può essere altro che un cavaliere inesistente.

Mauro Biancaniello

Stiamo parlando de “Il cavaliere inesistente” di Italo Calvino

domenica 21 ottobre 2012

Altri voci altre stanze

Skully’s Landing sembra immersa in una nebbia che avvolge la mente. I suoi abitanti si muovono e pensano in modo fumoso, senza alcuna apparente direzione. Tentano di andare oltre, di sfuggire alla presa di questa terra…eppure vi si ritrovano incatenati. È un luogo inquietante dove vivere la propria giovinezza, questo accade a Joel Konx, trasferitosi dopo aver trascorso l’infanzia nella moderna New Orleans. E combatte il tedio, questo tempo dilatato, ma forse incapace di avere la forza per uscirne vittorioso.

Un romanzo che non pare soffrire dell’età, essendo stato pubblicato quasi 80 anni fa. Stupisce la chiarezza con cui Capote descrive questi personaggi, inducendo il lettore a pensare che si tratti di narrazioni di sogni, ma lo fa subdolamente, basta poco per capire che si tratta di realtà.
Non certo una lettura facile, nemmeno affascinante, eppure ha in sé una crepuscolare bellezza, che giustamente ha portato questo testo ad essere consacrato nella letteratura contemporanea.

Il modo in cui Capote parla dei rapporti delle persone, la cruda veridicità nel mostrare l’egoismo umano, si mischia a uno stile che pennella più che descrivere. Egli mostra al lettore un ragazzo immerso in quella che, palesemente, un terreno che diviene gabbia, circondato da persone ambigue e, ognuna a modo suo, sociologicamente diverse da quello che si possa ritenere la norma.
Ed è ovvio che il giovane Joel si affezioni di più all’unica donna che, con il suo comportamento normale, li da maggiore sicurezza. Diviene, quindi, ancora più crudele il fato che Capote ha scritto per lei.

Altri voci altre stanze rappresenta l’egoismo umano racchiuso in un microcosmo di qualche centinaio di ettari e descritto con vivace intelligenza in 160 pagine


Mauro Biancaniello
Stiamo parlando di “Altri voci altre stanze” di Truman Capote

domenica 2 settembre 2012

Momenti di trascurabile felicità

Prendete una carta e una penna e cominciate a fare un elenco.
Di cosa?
Ma dei "momenti di trascurabile felicità" che avete passato.

Quando ho letto il titolo di questo libro di Francesco Piccolo ho pensato che fosse un bel titolo per un romanzo... invece è un elenco.
A volte didascalico, a volte approfondito, ma resta un elenco.
Un elenco vivo, interessante, mai scontato. Momenti che ricordi di aver avuto in passato e a cui, ora, guardi con simpatia.

Un libricino piccolo, poco più di cento pagine.
E sono abbastanza: né troppe, né troppo poche.
Il tempo necessario a leggere un elenco.

A tratti davvero geniale, lo stile è scorrevole; le memorie, che Piccolo, ci confida, sono tutte, a loro modo, peculiari. Fanno riflettere, fanno sorridere.
Perché in Piccolo che una sottile vena di sana cattiveria ed è piacevole vedere che ci sono anche altri che traggono soddisfazione da quello che "la gente" considera sbagliato.

Leggetelo con calma, un capitolo alla volta, magari quando siete stressati, quando avete voglia di sorridere. Gustatevelo, non siate ingordi, si sa mai che troppa felicità vi causi indigestione...


Mauro Biancaniello

Stiamo parlando di “Momenti di trascurabile felicità” di Francesco Piccolo

sabato 25 agosto 2012

La colpa

La mente a volte gioca brutti scherzi.
Lo fa in buona fede, cercando di proteggerci, ma arrecando danni forse ancora maggiori.
Estefan, questo, non lo sa ancora e vaga a stento in una vita che scorre al ritmo di un film dell’orrore…
Questo (e molto altro) è “La colpa”, della giovanissima Lorenza Ghinelli, un’autrice con uno stile davvero coinvolgente: raramente si vedono nei romanzi dei dialoghi talmente energici e taglienti.
Ma il suo punto forte, è lo si vede chiaramente, è una capacità visionaria straordinaria, capace di far immergere completamente il lettore nei pensieri del personaggio.
Quello che sembrano poche righe sono invece dettagli essenziali, ben assemblati per far comprendere al meglio ciò che i personaggi pensano in quel momento.
Un romanzo che sfugge con agilità a ogni tipo di classificazione, mischia con maestria visione e realtà. Ne esce un quadro che, proprio quando appare divenire troppo cupo, fa filtrare un po’ di luce.
Le storie di Estefan, Greta e Martino si intrecciano con facilità, dimostrando la crudeltà della vita, ma, ed è questo il messaggio chiave, la voglia di sognare una vita migliore. Non ci sono eroi in questa storia, i demoni (interiori) vengono affrontati solamente quando non c’è via di scampo… ed in questo la Ghinelli si dimostra autrice attenta nel non rifugiarsi nella “storiella a lieto fine” “senza macchia né paura”. Lei sceglie di raccontare scomode verità: lo fa portando il lettore a riflettere su temi a cui preferirebbe non pensare, tuttavia intrattenendolo con un romanzo dal ritmo superbo.
Stiamo parlando de “La colpa” di Lorenza Ghinelli

martedì 31 luglio 2012

La confraternita dell'uva


Una bizzarra storia di una famiglia un po’ pazza, con un figlio che deve tornare a casa perché la madre (settantenne) minaccia il divorzio, con un altro figlio, naturalmente dotato per il baseball, che viene inseguito dal padre quando fa un homerun perché preferisce lo sport piuttosto che lavorare con lui come muratore.
A far da cornice, la confraternita dell’uva, che solo il narratore chiama così, loro non si chiamano, si siedono a un tavolo, ordinano vino e cominciano a bere, in una stramba fratellanza in cui ci si da sostegno, ma le cui “riunioni” hanno il solo scopo di bere per il proprio piacere.
E così, tra mariti infedeli, scenate con mogli che urlano e svegliano l’intero quartiere, figli che sono legati al padre da un rapporto di odio amore, si narra questa vicenda con un briciolo di cinismo… e tanta ironia.
Un romanzo scorrevolissimo, narrato con un brio poco comune, il tipico libro che non riesce a non farti ridere, anche se c’è di mezzo la tragedia. Ma non è una spietata ricerca della comicità, quanto una chiara voglia di divertirsi da parte dello stesso autore, che ama prendere in giro i propri personaggi, capaci di grandi gesti ma incatenati alle loro debolezze.
 
Se non avete mai letto nulla di John Fante, se siete stanchi di leggervi polpettoni metafisici… questo è il libro per voi. E scoprirete, alla fine del libro, che oltre le risate vi è rimasto qualcosa, il riflesso di uno specchio di fallace umanità, tragicamente (e assurdamente) incapace di vivere la vita con serenità. Fate come Nick, che avrà pure tanti difetti, ma che ha capito che per essere felici basta poco, a volte anche solo un bicchiere di vino… anzi: va bene anche la bottiglia intera.

Stiamo parlando di “La confraternita dell’uva” di John Fante

sabato 21 luglio 2012

Un infinto numero


La scrittura:
come siamo convinti che la parola scritta consegni i nostri nomi all'immortalità.
E se, invece, non fosse altro che incidere il proprio nome sulla lavagna del destino affinché la morte ci possa trovare con maggiore facilità?

Sebastiano Vassalli è, al suo solito, straordinario:
capace di raccontare la storia di un popolo (gli etruschi), di riempiere pagine sul significato della scrittura e, il tutto, in brevi capitoli, perfettamente narrati in forma romanzata.
E se la storia è narrata da un (a me sconosciuto) Timoteo, nelle pagine si affollano personaggi del calibro di Virigio, Mecenante e Augusto. Vassalli, però, non si cura della fama che precede questi uomini entrati nella storia, bensì li mostra intrisi di piena umanità, cogliendoli sì nei loro gesti eclatanti, eppure soffermandosi anche nelle loro abitudini quotadiane.
Impareggiabile, poi il modo in cui Vassalli narra dell’origine del pubblico etrusco:
in una nebbia di pozioni magiche, entriamo nelle vite di questo antico popolo, passando da una persona all’altra, ascoltando frammenti di storie che donano l’insieme.
E se questo, come altri libri dell’autore, può apparire come un libro troppo “pesante”… non fateci caso. Non pensate all’argomento. È un libro scorrevole, sapientemente costruito in brevi capitoli di poche pagine, tali da snellire anche l’argomento più pesante. E se non bastasse c’è l’arte di narrare di Vassalli… e v’assicuro che non è affatto poca cosa.

mercoledì 18 luglio 2012

Anima Mundi

Il padre di Walter la guerra l'ha fatta, il padre di Walter è un partigiano.
Il padre di Walter beve.
Il padre di Walter, quando parla del figlio con la moglie, le dice "TUO figlio."

Con una figura di padre ingobrante e, allo stesso tempo silenziosa, con una madre sottomessa, l'infanzia di Walter si tramuta in introspezione.
Uno sguardo accorto, ma ancora sterile, sul mondo.
Lui vorrebbe cantarne come un filosofo ma della vita terrena è ancora troppo distaccato.
E, col tempo, il figlio ripercorrerà le orme del padre, forse incapace di trovare una via d'uscita.

Un bel romanzo della nota Susanna Tamaro, "Anima Mundi" è un romanzo sulla formazione di un ragazzo, narrato in prima voce.
E, seppure i temi siano interessanti, a volte urta davvero sentire parlare Walter della vita come uno che la vede passare affianco, incapace di godere delle ordinarie meraviglie. Ma proprio qui sta la bravura della Tamaro, ben capace, a mio avviso, proprio di far riflettere il lettore con pensieri provocatori.

Forse non una lettura irrinunciabile, si trovano comunque molti passaggi che invogliano alla lettura.
Un romanzo da leggere con calma, dandosi poi il tempo per riflettere sui molti spunti che la Tamaro sa donare sapientemente.


Mauro Biancaniello