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giovedì 27 settembre 2012

"l'oro, la falce, il mutevole specchio"

Ragazzo bello, che del tempo reggi

l’ora la falce il mutevole specchio

che al declino t’espandi , appassendo

gli amanti, mostri come dolce cresci –

se Natura, signora di ruine,

mentre avanzi, all’indietro t’attira

è sol per questo, a vantarsi di vincerla

sul tempo e il lancinante attimo uccidere.

E tu, diletto ai suoi favori, témila:

tener può il suo tesoro, non per sempre;

il richiamo, pur tardo, udir dovrà

e, al chiudere i conti, ti consegnerà.

domenica 6 maggio 2012

123.

No, non ti vanterai, tempo, ch’io muti:
la forza delle tue nuove piramidi
per me nulla ha di nuovo o sconosciuto,
non son che veste di passate immagini.
I nostri giorni son brevi, e ci invogliano
i tuoi spettacoli d’oggi, già antichi;
pensarli amiamo foggiati per noi,
non riconoscerli in cosa già udita.
Ma io do sfida ai tuoi registri e a te,
l’ieri e l’adesso del pari sprezzando,
che il presente e le tue memorie mentono,
dalla tua furia fatti vili o grandi.
         Né tu né la tua falce impedirete -
         questo sarà – ch’io tenga fede sempre.
 William Shakespeare

martedì 3 gennaio 2012

"Meglio esser vile che apparirlo"

Meglio esser vile che apparirlo
se, quando non lo sei, d’esserlo hai traccia
e perso è il piacer giusto cui fai stima
non quel che senti, ma lo sguardo d’altri.
E perché d’altri gli occhi  impuri, falsi,
saluteranno il mio sangue irruente
o della mia fragilità più fragili
spie spregeranno quel ch’è buono a me?
No, io sono quel che sono, e chi fa scandalo
dei miei eccessi va contando i suoi.
Io dritto e torti son loro, magari,
non mi riguarda il loro pensare immondo:
         a men che un tal danno comune affermino;
         malvagio è ogni uomo, e nel suo male regna.
William Shakespeare

mercoledì 16 novembre 2011

"la morte non potrà staccare il tuo ricordo"

Che viva io a farti l’epitaffio
o tu al mio corpo sfatto sopravviva,
di qui la morte non potrà staccare
il tuo ricordo, se si sperda il mio.
Di qui il tuo nome avrà vita immortale
anche s’io vado e sarò morto al mondo:
una tomba qualunque mi daranno,
tu in occhi d’uomo giacerai sepolto
e monumento è il mio verso gentile
che leggeranno occhi increati ancora,
ti chiameranno ancor non nate lingue
quando chi oggi respira sarà polvere.

Vivrai – tal forza ho – proprio ove il respiro
spira di più, nelle bocche dei vivi.

sabato 14 maggio 2011

"Dai limiti del mondo fino a te"

Se pensier fosse la mia carne stanca
l'empia distanza non m'arresterebbe,
saprei arrivare, gli spazi annientando,
dai limiti del mondo fino a te.


William Shakespeare

sabato 29 maggio 2010

I sonetti - 42

That thou hast her, it is not all my grief,
And yet it may be said I loved her dearly;
That she hath thee is of my waling chief,
A loss in love that touches me more nearly.
Loving offenders, thus I will excuse ye:
Thou dost love her, because thou know‘st I love her,
And for my sake ev’n so doth she abuse me,
Suff’ring my friend for my sake to approve her.
If I lose thee, my loss is my love’s gain,
And losing her, my friend hath found that loss;
Both find each other, and I lose both twain,
And both for my sake lay on me this cross.
But here’s the joy, my friend and I are one;
Sweet flatt’ry, then she loves but me alone.

sabato 13 febbraio 2010

I sonetti - 28

Come tornare allora ai dì felici
se m’è negato del riposo il bene,
se opprime il giorno e la notte nemica
non reca pace, anzi l’un l’altra preme
e, sebbene avversari, in patto aperto
si stringono le mani per sfinirmi
con le fatiche l’uno, l’altra in gemito,
ché più e più lungi da te m’affatico.
Io dico al giorno che per lusingarlo splendi,
e l’adorni se annuvola il cielo,
e alla notte insinuo che,
se gli astri s’abbuiano,
fai tu d’oro la sera.
Ma più tende ogni giorno il mio patire,
crescerlo par la notte, senza fine.

sabato 9 gennaio 2010

I sonetti - 25.

Chi è nel favore delle stelle,
vanti pubblici onori
e titoli orgogliosi -
io, cui nega Fortuna un tale ammanto,
godo non visto di quel che più onoro.
Dei grandi i favoriti aprono le foglie
quale calendula al sole si schiude,
ma il loro orgoglio è in loro già sepolto:
un corruccio - e nel colmo son perduti.
Il guerrier faticoso, in armi celebre,
dopo vittorie a mille
a un primo smacco
dal libro dell'onore si scancella
e quel s'oblia per cui tanto ha pensato.
Felice me che riamato amo
dove né io né altri può staccarmi.