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lunedì 6 maggio 2013

Sabotaggio d'amore


Quando i miopi genitori decidono di fermare la guerra tra Alleati
e Germania dell’Est, vi è bisogno di trovare un nuovo nemico. 
La scelta non è evidente, ci sono diversi fattori a cui pensare.
Ma, alla fine, il nemico viene individuato: Il Nepal.
E per quale giusto motivo? Ma è ovvio: perché è il solo paese al mondo ad avere una barriera rettangolare!

Amélie Nothomb si mostra ancora una volta come una delle voci più colte e originali degli ultimi vent’anni. Cosa possono fare un gruppo di bambini, figli di diplomatici, nella Pechino degli anni ’70? S’inventano di riprendere dal II° conflitto mondiale e ricreare le fazioni che si erano date battaglia anni prima.
Il presupposto, che appare assurdo, è invece portato avanti con intelligenza, narrato in prima persona da una bimba coltissima, che, crudamente, mette in parole il mondo visto dagli occhi dei bambini, in cui una bicicletta può divenire un cavallo, una bambina un cavaliere e un quartiere un luogo di guerriglia.

E sono proprio i toni della narrazione a renderlo intrigante: si spiegano, tra le righe, il perché inventarsi un gioco così crudele, ma la maggior parte della narrazione è concentrata su cosa questi moderni guerrieri fanno, non sulle loro motivazioni. Perché la motivazione più evidente è davvero lampante: sono solo dei bambini.
Capaci di crudeltà, d’inventarsi torture ingegnose (seppure mai durevoli nel tempo).

E al racconto di questa guerra si mischia l’amore della protagonista per una bella bimba italiana, che le farà apprendere come, nella vita, sia importante imparare l’arte del sabotaggio d’amore.

Un libricino che si legge velocemente, mai noioso, in cui le riflessioni infantili si mischiano allo sguardo in retrospettiva dell’adulto, senza, tuttavia, mai giudicare.
E se, come altri libri di quest’autrice, il risultato è scioccante, resta una notevole eccezione alla solita melensaggine dei libri che parlano di bambini.



Abbiamo parlato di “Sabotaggio d’amore” di Amélie Nothomb – edito da Quanda nella collana “Le Fenici tascabili”

giovedì 7 gennaio 2010

“Acido solforico” di Amélie Nothomb

Viviamo nell’era dell’immagine e la nostra curiosità ci spinge a guardare sempre più lontano, sempre più nell’intimità. Per questo, probabilmente, la televisione ci mostra immagini sempre più forti, non sono i produttori a volere certe trasmissioni, siamo noi, gli utenti, a decretare a gran voce di voler vedere vita e morte di chi sta sullo schermo.

Forse è da questo ragionamento che la Nothomb è partita per realizzare questo romanzo, forte come un pugno allo stomaco.

Siamo in un non meglio precisato futuro (e per futuro si può intendere anche domani), la gente viene raccolta per strada per un nuovo reality show, intitolato “Concentramento”. I kapò del campo vengono selezionati dai produttori, ma le vere star sono i normali cittadini, raccolti con dubbie retate e chiusi in un campo troppo simile ai vecchi campi di concentramento.
Le regole del reality sono estremamente semplici: chi non riesce a lavorare viene ucciso, in diretta televisiva.
Il successo di questo show è grandioso e presto raggiunge uno share sempre più alto. Ma il successo è una fonte che porta solo altra sete e allora si decide di dare una svolta al modo di selezionare chi deve venire escluso…

Amélie Nothomb ci porta dietro le mura di questo reality show, ci mostra la vita e i pensieri dei prigionieri, dei kapò. La vita fuori dalla mura viene solo accennata, con brevi ma significative frasi.
La scrittrice ci mostra quello che potrebbe accadere ed è questa consapevolezza a far correre al lettore un brivido freddo come il ghiaccio lungo alla schiena.
Nel microcosmo di questo reality vediamo a chi bassezza può arrivare l’animo umano: kapò incuranti di portare alla morte delle persone perché così raggiungono la notorietà, ma anche controllo su un essere umano, psicologico e sessuale. Prigionieri che più passa il tempo si allontanano da ogni forma di solidarietà, chiedendo ulteriori sacrifici a chi rischia per loro la vita per un piccolo pezzo di cioccolata.
La differenza tra la vita e la morte, in questo romanzo, si misura così: con due tavolette di cioccolato in più o in meno.

È un romanzo snello, che si legge in fretta, forse a tratti troppo veloce. Ma va bene così. Fosse stato più lungo ne avrebbe risentito di intensità, che rimane così intatta e forte, lasciando il lettore in preda a un senso di disgusto per la società che abbiamo aiutato a costruire.

Mauro Biancaniello


Abbiamo parlato di “Acido solforico” di Amélie Nothomb – edito da Quanda nella collana “Le Fenici tascabili”