Visualizzazione post con etichetta Étudiant. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Étudiant. Mostra tutti i post

sabato 14 gennaio 2012

Il sistema immunitario

Lo scopo del sistema immunitario è quello di proteggere l’organismo. Subentra, quindi, quando vi è un attacco di microrganismi esterni e in caso di traumi e infezioni. Esso agisce all’attacco subito tramite mediatori chimici e cellulari.
Il sistema immunitario, quindi, è capace di differenziare le strutture sane dell’organismo (anche dette “self”) da quelle patogene (dette “non-self”); tale riconoscimento avviene a livello molecolare tramite particolari strutture cellulari.
Una parte importante nell’attuare le difese la svolgono anche la memoria immunologica e gli anticorpi.
Il sistema immunitario si suddivide in due aree:
·         immunità specifica
·         immunità aspecifica
I vari tipi di immunità:
·         immunità congenita
La persona riesce a opporsi ad un attacco senza mai esserne prima entrato in contatto
·         immunità naturale attiva
Immunità che si fortifica tramite il proprio vissuto e gli attacchi subiti.
·         Immunità naturale passiva
Immunità che viene trasmessa passivamente. L’esempio più chiaro sono gli anticorpi ricevuti dal neonato tramite il nutrimento dal latte della madre.
·         Immunità artificiale
Immunità acquisita tramite vaccini e sieroterapia (quindi agenti chimici esterni artificiali).
Il sistema immunitario, tuttavia, è anch’esso soggetti a patologie che possiamo definire come disturbi immunologici.

lunedì 2 gennaio 2012

La guerra di Troia

La mitologia greca secondo J.P. Vernant
 
5. La guerra di Troia

I) La guerra di Troia
Più che concentrarsi sulla storia della guerra più famosa della letteratura, Vernant si vuole concentrare sulle cause e i motivi del conflitto.
Tutto inizia con il matrimonio di Peleo, re di Ftia in Tessaglia, e  di Teti,  la Nereide.
Il matrimonio si celebra sul monte Pelio, in Grecia, una montagna molto alta, uno dei pochi luoghi in cui la distanza tra umano e divino è raccorciata.
La sposa, Teti, è una delle cinquanta Nereidi, che con la loro presenza benigna giocano fra le onde del mare e ne popolano le profondità. In quanto divinità marine, fanno propria la proprietà dell’acqua, ovvero hanno sembianze fluide, in grado di trasformarle a loro piacimento.
Teti, quindi, possiede la dote della malleabilità, per certi versi simile al dono di metis (astuzia, conoscenza): la capacità di adattarsi alle situazioni.
Le Nereidi sono figli di Nereo, a sua volta figlio di Ponto, il Flutto marino generato da Gaia e Urano quando è nato l’universo.
La loro madre è Doride, figlia di Oceano, il fiume cosmico primordiale che cinge l’universo.
Grazie alle sue doti, Teti è una creatura incantevole e col suo fascino conquista il cuore di Zeus e Poseidone. Entrambi vogliono sposarla e si scontrano su questo. Poseidone, però, viene a sapere di una profezia: un ipotetico figlio tra Zeus e Teti sarebbe l’unico che potrebbe spodestare Zeus, proprio com’era successo allo stesso Zeus con il padre Crono (vd. capitolo 3).  Anche Zeus scopre il segreto, ma solo in seguito: si narra, infatti, che il prezzo della liberazione di Prometeo sia stato il svelare al padre degli dèi un segreto che lo concernesse e Prometeo, appunto, gli racconta di questa profezia.
Una discendenza tanto potente spaventa i due fratelli/contendenti, che preferiscono interrompere la loro corte e di fare in modo che questa discendenza straordinaria sia generata da un uomo piuttosto che da un altro dio.
Così preferiscono che a sposare Teti sia un umano, il sopracitato Peleo.
Dalla loro unione nascerà colui che sarà la somma di tutti gli eroi guerrieri della mitologia greca: Achille. Come vedremo, sarà una figura centrale di tutta la guerra di Troia.
                                    II) Il matrimonio di Peleo
Ma come hanno fatto gli dèi convincere Teti a sposare un umano? Nemmeno loro possono interferire in simili questioni (questioni anche di “abbassamento di rango”). Dovrà essere un umano, quindi, a conquistare la dea.
Peleo incontra Teti sulla riva del mare. Le parla, poi tenta di afferrarla per portarla con sé. Ma Teti è una creatura marina, capace di cambiare forma. Peleo conosce questa caratteristica, sa anche che per non farsela sfuggire deve abbracciarla stretta, con ambo le braccia, tenendo unite le due mani, qualsiasi cosa accada, qualsiasi forma ella assuma. Così Teti continua a trasformarsi, ma Peleo non la molla e lei, alla fine, esaurisce tutte le forme a sua disposizione, rimanendo nella sua forma di dea.
Si celebrano quindi le nozze, il loro matrimonio avviene sul monte Pelio, come detto un luogo che sancisce la vicinanza tra umano e divino. Sul monte risiedono anche i centauri, col torso da umani e il dorso da cavalli. Grandi saggi e abili strateghi, sarà proprio uno dei loro più illustri rappresentanti, Chirone, a essere tra gli insegnanti del giovane Achille.
Mentre le nozze vengono celebrate, arriva, non invitata, Eris, la dea della discordia, dell’odio e della gelosia. Anche lei, come tutti gli altri presenti, porta un dono. Il suo è un pomo d’oro, segno della passione che si prova per l’essere amato. Getta il pomo tra i regali e subito alcuni notano l’iscrizione sul frutto: “Alla più bella.”
Ed è proprio da quel pomo d’oro che nasceranno i semi che porteranno alla guerra di Troia, come vedremo più avanti.
Ma torniamo al matrimonio: è già particolare per essere un unione tra divino e umano, ma implica anche altro: allo stesso tavolo siedono archetipi opposti, come Ares, dio della guerra, e Afrodite, dea dell’amore e della bellezza. È un matrimonio in cui non si possono avvertire i contrasti tra figure iconiche e, seppure il matrimonio sia una celebrazione, assume, in questo caso, un’aria funesta.
                                    III) Tre dee e un pomo d’oro
Il matrimonio tra Teti e Peleo e passato, resta, però, il pomo d’oro con la sua insegna: “Alla più bella.”
A chi toccherà quel pomo? Chi è la più bella?
Non possono essere gli dèi a decidere, Zeus ha infatti ripartito i doveri e i compiti di ciascun dio. Una sua presa di posizione romperebbe l’equilibrio creato:
Se egli scegliesse Era parrebbe che preferisca sua moglie, se invece fosse Atena favorirebbe la figlia, mentre se nominasse Afrodite mostrerebbe di essere anche lui schiavo dell’Amore.
E se gli dèi non possono giudicare, allora lasciano scivolare questa responsabilità, ancora una volta, sull’essere umano.
La scena si sposta sul monte Ida, anch’esso un monte alto, come il monte Pelio, in cui l’umano e il divino sono vicini. È qui che i giovani eroi si formano, fanno il loro apprendistato, imparano ad essere guerrieri, lontani dalla civiltà.
Gli dèi decidono che sarà uno di questi giovani a scegliere la più bella e, specificamente, la loro scelta va su Paride, il più giovane tra i figli del re Priamo, regnante di Troia, grande città, ricca e potente, che si situa sulla costa nordoccidentale dell’Asia.
Prima che Ecuba, moglie di Priamo, partorisse il suo ultimo figlio, fece un sogno: invece di partorire un bambino, la sua progenie era una torcia che dava fuoco alla città di Troia. Interrogati gli indovini, presto viene chiarito che Priamo sarà colui che porterà Troia alla disfatta.
Si decide, quindi, di portare a termine la gestazione, tuttavia poi di abbandonare il piccolo alla morte, ma senza ucciderlo: un pastore porterà il neonato lontano dalla civiltà e lì lo abbandonerà. Per ironia della sorte, il pastore lo abbandonerà proprio sul monte Ida.
La pratica dell’abbandono del neonato era una pratica comune, in questi casi, tra gli antichi. Non è una condanna certa quella che viene emessa con questa decisione, infatti si lascia spazio alla sorte, la quale potrà decidere se il neonato vivrà o se, invece, dovrà morire.
Paride, infatti, sopravvive: trovato da un’orsa viene da esso nutrito e quindi saranno dei pastori a trovarlo a loro volta e quindi crescerlo tra loro, dandoli il nome “Alessandro”, ovvero “L’uomo che protegge/è protetto”.
Passano gli anni e proprio alla famiglia dove Alessandro è cresciuto viene chiesto di dare un dei loro tori, il quale verrà offerto in sacrificio proprio per commemorare, da parte di Priamo e Ecuba, la scomparsa del figlio. Alessandro/Paride è molto affezionato alla bestia e decide di scortarla personalmente a palazzo, sperando di riuscire a far cambiare idea ai propri sovrani. Arrivato in città, s’iscrive a un torneo di abilità per giovani, dove supererà tutti gli avversari.
Deifobo, un altro dei figli di Priamo, decide di non accettare la sconfitta per mano di un pastore sconosciuto e si prepara ad ucciderlo. Paride si rifugia nel tempio di Zeus, dove si trova anche la sorella Cassandra.
Cassandra, splendida vergine, aveva subito le attenzioni del dio Apollo, tuttavia gli si era rifiutata. Il dio, per vendetta, le aveva imposto  il dono della chiaroveggenza, ma insieme la maledizione che nessuno avrebbe mai creduto alle sue parole.
Cassandra riconosce nel giovane il proprio fratello e lo annuncia ai famigliari, che lo riconoscono grazie alle fasce che indossava quando era stato abbandonato. La storia, apparentemente, ha lieto fine: Paride viene reintegrato con tutti gli onori nella sua famiglia d’origine.
Paride comunque mantiene le sue abitudini da pastore, tornando, di tanto in tanto, sul monte Ida a pascolare il gregge.
È lì che Hermes, il quale ha avuto incarico da Zeus di regolare la questione della “più bella”, lo trova, accompagnato da Era, Atena e Afrodite.
Gli spiega la situazione, lo indica come il prescelto che effettuerà la decisione.
Il giovane è timoroso, indeciso, ma le tre dee tentano di forzargli la mano.
Dice Atena: “Se scegli me otterrai la vittoria in guerra e la saggezza che tutti ti invidieranno.”
Poi Era: “Se scegli me sarai re di tutta l’Asia.”
Infine Afrodite: “Se scegli me diventerai un seduttore senza uguali. Conquisterai il cuore della splendida Elena, della cui bellezza si parla in tutti i reami.”
Paride riflette, alla fine sceglie Afrodite e, con essa, la promessa di amare Elena.
IV) Elena: colpevole o innocente?
La bellissima Elena è figlia di Tindaro, uno spartano, e Leda, splendida figlia di Testio, re di Calidone.  I due, conosciutosi mentre Tindaro si era allontanato da Sparta per la situazione politica pericolosa di Sparta, s’innamorano e si sposano.
Ma Zeus, rapito dalla bellezza di Leda, decide di fare l’amore con lei. Così la notte di nozze tra Leda e Tindaro, dopo che i due hanno fatto all’amore, Zeus si unisce a lei sottoforma di cigno.
Da quella notte nascono quattro figli, provenienti sia da seme umano che divino: due maschi (Castore e Polluce) e due femmine (Elena e Clitennestra). E mentre Castore proviene dalla parte umana, Polluce è frutto del seme di Zeus e verrà, in età adulta, innalzato all’Olimpo.
Polluce, però, otterrà dal padre divino il consenso per una richiesta: molto legato al fratello, i due alterneranno il soggiorno all’Olimpo. Così, mentre Castore sarà sull’Olimpo, Polluce sarà nell’Ade, per poi invertirsi di posto a fasi alterne.
Clitennestra è la figlia umana di Leda: completamente nera, sarà poi lei ad avere un ruolo importante nell’uccisione di Agamennone, colui che sarà il vincitore della guerra di Troia. Ella, quindi, diviene la personificazione della vendetta.
Elena, invece, possiede il dono divino (sicuramente tramandato dal padre Zeus) un’aura di splendida bellezza e seduzione.
Ma Elena è una pedina nella guerra di Troia oppure innocente?
In alcune storie si narra che ella sia rimasta affascinata dal giovane Paride, dalla sua aria orientale, e abbia deciso di seguire i suoi sensi e abbandonare il marito, altre, invece, narrano di come sia stata rapita con la forza dallo stesso Paride.
Ma prima di queste storie, vi è la narrazione del primo matrimonio di Elena:
Elena, arrivata all’età di maritarsi, è davvero splendida. Tindaro decide di convocare tutta la “meglio gioventù” della Grecia per scegliere il futuro sposo. Ma, una volta riuniti tutti, non sa chi scegliere. Decide di chiedere consiglio all’astuto nipote, Ulisse, il quale gli dice di evitare malumori tra i pretendenti. Prima di scegliere tutti dovranno prestare un giuramento: Qualunque sia la decisione di Elena, tutti s’impegnano a rispettarla. Saranno quindi coinvolti in questo matrimonio e, qualora dovesse accadere qualche contrattempo, dovranno mostrarsi solidali con il futuro marito.
Tindaro segue il consiglio, i pretendenti prestano giuramento e Elena, quindi, pronuncia la sua scelta: Meneleao, re di Sparta.
Menelao e Paride si conoscono durante un viaggio di Menelao, dove egli riceve ospitalità dallo stesso Paride. Quando questi, in viaggio con Enea, si reca a Sparta viene dapprima accolto dai fratelli di Elena e quindi ospitato, come la cortesia conviene, dallo stesso Menelao. Nei primi giorni Paride non incontra Elena, pare, infatti, che in occasione di visite ufficiali, le donne di corte non fossero presenti agli incontri tra ospiti e reggenti. Ma poi Menelao deve allontanarsi per un funerale, lasciando il compito dell’ospitalità di Enea e Paride alla moglie.
Come abbiamo detto, non sappiamo con certezza se Elena si sia fatta circuire o se sia stata rapita, ad ogni modo sta di fatto che Paride la porta nella città di Troia.
Paride, quindi, è venuto meno al sacro vincolo del rispetto dell’ospitalità.
Menelao, tornato dal funerale, si precipita dal fratello Agamennone per annunciarli il tradimento di Paride ed Elena.
Agamennone, rimembrando gli accordi precedenti al matrimonio tra il fratello e Menelao, fa chiamare da Ulisse tutti gli ex-pretendenti per ottenere giustizia. La doppia colpa di Paride (adulterio e offesa dell’ospitalità) è talmente grave che sarà tutta la Grecia a chiedere risarcimento.
Una prima soluzione diplomatica viene tentata da Menelao e Ulisse, i quali si recano a Troia.
Accolti come ospiti dal uno dei notabili di Troia, Deifobo, si cerca di mettere a posto le cose tramite il pagamento di un ammenda, ma alcuni familiari di Priamo non concordano e tramano per ucciderli. L’attentato viene evitato solo grazie a Deifobo, il quale si oppone avendo dato egli ospitalità ai due stranieri. Le trattative, quindi, falliscono e resta solo una soluzione: la lotta armata.
V) Morire giovane, vivere eterno nella gloria
Non tutti i greci sono entusiasti di partire per una guerra contro Troia. L’astuto Ulisse decide di fingersi un folle, anche perché non vuole abbandonare il figlio Telemaco, appena partorito dalla moglie Penelope. Nestore, che deve venire per portarlo alla guerra, lo trova che tira un aratro con attaccati un asino e un bue, cammina a ritroso, seminando sassi invece di semi. Nestore, allora, prende Telemaco e lo mette sul percorso che sta facendo il padre, Ulisse è quindi costretto a terminare la finzione per non ferire suo figlio.
È quindi Ulisse stesso ad andare a reclutare Achille. Peleo, suo padre, non vuole che parta la guerra, ha visto morire troppi figli. S’inventa il seguente stratagemma: Achille è ancora molto giovane, il petto e il mento glabro. Lo fa nascondere tra un’isola di fanciulle. Ulisse, sempre lungimirante, arriva travestito da mercante, in cerca di Achille. Gli si dice che non vi sono uomini su quell’isola, allora lui tira fuori della merce come stoffe, spille e gioielli. Le fanciulle si avvicinano curiose, tutte tranne una. Allora lui tira fuori un pugnale e subito l’ultima giovane va da lui.
Achille, allevato alla battaglia sin da giovane dai Centauri e da Chirone, non riesce a sottrarsi al richiamo delle armi e della guerra.
Achille, però, aveva un peculiarità:
Suo madre, Teti, era ossessionato di avere dei figli che potessero essere immortali, proprio perché anch’essa è una dea. Dopo aver partorito, li metteva sul fuoco per bruciare via l’umidità che porta la corruzione dell’umano e che allontana la fiamma del divino. Ma nessuno sopravviva al processo. Peleo, stanco di queste uccisioni, si ribella quando Teti sta per mettere sul fuoco anche il neonato Achille e riesco a toglierlo dal fuoco, ma non prima che questo bruci le labbra e le ossa del tallone del bambino. Per rimediare al danno, Peleo ordina a Chirone di dissotterrare l’osso del tallone di un centauro famoso per la sua corsa e lo fa impiantare nel corpo del giovane figlio, il quale diverrà veloce nella corsa.
Un’altra storia narra che Teti, non potendo immergere il figlio nel fuoco, lo immerge nell’acqua dello Stige, il fiume infernale che separa i vivi dai morti, sapendo che l’immersione dona dei poteri eccezionali. Infatti Achille diviene invulnerabile, fatta eccezione per il tallone, per il quale la madre lo teneva sospeso.
E quindi questo neonato, figlio di una dea e di un umano, diviene una via di mezzo: qualcosa di più di umano, qualcosa di meno del divino.
Ma torniamo alla sua partenza per Troia:
Achille poteva scegliere: vivere una lunga vita serena nella sua casa paterna, oppure partire giovane per la guerra, dove anche le sue doti non davano sicurezza di sopravvivenza.
Achille sceglie, così la sua vita: Morire giovane, per vivere eterno nella gloria della battaglia e della storia.
Egli, infatti, troverà la morte terrena, ma le sue gesta resteranno impresse nella storia fino ai giorni nostri.

martedì 20 dicembre 2011

Introduzione alla Gestalt secondo Fritz Perls

La Gestalt secondo Fritz Perls
1. Introduzione


L’uomo moderno è divenuto un automa pieno di angosce e vive in uno stato di bassa vitalità.
Girovaga senza meta, senza sapere cosa desidera realmente e come potrebbe ottenerlo. Senza ardore ed entusiasmo si accinge a vivere la vita, vedendo come uno periodo di gioia l’infanzia e l’adolescenza, relegando la maturità a un periodo di austerità. È come se avesse perso la spontaneità, la capacità di sentire e di esprimere in modo creativo, mentre, invece, è bravissimo a parlare dei suoi guai (anche se è incapace di tenere loro testa).
Si sommerge di parole, esercizi verbali e intellettuali, invece di vivere la vita si nasconde in spiegazioni pseudo psichiatriche sull’essere umano.
Non vive il presente, ricorda troppo spesso il passato e tenta di plasmare il futuro, mentre il presente sono solo incombenze da svolgere.
Gli ultimi decenni hanno visto una crescita enorme delle conoscenze sull’essere umano, sui suoi meccanismi fisiologici e psicologici. Ma invece la capacità di divertirsi si è arrestata, come anche la conoscenza di come espandere i nostri interessi.
E anche se la conoscenza dei processi umani può essere un esercizio utile e divertente, non si coniuga con l’impresa quotidiana del vivere.
Si analizza altri e se stessi, si razionalizza, s’ingoiano termini psichiatrici senza digerirli, alimentando l’insoddisfazione, la quale può sfociare in nevrosi.
Siamo passati dal bambino che urla (in parte giustificatamente) “Non posso”, all’adulto che urla “Non posso perché la mia storia personale non me lo permette”.
Si sbaglia l’approccio a queste materie, le quali, invece, hanno come scopo l’autoconoscenza e la soddisfazione.
Forse si è arrivati a questo anche perché molti psicologi hanno trasformato le loro scoperte/riflessioni in dogmi, con condanne nette su determinati stili di vita.
L’autore di questo libro, Fritz Perls, ha, invece, un'altra base:
L’essere umano può vivere una vita più piene e ricca di quanto la maggior parte di noi vive adesso; deve scoprire la propria energia e il proprio entusiasmo.
Perls vuol tentare di unire teoria (e la sua applicazione) alla vita quotidiana, basandosi sull’esperienza e sull’osservazione.

lunedì 12 dicembre 2011

Il teatro di Pippo Delbono - "Forse ritrovo lì la mia anima"

Il teatro di Pippo Delbono
"Forse ritrovo lì la mia anima"



A Pippo Delbono piace viaggiare molto.
Durante un viaggio può capitare di trovarsi in situazioni molto diverse da quelle abituali, a volte anche drammatiche. Durante un viaggio non si può mai avere una certezza.
A Pippo piace proprio buttarsi in mezzo alle situazioni (e anche un po’ perdersi). Se all’inizio si da degli obiettivi, come visitare determinati luoghi, spesso, quando è solo, finisce a lasciarsi guidare dalla situazioni, scoprendo dei luoghi affatto ordinari, che portano a provare sensazioni e impressioni fortissime.
Nel 1998 Pippo si trovava a Bali e ha assistito ad un funerale.
Ma questa volta non si trattava di un caso, era un evento organizzato. Lui e gli altri del gruppo di turisti vengono portati a poca distanza in automobile dall’albergo, in uno slargo dove era stato allestito un altare. Scesi dal pullman, è stato loro detto di sedersi e di aspettare.
Sono rimasti lì per quasi due ore e mentre sembrava che non stesse accadendo nulla, in realtà, a tratti, qualcosa succedeva: qualcuno arrivava e collocava la foto del morto sull’altare, delle donne portavano dei frutti, alcuni abitanti del posto uscivano di casa e si sedevano davanti alla soglia. Era un ritmo lento, dilatato.
Poi, all’improvviso, arrivano portantini e donne con gli abiti colorati. Il morto viene portato fuori di casa, con i familiari a seguito. Qualcuno si siede sul cadavere, come a voler impedire che si possa muovere. Iniziano a muoversi tutto, sempre più rapidamente, e Pippo e gli altri turisti si ritrovano a correre dietro al corteo.
E poi, durante il tragitto, la gente ha cominciato a ridere, a giocare con il morto, a tirarsi del fango. Non era più come essere a un funerale, tanto che Pippo, a un certo punto, ha dimenticato che c’era un cadavere tra loro: appariva come una festa.
Infine sono arrivati alla fine del corteo e l’atmosfera è cambiata nuovamente: Davanti a dove il cadavere sarebbe bruciato tutto era calmo. Una donna andò ad abbracciare il cadavere, avvolto in una serie di stuoie di iuta. Poi hanno iniziato a srotolare le stuoie e, infine, il cadavere è stato fatto bruciare.
A Pippo rimase impresso lo sguardo dei bambini del posto, che guardavano le fiamme che salivano dal morto come fossero luci di un luna park.
Pippo porta sempre qualcosa con sé dai suoi viaggi: quanto lo commuove profondamente lo porta via e lo mette nel suo lavoro di teatrante. Ma non si tratta di mettere in scena rituali o danze, bensì di qualcosa di più profondo: In qualche modo io rubo l’anima. O forse ritrovo lì una mia anima.

lunedì 5 dicembre 2011

I consigli di Vincenzo Cerami ai giovani scrittori: La comicità

I consigli di Vincenzo Cerami ai giovani scrittori: La comicità



-    Far ridere
La comicità, pur rispettando le regole di fondo che strutturano un racconto, si pone su un piano diverso rispetto a quella di altre narrazioni. Si parlerà, in questo capitolo, soprattutto di comicità cinematografica perché proprio sul grande schermo essa si esprime al suo meglio: giochi verbali, ruzzoloni, etc.
La comicità rinuncia volontariamente alla profondità: gran parte dei personaggi di un’opera comica sono privi di approfondimenti psicologici e agiscono spesso fuori da ogni impianto sociologico, ideologico e naturalistico. Infatti il suo unico obiettivo è far ridere.
Ma per conseguire questa traguardo vi è bisogno di una maschera adatta, ovvero un comico di grande talento. Mentre la commedia brillante può avvalersi di attori dotati, la comicità necessita proprio di un comico e il testo sarà scritto proprio sulla sua persona. Infatti è difficile che riesca un’opera scritta per un comico che possa essere usata efficacemente da un altro: il copione è in gran parte pre-testuale, pone solo le basi per lasciar libero l’estro del comico.
Un esempio per tutti: Totò.
Il personaggio comico non ha un background, non è chiaro da dove venga o dove vuole andare, le donne nemmeno lo vedono e scatena l’istinto predatore dei poliziotti. Le parole di un comico sono parole vuote che raccontano il vuoto, una rappresentazione gaia della vita, energica e vibrante. Un personaggio simile non può muoversi nella gabbia di una realtà complessa.
Ma la comicità non ricerca per forza il ridere a squarciagola, quanto più il sorriso e l’intrattenimento per tutta la durata del film.
Quindi la drammaturgia comica non può basarsi sulle contraddizioni e la complessità. E anche la sceneggiatura ne sarà influenzata: pochi primi piani proprio perché è tutto il corpo che esegue gli sketch. Non ci saranno giochi di luce, l’attenzione è tutta sul comico che deve essere ben visibile, anche perché, diciamocelo, l’oscurità ha sempre qualcosa di drammatico in sé.
Nel copione vi dovrà essere molto ritmo, moto trainante del pezzo comico
-    Il colapasta
La storia dietro la comicità nasce da un contrasto senza soluzione, uno squilibrio incolmabile.
Un esempio: Vediamo un barbone entrare in un ristorante di lusso e ordinare da mangiare. Anche se la situazione è assurda e può portare a qualche sorriso, non farà ancora ridere. Infatti se il barbone comincia a mangiare la minestra rumorosamente, i commensali non ci faranno troppo caso: è sì un batterio che entra in un organismo collaudato, ma è quello che ci si aspetta da un barbone, nemmeno gli altri commensali ci faranno troppo caso.
Se invece il barbone prima di entrare si è vestito bene, entra nel ristorante di lusso, ordina e comincia a mangiare la minestra in modo rumoroso, l’effetto sarà ben diverso, con i commensali che saranno indignati dal comportamento di quel falso gentiluomo.
Cosa si può anche dedurre da questo esempio? Che il comico anela al conformismo, ma, semplicemente, non ce la fa. Cerca di integrarsi ma fallisce miseramente (e comicamente).
Il comico riesce ad agire al meglio in una società dai poteri forti, in cui la democrazia è stata sostituita dalla conformità, dall’appartenenza a un gruppo sociale. Questo voler essere tutti uguali porta facilmente a fare delle caricature dei vari gruppi sociali. Il comico cerca di entrare in questi gruppi, cerca l’accettazione, ma non vi riesce e quindi diventa, suo malgrado, un reazionario. Non volendo entra in conflitto con l’universo esterno.
-          La gag
Un ottimo esempio di gag viene da uno dei film di Charlot:
Charlot viene lasciato dalla sua donna, nella scena successiva lo si vede di spalle, che scuote forte tutto il corpo.
E mentre il pubblico crede che pianga perché è stato lasciato, lui si gira e si vede che si sta shakerando un cocktail.
Questa scena ci rivela due fondamenti della gag:
La gag prende forza dalla scena precedente (che diventa, quindi, metonimia).
Inoltre il pubblico era convinto di averlo visto piangere, quindi ha già empatizzato nei confronti del comico, rendendolo carico di umanità.
Il comico, quindi, si è umanizzato senza però caricarsi troppo di realtà.
Il termine “gag” viene dall’inglese ed era riferito a quei momenti di improvvisazione durante uno spettacolo quando la memoria sfugge.
La gag è quindi legata all’improvvisazione e all’inaspettato.
Quindi se la gag fa scoppiare in grasse risate è perché deve essere preparata dalle scene precedenti: il copione deve essere pieno di spunti che inducano (e facilitino) una svolta inaspettata e divertente.
Ovviamente le metanimie precedenti non dovranno essere troppo esplicite. Quindi la gag nasce e muore in un momento e non è parte fondamentale nella narrazione.
Per inventare una gag, lo scrittore deve creare una situazione propizia (ad esempio un luogo che dia adito a fraintendimenti). Se il personaggio vuole andare in un bordello ma sbaglia edificio ed entra nello studio di un dentista la situazione si fa subito comica.
Da non sottovalutare è anche l’importanza che possono avere gli oggetti (esempio: un aspirapolvere che sfugge di mano e comincia ad aspirare tutto, anche le parti intime).
Altro elemento fondamentale è affiancare una spalla al comico. La spalla rappresenta il pubblico sullo schermo: è il primo ad essere incredulo verso quanto succede al comico, il primo di cui si vede l’espressione.
-          Drammaturgia del comico
Il drammaturgo che scrive un copione comico deve fare bene attenzione a fornire sì materiale/metanimie per le gag, tuttavia deve lasciare ampio spazio all’estro e alla personalità del comico. Questo non significa che debba tutto basarsi sull’estro dell’attore, perché la storia deve comunque avere una trama e non può essere un insieme di sketch.
Quindi bisogna creare una solida base che dia modo al comico di sviluppare la sua personale comicità, ovvero una griglia narrativa semplice e forte, ma che lasci libero il comico di eseguire variazioni.
La storia, come detto deve essere semplice, ma, visto che è impossibile creare una storia comica di base, bisogna immaginarsi una situazione e immaginarsi dentro il comico prescelto. Praticamente il personaggio si trova dentro in una situazione drammaturgica seria e sarà ancora più facile stravolgerla per far ridere il pubblico.
Insomma: se non vi è dietro una drammaturgia, una storia, rimangono solo le “smorfie”.
Possiamo anche creare una scena paradossale/divertente in cui sia l’attore drammatico, nella sua serietà, a rendere comica la scena. Lì, però, l’attore dovrà seguire attentamente la sceneggiatura creata dal drammaturgo, senza “battutine”: sarà la situazione in cui è stato immesso a risultare comica proprio a causa della sua serietà.

mercoledì 16 novembre 2011

"la morte non potrà staccare il tuo ricordo"

Che viva io a farti l’epitaffio
o tu al mio corpo sfatto sopravviva,
di qui la morte non potrà staccare
il tuo ricordo, se si sperda il mio.
Di qui il tuo nome avrà vita immortale
anche s’io vado e sarò morto al mondo:
una tomba qualunque mi daranno,
tu in occhi d’uomo giacerai sepolto
e monumento è il mio verso gentile
che leggeranno occhi increati ancora,
ti chiameranno ancor non nate lingue
quando chi oggi respira sarà polvere.

Vivrai – tal forza ho – proprio ove il respiro
spira di più, nelle bocche dei vivi.

mercoledì 26 ottobre 2011

Il mondo degli umani

La mitologia greca secondo J.P. Vernant

4. Il mondo degli umani


I) Prometeo l’astuto

Come ripartire sorti e onori tra dèi e uomini, quando questi ultimi sono molto più deboli? È chiaro sin dall’inizio che non è un confronto alla pari, quindi la ripartizione dovrà essere magnanima, ma dovrà tenere conto della supremazia degli dèi.
Zeus sceglie come giudice Prometeo.
Prometeo è figlio di un titano, Giapeto, e questo lo rende un’anomalia nel mondo degli dèi: egli, infatti, non è né olimpico, né un titano. Scaltro e astuto, ma anche indisciplinato e ribelle, si è tenuto neutrale nello scontro tra olimpici e titani, seppure si dica che egli abbia dato preziosi conflitti a Zeus durante la guerra e, per questo motivo, Zeus lo considera un alleato.
Sia Zeus che Prometeo sono simili, accumunati soprattutto da una caratteristica: l’astuzia. Essere astuti significa trovare nuove idee, ma anche essere capaci di mentire (senza farsi scoprire) per ottenere i propri scopi.
Ma la loro più grande differenza sta nella natura regnante di Zeus, che a Promoteo, semplicemente, non interessa; egli, infatti, è il contestatore per antonomasia, incapace di ricoprire ruoli chiave nei governi.
Quindi un alleato, ma non un concorrente al trono.
Inoltre Promoteo condivide un aspetto con gli umani, rappresentata dalla sua natura ambigua di dio (né olimpico, né titano), così come gli uomini posseggono un aspetto divino (dapprima convivevano con gli dèi) e un aspetto terreno, animale.

II) Una partita a scacchi

Uomini e dèi vengono quindi riunito per la ripartizione di sorti e onori e Zeus incarica Prometeo di affrontare la spartizione.
Prometeo allora va a prendere un enorme bovino e lo macella, seguendo i rituali. Poi ne spolpa tutte le ossa e lo avvolge in un sottile strato di grasso bianco ed appetitoso. Quindi prende carni e viscere (la parte commestibile) e le avvolge nelle pelle dell’animale. Sono così pronti due pacchetti, che Prometeo appoggia sulla tavola di Zeus i due pacchetti: uno dall’aspetto appetitoso e l’altro di aspetto poco invitante , invita quindi il padre degli olimpici a scegliere. Zeus sceglie il pacchetto con lo strato di grasso bianco, lo apre… e si trova davanti solo ossa spolpate. Capisce di essere stato ingannato, perché sa che l’altro pacchetto, quello con tutte le parti commestibili, andrà agli umani.
In questo modo Prometeo ha praticamente deciso il rapporto tra dèi e umani, i quali lo faranno attraverso il rituale del sacrificio, come egli stesso ha macellato la bestia. La carne degli animali saranno cucinate e mentre il fumo andrà su verso l’Olimpo come tributo, gli uomini ne mangeranno la carne.
Prometeo, in questo modo, mostra la poca sostanza delle apparenze. E se si potrebbe obiettare che Prometeo ha scelto la parte migliore per gli umani per favorirli, bisogna anche tenere conto che ciò che distingue l’umanità è il bisogno di cibo, mentre gli dèi si nutrono per godimento, non per necessità, essendo la loro immortalità sostenuta dal nettare e l’ambrosia. Inoltre le ossa rappresentano qualcosa di duraturo, al contrario della carne che presto si decompone, quindi agli dèi, esseri eterni, va la parte più longeva, che non risente troppo del passare del tempo.
Inoltre per i greci il midollo osseo è in relazione con il cervello e il seme maschile, rappresenta quindi vitalità e fertilità.
La carne si decompone, lo scheletro è l’architettura del corpo, l’elemento di continuità. E se gli dèi, dopo questa spartizione, ricevono la vitalità, agli esseri mortali viene dato il cadavere.
Zeus capisce di essere stato ingannato perché i due pacchi erano avvolti da apparenze fuorvianti. Se non vi fosse stato questo trucco forse avrebbe potuto accettare la decisione di Prometeo, così, invece, decide di punirlo, in una gara all’ultima astuzia.

III) Un fuoco mortale

Dopo la spartizione tra uomini e dèi, Zeus decide di nascondere agli uomini il fuoco e il grano, come vendetta nei confronti del gesto di Prometeo. Quindi Zeus decide di togliere agli uomini ciò che era a loro disposizione:
Il fuoco era frutto dei fulmini di Zeus, il quale lo depositava su dei frassini affinché gli umani potessero usarlo per scaldarsi. Anche i cereali e le carni erano un dono: mentre i cereali spuntavano autonomamente, così le carni erano già cotte, pronte da consumare.
Nascondendo il fuoco, quindi, Zeus non da modo agli umani di mangiare la carne in seguito alla spartizione.
Prometeo, quindi prolungando il gioco contro Zeus, decide di intervenire:
Sale al cielo con un ramo di ferola, legno umido all’esterno e secco all’interno. Sembra un viandante qualunque, che passeggia con il suo bastone. Dentro il legno nasconde uno dei sperma pyros (semi di fuoco) di Zeus. Il legno comincia a bruciare al suo interno mentre Prometeo torna sulla terra.
Quindi Prometeo gioca ancora sulla diversità tra apparenza e sostanza.
Dona quindi questo fuoco agli umani, che subito lo usano per cucinare la carne e ravvivare i propri focolai.
Zeus, quando se ne accorge, è colto dal furore.
Ma nulla può fare Prometeo per i cereali:
Mentre prima gli esseri umani lo trovano pronto da cogliere, ora, in seguito al volere di Zeus, devono zappare la terra e coltivarla per cavarne nutrimento. Quindi l’essere umano, abituato all’età dell’oro, senza fatica, ora deve sudare e lavorare. Deve anche imparare a risparmiare, seguendo il ritmo della terra, facendo provviste per i tempi magri.
Anche qui notiamo il richiamo al fuoco nella ferola: come Prometeo ha nascosto il seme di fuoco nella pianta, così ora gli esseri umani devono nascondere il seme nella terra per poi cogliere i cereali e il grano.
E sempre il fuoco non è più un dono divino ed eterno, ma va controllato, tenuto vivo per non farlo estinguere.

IV) Pandora ovvero l’invenzione della donna

L’età dell’oro dell’essere umano è terminata: egli non vive più dei doni degli dèi, ma, nel bene e nel male, è divenuto civilizzato.
Ma la partita a scacchi tra Zeus e Prometeo continua, con l’umanità che se ne ritroverà schiacciata. Questa umanità sta ora per subire un nuovo cambiamento: dove prima vi erano solo uomini, ora Zeus decide di creare la donna.
Nella storia della creazione della donna non possiamo fare a meno di notare, a mio avviso, la visione patriarcale e maschilista della cultura greca, nelle righe seguenti si vedrà esattamente il perché della mia affermazione:
Zeus, per questa nuova creazione, convoca gli dèi Efesto, Hermes, Atena e Afrodite.
Ad Efesto viene chiesto di creare una giovane donna, non ancora in età di marito. Efesto la creerà dalla creta, modellandola con l’acqua e Hermes la anima, dandole anche il dono della parola, inclusa la capacità di dire menzogne.
Afrodite e Atena vengono incaricate di adornarla con gioielli e abbigliarla con grazia.
Abbiamo di fronte un altro esempio di come l’apparenza svii dalla sostanza:
Una donna (la prima in assoluto), di bellezza vertiginosa, ma dotata di tempra che tende all’infido.
Infatti anche se ella possiede, come l’uomo, il dono di parlare, nelle sue parole è spesso implicita la menzogna.
È la seduzione amorosa personificata, che risplende come il giorno, eppure possiede la doppiezza (e il fascino della notte).
La prima donna avrà il nome di Pandora.
Zeus, quindi, fa dono all’uomo della donna (Pandora), ma ad esso riserva anche la disputa e la violenza, praticamente rimandando al genere umano i conflitti per allontanarli il più possibile dall’Olimpo.
Prometeo capisce subito dove Zeus voglia andare a parare e subito avvisa suo fratello, il poco scaltro Epimeteo, di non fidarsi di eventuali doni che questi potrebbe ricevere dagli olimpici.
I due fratelli sono molto diversi: come Pro-meteo capisce in anticipo, così Epi-meteo spesso comprende troppo tardi il male che gli può accadere.
Infatti Epimeteo, quando riceve in dono Pandora dagli dèi, non la rifiuta, nonostante l’avviso del fratello, e la accoglie in casa, completamente affascinato da lei.
Il loro matrimonio avverrà dopo appena un giorno.
Così, ora, l’umanità ha volto duplice, maschile e femminile, ma anche la loro genesi è legata alla fecondazione, non più un dono divino, e anch’essa è legata alla sofferenza (del parto).

La vita con Pandora si rivela presto difficile per Epimeteo:
Perenne affamata, Pandora non si accontenta di nulla richiedendo sempre di più, anche quello che Epitemeo non può offrirle.
Non a caso si è detto che è affamata: nasce l’immagine dell’uomo, chino sui campi a lavorare tutto il giorno, contrapposto a quello della donna, che resta in casa ad attendere che vi sia cibo per consumarlo voracemente. E la fame è anche quella sessuale, con la donna che pressa l’uomo continuamente per avere le sue prestazioni, sia sui campi che nella camera da letto.
La donna, quindi, viene vista dai greci come qualcuno capace di ammaliare, per poi prendere per sé tutti i possedimenti della propria vittima.

V) Lo scorrere del tempo
Pandora è quindi divenuta la sposa di Epimeteo. Passa del tempo e Zeus decide di iniziare quello che sarà la fine del suo gioco/scontro con Prometeo:
suggerisce a Pandora di aprire una giara, nascosta tra le tante giare che si trovano in ogni casa dell’antica grecia. Le dice di farlo quando il marito è a lavorare, e di richiudere subito il coperchio.
Pandora, atteso il momento opportuno, apre la giara. Lei non sa che in quella giara erano nascosti tutti i mali del mondo (fatica, morte, malattia, incidenti e tanti altri mali ancora). Fedele alle istruzioni ricevute, ella richiude subito la giara, lasciando intrappolata in essa l’elpis, la speranza, l’attesa di ciò che deve ancora accadere.
Ed ecco come il piano di Zeus per l’umanità arriva al suo termine, con l’essere umano che non ha più nulla dell’età dell’oro, succube della fatica e dello scorrere del tempo (che, nell’era di Crono, era inamovibile), il che conduce alla morte, precedentemente sconosciuta.
Ma anche Prometeo subirà la sua punizione:
Zeus lo imprigiona tra cielo e terra, su una montagna, incatenato ad una colonna, divenendo immortale nutrimento dell’aquila di Zeus, il volatile che porta il fulmine del dio, messaggero della sua immensa forza. Come Prometeo ha lasciato la carne di animale all’uomo, così ora egli stesso diviene carne per l’animale di un dio.
Ogni giorno l’aquila si ciba della carne di Prometeo, ogni notte questa si rimargina, in modo che poi possa essere usata nuovamente come nutrimento all’indomani.
E così egli resterà per anni e anni, finché il figlio di Zeus, Eracle (Ercole), lo libererà con il consenso di Zeus, ma questa è un’altra storia…

In questa storia di scontro di astuzie, è facile identificare Prometeo come un essere diviso a metà: di discendenza divina, favorisce l’umano.
Eppure egli sarà parte causale della fine dell’età dell’oro dell’uomo, dell’inizio dello scorrere del tempo mortale.
Ed è nella sospensione tra i due mondi che la sua punizione diventa perfetta immagine: imprigionato su una colonna di una montagna, a metà strada tra umano (terra) e divino (olimpo).

domenica 23 ottobre 2011

"L'individuo io canto"

Foglie d'erba (3)

L'individuo io canto

L’individuo io canto, una semplice singola persona,
eppur pronuncio la parola Democrazia, la parola
 In-Massa

La fisiologia da capo a piedi io canto,
né la fisionomia da sola né il cervello da solo valgono per
la Musa: io dico che la Forma completa vale gran lunga di più,
la Femmina e insieme il Maschio io canto.

La Vita immensa in passione, impulso, potenza,
piena di gioia, per le azioni più libere che si compiono
sotto la legge divina,
l’Uomo Moderno io canto.

mercoledì 19 ottobre 2011

Guerra degli dei

La mitologia greca secondo J.P. Vernant

3. Guerra degli dei


Ora lo spazio è aperto, il tempo scorre. In basso il mondo sotterraneo, al centro la grande terra, dimora di uomini e animali, con i flutti marini e il fiume Oceano che circonda il tutto; al di sopra un cielo fisso, regno degli dèi. Seppure abbiano anche la terra a disposizione, i figli di Urano, del cielo, fissano nel cielo stesso la propria dimora, dove dimoreranno loro e anche le divinità minori (come, ad esempio, le Naiadi e le Ninfe dei boschi).
I figli di Urano sono da lui stati chiamati Titani, ma sono noti anche Uranidi, ovvero “figli di Urano”. Essi sono comandati dal loro fratello minore, Crono, dio astuto, scaltro e crudele, colui che ha castrato il proprio padre e, così facendo, ha dato moto al tempo del mondo. E quindi lui a divenire il re degli dèi e sovrano del mondo. Con lui schierati sono i fratelli e le sorelle: Crono è il loro liberatore. Non solo i Titani sono progenie di Urano e Gaia, dalla loro unione sono nati anche tre Ciclopi e tre Ecatonchiri ( i centobraccia). Mentre Crono permette ai Titani di unirsi e moltiplicarsi tra loro, teme invece un complotto da parte di ciclopi e ecantonchiri e gli imprigiona nel mondo dei mondi, il Tartaro. Intanto Crono prende in sposa sua sorella Rea. Essa è, in apparenza, simile alla madre Gaia, eppure vi sono sostanziali differenze: Gaia, in greco, si chiama Terra ed è la Terra stessa. Rea, invece, ha ottenuto un nome proprio, personale ed individualizzato, che non simboleggia alcun aspetto della natura. Ella è quindi un aspetto umanizzato della terra e quindi differente, seppure Rea e Gaia restino madre e figlia, quindi simili tra loro.

I) Nel pancione paterno

Con l’unione tra Titani viene a formarsi una seconda generazione dei dèi. Anche questa generazione è formata da divinità individualizzate (diverse, quindi, dai primi dèi come Urano e Gaia). Questi “nuovi dèi” hanno i propri nomi, le proprie relazioni e un proprio settore di influenza. Ma Crono, astuto ma sospettoso, geloso e preoccupato di perdere il potere, non si fida dei suoi figli, soprattutto da quando la sua stessa madre lo ha messo in guardia. Gaia, infatti, come madre di tutte le divinità primitive, è dentro ad ogni segreto del tempo e sa quindi anticipare gli eventi che prendono le pieghe del tempo. Ella avvisa suo figlio che corre il rischio di cadere vittima a propria volta di una delle creature, ovvero di un figlio che sarà più forte di lui e che gli porterà via il trono. In questo modo ella declama che la sovranità di Crono è solo temporanea. Dopo aver saputo tale profezia, Crono prende le sue precauzioni ed ingoia ogni figlio che nasce dal suo seme, divorandolo e ricacciandolo nel proprio ventre. Ma questo a Rea non sta bene, proprio come un tempo Gaia non sopportava una simile condotta da parte di Urano.
In un certo senso sia Urano che Crono rigettano la loro progenie nella notte prenatale, non permettono (o non vogliono) che questi loro frutti sboccino alla luce e divengano alberi. Su consiglio della Terra (Vernant non specifica se con Terra intende Gaia, personalmente ritengo si parli del legame che Rea, come per certi versi sua madre, ha con la Terra), Rea decide di intervenire. Quando l’ultimo dei suoi figli, il cui nome sarà Zeus, sta per nascere, Rea fugge a Creta, dove partorisce in segreto. Ella, quindi, usa “contro” suo marito gli stessi trucchi e le stesse bugie che sono parte di Crono, il quale, come abbiamo visto fin dall’evirazione di Urano, è un dio di astuzia, menzogna e doppiezza, Il bambino viene affidato alle Naiadi, che si incaricano di allevarlo, ma anche di allevarlo in una grotta, affinché Crono non possa udire i suoi vagiti. Quando poi Zeus cresce e i suoi vagiti si fanno più forti, Rea chiede ai Cureti, divinità maschili minori al seguito di Rea, di eseguire davanti alla grotta le loro danze guerriere, così che il mescolare di canti e rumore di armi copra i rumori prodotti dal piccolo Zeus. Crono non si accorge di nulla e attende che Rea ritorni col suo ultimogenito, pronto a divorarlo. Ma Rea gli porta una pietra avvolta in fasce. Lo avverte, dicendoli che è piccoli e fragile, di fare attenzione, e così Crono inghiotte in un sol boccone quel sasso che crede esser suo figlio.
Zeus continua a crescere e diviene forte, deciso a far pagare al padre le sue colpe (sia quella di aver ingoiato i figli come anche quella di aver evirato il proprio padre, probabilmente più la prima che la seconda, a mio avviso). Sa che ha bisogno di alleati forti, ma egli è solo. Decide quindi di far rigettare a Crono tutti i figli che porta nel proprio ventre.
Quindi, ancora una volta, è l’astuzia ad entrare in gioco contro un avversario imponente. Un’astuzia dai greci chiamata Metis, ovvero la prudenza, forma d’intelligenza capace di escogitare con anticipo le mosse atte a ingannare chi si ha di fronte.
Sarà Rea stessa a consegnare a Crono la fatidica pozione, spacciata come un sortilegio/medicinale. Di nuovo, quindi, la madre si allea al figlio contro il proprio marito.
Ingoiata la pozione, i figli di Crono vengono rigettati dal suo stomaco, uno per uno, in ordine (chiaramente) inverso rispetto a quando sono stati divorati.
Crono, rigettando i propri figli, replica, a suo modo, la nascita di quegli stessi dèi, quasi come questi fossero “nati due volte”.

II) Un nutrimento di immortalità

Vi sono quindi due schieramenti, pronti per una guerra di potere: da una parte Crono e i Titani, dall’altra Zeus e i suoi fratelli e sorelle, chiamati Cronidi o Olimpici. Questa guerra durerà per circa dieci “grandi anni” (un “grande anno” può avere durata tra 100 e 1'000 anni). Ciascun schieramento ha il proprio accampamento sulla cima di una diversa montagna, Zeus i suoi compagni sul monte Olimpo (da cui il termine Olimpionici). La battaglia, però, sembra non mostrare alcun chiaro vincitore per un lunghissimo periodo, vi sono solo brevi vittorie da ambo le parti, par quasi esserci un equilibrio.
Il mondo, quindi, è teatro di questo conflitto generazionale e da esso occupato e dilaniato. Durante il conflitto appare evidente che, ancora una volta, non sarà lo schieramento più forte a prevalere, bensì quello che saprà usare al meglio ingegno e arguzia, vero punto di forza in questo conflitto che appare infinito.
In questi termini, si vede il passaggio da parte di un titano, seppure di seconda generazione, di nome Prometeo, passare dalla parte di Zeus. Prometeo è figlio di Gepeto, considerato il creatore/progenitore del popolo greco (quindi, secondo, i greci, il creatore della razza umana). Prometeo possiede la metis di cui si parla nel capitolo precedente.
Il punto di svolta nel conflitto ancora una volta è rappresentato dalla “madre di tutto” Gaia, la quale spiega a Zeus che per vincere deve reclutare coloro che ancora non si sono schierati per nessun contendente. Ella si riferisce ai tre Ciclopi e ai tre Ecantonchiri, tutti e sei figli suoi e di Urano, tutti e sei imprigionati da Crono nel Tartaro.
Un appunto: I Titani sono divinità primordiali che possiedono tutta la brutalità delle forze naturali, quindi sono prodotti del disordine, al contrario degli Olimpionici, dèi più raffinati (lo si capisce dalle loro mansioni, più definite e, a volte, vicine alle arti che l’uomo ha sviluppato), razionali e ordinati. Insomma Zeus per vincere ha bisogno anche delle potenze del disordine, forze che non appartengono agli Olimpionici.
Zeus scioglie libera i Ciclopi e gli Ecantonchiri, i quali, in cambio, danno la disponibilità ad aiutare Zeus. Essi però pretendono ancora una cosa: il diritto di assaggiare nettare ed ambrosia e quindi nutrirsi di immortalità. Infatti ciò che caratterizzava gli Olimpionici è che essi non si nutrono di cibo “normale”, bensì assimilano il nutrimento d’immortalità, un tipo di cibo, quindi, che permette a chi ne consuma di non conoscere la fatica, una fonte di energia che non termina mai, al contrario del cibo umano, limitato nel tempo e nella funzione di donatore di energia..
Quindi donando ai Ciclopi ed Echintochiri ambrosia e nettare, Zeus conferma la loro appartenenza al mondo divino.
Ma qual è il contributo di queste sei entità?
I Ciclopi possiedono un solo occhio, ma è un occhio di fuoco. Da fabbri essi, con l’aiuto di Gaia che loro fornisce l’attrezzatura, donano a Zeus la padronanza del fulmine. E come il loro unico occhio, anche Zeus acquisisce una sorta di “terzo occhio invisibile”, lo sguardo con cui fulmina (seppure con l’uso della sua mano) con furia divina.
Gli Echintonchiri sono i cento braccia, sono di stazza notevole e dotati di forza incredibile, pari a quella di cento braccia.
Zeus ha quindi due nuove armi a disposizione: l’occhio che fulmina e un’enorme forza bruta.
Quando Zeus attacca i Titani con il suo occhio e scaglia contro di loro gli Ecatonchiri, il mondo regredisce a uno stato caotico, con il crollo di montagne e lo spalancamento di voragini tanto grandi che dalla profonda notte del Tartaro inizia salire la nebbia.
È come se la Terra fosse tornata al suo stato primordiale, di caos, e quindi è come se Zeus, con la sua vittoria, formasse la Terra nuovamente.
Da come Zeus ha impostato lo scontro (occhio che fulmina l’avversario, forza bruta che lo schiaccia) si capisce il suo modo di regnare, ovvero il mettere in catene (seppur virtuali) l’avversario. I Titani cadono, colpiti dalle armi di Zeus, e dagli Ecantochiri vengono schiacciati sotto un cumulo enorme di pietra, sotto i quali non possono più muoversi. I Titani, la cui potenza si manifesta con mobilità e costante, sono così ridotti all’impotenza, senza possibilità di manifestare la loro forza. Gli Ecantochiri gli prendono, sconfitti, e gli cacciano nel Tartaro, prigione perfetta dove nulla si distingue, voragine spalancata sulla profondità della terra. Affinché i Titani non possono fuoriuscire dalla loro prigione, Poseidone, fratello di Zeus, costruisce un baluardo intorno alla strozzatura che unisce il mondo al Tartaro, una triplice cinta di muraria in bronzo. Gli Echintochiri resteranno dall’altra parte del muro, sulla Terra, in veste di guardiani delle mura.
I Titani, le vecchie divinità, sono quindi state gettate dalla generazione successiva in una buia prigione da cui non potranno mai più risalire fino a vedere di nuovo la luce del mondo.

III) La sovranità di Zeus

Prima che la battaglia giunga al termine di cui al capitolo precedente, un altro titano si è aggiunto nelle file degli Olimpiani: si tratta del dio Stige. Esso è la divinità del fiume Stige, che scorre nelle profondità della terra, penetra nel Tartaro per poi riaffiorare in superficie. Le sue acque, piene di potere, portano alla morte chiunque la beva.
Con sé Stige porta i suoi due figli: Crato (Kratos) e Bia (Bie).
Crato è il dio del potere del dominio, che soggioga e si impone sugli avversari.
Bia è la della violenza.
Una volta ottenuta la vittoria, Crato e Bia diverranno la scorta di Zeus, l’uno per il potere di sovranità universale, l’altro per la capacità di scatenare una violenza talmente potente da infrangere ogni difesa.
Al termine del conflitto e ponderando la situazione, gli Olimpionici decidono che la sovranità spetti a Zeus. Analizziamo quindi di seguito come si comporta questo nuovo sovrano:
Egli costruisce un universo divino organizzato e ordinato (anche in base alle gerarchie, dovute alle spartizioni di potere che egli ha deciso suddividere tra gli Olimpionici). Proprio per il fatto di essere cosi organizzato, il regno di Zeus sembra favorito nel restare a lungo. Quindi il regno di Zeus è diverso da quello di Crono (e anche da quello di Urano): egli non si proclama sovrano divino ma viene scelto dai suoi pari.
Urano, il cui unico scopo è accoppiarsi con Gaia, non possiede astuzia. Inoltre egli, coprendo Gaia, ha impedito che i suoi figli vedessero mai la luce.
Crono ha ingurgitato i suoi figli appena nato e, di conseguenza, ha voluto imprigionare i suoi figli per paura della detronizzazione, il che puo anche essere visto come volontà di conservare il potere, di far permanere lo stato delle cose in un cristallo sempre eguale.
Quindi Urano è brama maschile, incapace di pensare al tradimento della moglie sottomessa, Crono è politica e conservazione del potere, Zeus è arguzia e astuzia.
Zeus, inoltre, è diverso dal padre in quanto quest’ultimo esercitava una specie di dispotismo, ben diverso dal sistema di uguaglianza e di alleanza tra pari (in cui, comunque, Zeus viene eletto primo) che suo figlio esercita durante il suo regno.
Quindi Zeus spartisce, in piena meritocrazia, gli onori e gli oneri degli dei. Anche a quei Titani restati neutrali egli garantisce continuità, invece di scacchiarli per rappresaglia.
Così fa con Oceano che continua a vegliare sulle frontiere esterne del mondo con la sua cintura liquida.
Della titana Ecate Zeus addirittura accresce i privilegi. Dea della Luna (e quindi prettamente femminile), è una divinità né celeste ma neppure terrestre, inserita in un mondo divino maschile organizzato. In questo contesto Ecate è un elemento di gratuità, di vaghezza. Può offrire e negare i suoi favori e, poiché non ha affiliazioni, non può essere ritenuta per questo legata a qualcuno. Mentre Zeus e Gaia regolano lo scorrere del tempo e conosco con un certo anticipo il futuro, Ecate è un fattore x, che permette al mondo di funzionare in modo un po’ più libero.

Quindi il regno di Zeus è creato, stabilito e stabile. Tuttavia anche egli sa che non sarà sempre al culmine della potenza, che i propri figli, come successe al nonno e al padre, nascono forti e potenti, che uno di essi potrà prendere il suo posto. Un modo di mantenere il potere è creare un sistema talmente forte, talmente sicuro da non poter essere minacciato da nessuno, per non essere detronizzato egli dovrà divenire un’incarnazione della stessa sovranità e, con questo, non temere alcun altro contendente.
Proprio a questo scopo egli, per rafforzare la sua posizione di regnante, stipula il matrimonio che vedremo nel capitolo seguente.

IV) Le astuzie del potere

La prima sposa di Zeus si chiama Meti (Metis). È la dea del Metis, l’astuzia, la scaltrezza, la capacità di prevedere. Metis è un titano, un’Oceanide, per la precisione.
Presto concepiscono un bambino e Zeus, subito, pensa al pericolo che corre di essere detronizzato. Per evitarlo egli capisce che non può avere Meti solo come compagna, ma che egli stesso deve divenire Metis e possedere così la scaltrezza per restare sovrano. Presto gli è chiaro che per divenire Metis deve averla dentro di sé, ingoiarla come faceva Crono con la sua progenie. Ma farlo non è facile, come molte divinità di acqua ella possiede il potere della metamorfosi. Zeus, quindi, decide di sfruttare quello che potrebbe essere uno svantaggio a suo favore: Le chiede di assumere diverse forme, prima potenti, poi la fa trasformare in una goccia d’acqua che egli, prontamente, ingoia.
Così Zeus ha fatto sua la Metis, ma anche la creatura che era nel ventre di Meti. Quando la gravidanza giunge a termine, la creatura preme per nascere dalla testa del padre, non potendo uscire dal ventre della madre.
È, a mio avviso, significativo che la creatura di Metis nasca dalla testa, sede del cervello e dell’intelligenza.
Zeus, in preda a un lancinante dolore alla testa, chiede aiuto a Prometeo ed Efesto. Essi accorrono con una doppia scura e colpiscono Zeus sul capo. Dal cranio aperto di Zeus nasce Atena, giovane vergine già bardata con armatura, lancia e scudo. Atena sarà la dea ricca di inventiva e di astuzia.
Con l’assunzione di Meti e con quel parto, Zeus è divenuto la Metis in persona: possiede astuzia e una viva prudenza. Niente potrà più sorprenderlo e il suo trono è quindi garantito nel tempo.

V) Madre universale e Caos

Terminata la guerra degli dèi, Gaia genera un nuovo figlio: Tifeo (anche detto Tifone).
Suo padre è Tartaro, colui che scorre alle appendici di Gaia.
Quindi quando i suoi nipoti hanno deciso di imprigionare nelle profondità (il Tartaro, appunto) la generazione precedente e di vivere su un monte, a stretto contatto con il cielo, Gaia con quella profondità genera un figlio, quindi si mette agli antipodi del cielo dove regna Zeus e i suoi compagni.
Qui ritroviamo il suo ruolo equivoco, frutto del suo stesso essere: madre universale che concepisce con Urano la stirpe degli dèi, che tutto vede e tutto prevede. Ma anche la terra nera, primitiva, figlia del caos primordiale. Gaia, come la terra stessa, è una creatura di luce e di buio. E i suoi nipoti hanno scelto unicamente la luce, il chiarore, la vicinanza al sole, ripudiando le tenebre dove imprigionano i loro padri.
Probabile che Gaia sia risentita di questo sistema di regnare, di questo modo di vivere che con il Caos, da cui tutto è nato, si separa nettamente. Forse per questo genere un figlio con Tartaro. Questo figlio rivoluziona il sistema che Zeus ha voluto creare. Tifone è un essere terrestre, quindi ctonio. Chton è la terra nel suo aspetto più oscuro e notturno, non la terra generatrice.
È una specie di animale che comprende aspetti umani e disumani assieme. Possiede cento teste di serpente, ognuna con una lunga lingua nera e con un paio di occhi da cui saetta una fiamma ardente.
Egli possiede una forza spaventosa, la forza del Caos inteso come stato primordiale. E una creatura del movimento, della mobilità, d’altronde è figlio proprio della stessa terra su cui egli si muove. E infatti non si ferma mai, sferrando colpi a destra e a manca. Una vera forza della natura.
Parla la lingua degli dèi, degli uomini e perfino quella delle bestie.
Egli è, in sintesi, una rappresentazione di tutto ciò che esiste sulla terra.
È chiaro che egli rappresenta il primordiale e che si dovrà scontrare con Zeus, sovrano della stabilità e della metis.
E se Tifone vincesse, la guerra preciterebbe di nuovo nel caos, che non sarebbe quello primordiale, ma una sorta di confusione generale delle cose.

VI) Tifone ovvero la crisi del potere supremo

Lo scontro tra Zeus e Tifone ha luogo e, in tutte le numerose versioni, sta di fatto che è sempre Zeus a uscirne vittorioso. In molte versioni è proprio la metis di Zeus o dei suoi alleati a vincere contro l’avversario, altre invece uno sfogo di forza bruta da parte di Zeus e del suo occhio fulminante. Sia la metis che l’occhio fulminante possono essere visti, a mio avviso, come le due armi più straordinarie in possesso del dio: da una parte l’astuzia, dall’altra un occhio onniveggente, capace di vedere tutto e punire ciò che al sovrano non aggrada.
Nonostante le numerose versioni dello scontro, permane sempre la stessa morale:
Una volta stabilito un potere che governa, sopravviene sempre una forza contraria capace di mettere in serio pericolo ciò che si era costruito e che appariva duraturo.
Ma dopo la sfida con Tifone una nuova minaccia si contrappone a Zeus, come vedremo nel capitolo che segue.

VII) Vittoria sui Giganti

I Giganti, per certi versi, sono simili agli Econtronchiri: essi rappresentano la forza fisica e l’ordine militare.
Essi nascono dalla terra, già adulti e armati (il simbolo del guerriero adulto).
Ma al contrario dei cento braccia, essi si chiedono perché non hanno loro stessi il potere, visto che rappresentano la forza delle armi, la violenza, il vigore del corpo e della giovinezza. Dapprima combattano, nella loro brama di guerra, tra di loro, poi decidono di dichiarare guerra agli dèi.
È una guerra apparentemente senza fine. Tutti gli olimpici (quindi non solo Zeus) attaccano e infliggono danni ingenti, ma i Giganti recuperano e tornano all’attacco. Il loro vigore è simbolo di una vita sempre rinnovata: la virilità guerriera. E poi sono a metà strada tra mortalità ed immortalità, quindi sono come ragazzi, dalla grande energia ma di cui non è decisa la posizione nel mondo.

VIII) I frutti effimeri

Per avere la vittoria contro questi Giganti, a metà strada tra mortalità ed immortalità, gli Olimpici chiedono il sostengo di un semidio, Eracle (Ercole). Figlio di Zeus e di una madre umana, egli non è ancora asceso all’Olimpo, quindi resta in parte umano. Dotato di grande potenza, Eracle fa grandi danni, ma ancora una volta la vittoria non appare certa.
Gli Olimpici scoprono che essi ricevono l’aiuto di Gaia: ella coglie delle erbe che crescono durante la notte e donano l’immortalità. In questo modo i Giganti non potranno mai essere sconfitti.
Di nuovo Gaia assume un ruolo ambiguo: ella non vuole che i suoi figli Giganti, nati dalla sua stessa terra già formati, vengano soppressi, bensì spera in una pacificazione tra le parti e in una loro accettazione. Ma Zeus, saputo della cosa, annienta tutti i fiori e, quindi, ai Giganti non è più dato modo di sopravvivere alle ferite inferte, quindi moriranno uno ad uno.
Da questi racconti diventa chiaro come la divinità non sia dono scontato, come essa sia generazionale e deve essere mantenuta con il nutrimento (l’ambrosia, l’erba immortale). Zeus offre questo dono ai suoi alleati, mentre lo nega a chi vuole prendere il suo posto.

IX) Il tribunale sull’Olimpo

Terminata la guerra contro i Giganti, il regno di Zeus si può definire come definitivamente instaurato.
Ma riassumiamo quanto accaduto, perché nella storia di questa mitologia viene mostrato come luce e ombra si fondano e confondano:
Perché potesse essere un mondo differenziato, Crono dovette mutilare Urano. E se da questo è nato il periodo dell’oro, all’apparenza pieno di gloria e immutevole, vi è da aggiungere che quest’atto di violenza ha generato sia Afrodite (che spunta dal mare) come anche le Erinni (la maledizione di Urano contro i suoi stessi figli).
E mentre molti figlia di Gaia sono simbolo di luce e democrazia, abbiamo visto come essa abbia anche generato Tifone e Giganti.
Non parliamo poi di Caos, che ha generato Notte e tutta la sua discendenza dai tratti malefici (la Morte, la Malattia, la Vecchiaia, etc.)
Ma anche un esempio di luce quale Afrodite contiene in sé dei semi bui: la travolgente lussuria, la potenza ammaliatrice del sorriso delle fanciulle.
È un mondo, quello della mitologia greca, dove i confini tra luce e buio sono molto labili.
Forse proprio per questo Zeus allontana dal mondo divino tutto l’oscurità, rilegando la violenza, la mortalità e la malattia al mondo degli uomini. Certo, ci potranno essere conflitti sull’Olimpo, ma la struttura è così organizzata, il regnante così saldo, che non sfocerà mai in guerra aperta.
Ma per evitare ogni evenienza, si crea un sistema per sfogare le dispute tra dèi: quando una disputa tra due dèi sta degenerando, viene organizzata una grande festa. A tale festa viene invitato sempre anche Stige, che porta con sé una brocca piena dell’acqua del suo fiume. I due contendenti spargono quindi il liquido per terra, poi entrambi giurano di non essere causa della disputa e che la loro ragione è quella giusta. È ovvio che qualcuno dei due mente. I due litiganti bevono quell’acqua e chi ha mentito cadrà in coma, in una specie di profondo letargo. Un immortale non può morire, ma restando così, in questo torpore, è come se perdesse tutti i privilegi divini. Al suo risveglio, il caduto non ha diritto né a partecipare ai banchetti degli dèi, tantomeno a nutrirsi dell’ambrosia necessaria a far rifiorire l’immortalità.
Anche questo è un modo per mostrare come Zeus ha ben salde le redini del suo regno, prevenendo dispute che potrebbero sfociare in guerre.

X) Un male senza rimedio

Tifone, vinto, è seppellito nel Tartaro, anche lui ivi rinchiuso come i Titani. Alcuni dicono che Tifone sia proprio sotto il sotto vulcano Etna.
Ad ogni modo Tifone, pur imprigionato, fa sentire la sua forza:
scosse telluriche, vulcano attivi, burrasche nei mari. Da esso sono nati venti violenti, diversi dai venti, rappresentati dalla stirpe divina di Noto, Borea e Zaffiro.
Quindi anche sconfitto Tifone fa sentire la propria forza sulla terra, la forza del Caos.
Ed è dimostrazione che bandendo il Caos dall’Olimpo gli dèi non l’hanno sconfitto, ma solo rimosso. Esso è presente come male senza rimedio che ricade sulle spalle dell’umanità.

XI) L’età dell’oro: uomini e dèi.

Ma cosa accade all’uomo mentre infuria la guerra degli dèi? La storia dell’umanità non inizia con la creazione del mondo, bensì la loro storia viene narrata solo quando Zeus è già insediato sull’Olimpo.
Ma facciamo un passo indietro, all’età dell’oro, durante il regno di Crono, prima che avvenisse la guerra tra dèi.
Gli dèi stanno principalmente sui loro monti, come l’Olimpo, ma dividono con gli uomini (i quali sono stati già creati) degli angoli di mondo.
In particolare dèi e uomini in questa prima fase della loro relazione si incontrano su una pianura vicino a Corinto, chiamata Mecone (Mekone). Lì essi si incontrano, banchettano in compagnia seduti alla stessa tavola e facendo feste comuni, con il sottofondo delle Musa che cantano la gloria di Zeus e le avventure divine.
Ciò sta a significare che ogni giorni in cui dèi e umani si incontrano è giorno di festa e felicità.
Mecone è una terra da cui tutto nasce spontaneo, non risente del cattivo tempo e delle stagioni.
Ricordiamo che è il tempo di Crono, dove tutto è immobile e fermo. E anche gli uomini (perché non sono ancora state create la donne, pur se la femminilità è rappresentata dalle dee) non invecchiano, né cadono malati. C’è chi dice che anche gli uomini siano frutto di Gaia e che di diritto godano dei privilegi degli dèi.
Non vi era morte, semplicemente dopo centinaia di anni vi erano uomini che cadevano addormentati e semplicemente sparivano. Non vi era morte perché non vi era ancora nascita: senza donne non nascono bambini e senza nascita non inizia il ciclo della vita che si conclude con la morte.
Non vi era lavoro: a Meconte non si lavorava la terra perché ogni mattina era già pronta una tavola imbandita.
Ma finita la guerra tra dèi inizia la vera storia dell’umanità. I dèi si staccano dagli uomini, inizia a scorrere il tempo.
È terminata l’età dell’oro, inizia la spartizione del mondo divino, la quale coinvolgerà, chiaramente, anche l’umanità.