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mercoledì 20 marzo 2013

L'attore è un guerriero lucido e attento

Il teatro di Pippo Delbono
3. L'attore è un guerriero lucido e attento

Dopo la morte di Vittorio, Pippo Delbono sente la perdita di un amore durato 10 anni. Si butta completamente nel teatro, all’inizio sotto la guida di Pepe Robledo.
Pepe era scappato dall’Argentina, dove faceva parte di un teatro “rivoluzionario”, sia nel senso politico, che da un punto di vista di linguaggio teatrale. È grazie a Pepe che conosce il teatro Odin in Danimarca.
Pippo si reca in Danimarca, a studiare con loro.
Se prima si sentiva un attore esperto, il contatto con il teatro danese lo obbliga a rivalutarsi:
Da buon apprendista, inizia la giornata alle 7 del mattino, con lunghi training fisici e di acrobatica, oltre a dover far da mangiare per tutti e svolgere varie mansioni domestiche.
Ricorda Pippo: “(..) lì funzionava così, un allievo non imparava soltanto l’arte dell’attore, ma fa tante cose anche molto concrete, pratiche. Solo dopo ho capito che anche questo mi ha insegnato molto su quanto anche il lavoro artistico sia un lavoro umile che ha a che fare con la fatica, con la concretezza anche materiale delle cose.”
Con il teatro Odin, Pippo viaggia per gran parte dell’Europa.
Egli ricorda quei tre anni di formazione come “un lavoro non psicologico, ma sulla coscienza, sulla lucidità dello stare in scena.”
Durante i training, gli allievi danzano nel silenzio, imparano i principi drammatici (il ritmo, il suo cambiamento, le direzioni nello spazio, le perdite di equilibrio e i salti, la danza degli occhi). Imparano tutti principi fisici, non psicologici.
“Nel training ti allenavi a diventare un guerriero lucido e attento.”
Anche sulla scena, l’attore è quindi completamente attento al ritmo e alla cadenza, così concentrato sul suo corpo e quello che gli accade attorno, da non permettersi di lasciarsi deviare psicologicamente, affinché possa restare lucido e attento ad ogni particolare della scena.
L’attore si costruisce una “mappa fisica” di gesti, che, con la ripetizione, si affinano e divengono più precisi, dettando il ritmo della scena.
“Nella vita le emozioni, le azioni hanno un ritmo; l’ansia, il dolore, la rabbia, l’attesa. Tutto ha un ritmo che cambia sempre.  È quel ritmo che mi interessa.”
Il cardine nel lavoro di attore, secondo Delbono, è la sincerità: non bisogna “essere personaggio”, bensì togliersi qualsiasi maschera e seguire il ritmo dell’azione. 

martedì 19 marzo 2013

L'umiltà del lavoro artistico

Pippo Delbono sul suo apprendistato presso il Teatro Odin danese:
(..) lì funzionava così, un allievo non imparava soltanto l’arte dell’attore, ma fa tante cose anche molto concrete, pratiche. Solo dopo ho capito che anche questo mi ha insegnato molto su quanto anche il lavoro artistico sia un lavoro umile che ha a che fare con la fatica, con la concretezza anche materiale delle cose.

martedì 17 luglio 2012

Dalla necessità di una rivolta nasce un viaggio

Il teatro di Pippo Delbono
2. Dalla necessità di una rivolta nasce un viaggio



Pippo Debono nasce il 01.06.1959 a Varazze (provincia di Savona), inizia a studiare teatro al liceo, ma non riesce, poi, ad accedere alla Scuola del Teatro Stabile di Genova; quindi s’iscrive alla facoltà di Economia e Commercio.
Aveva seguito le medie in un collegio gestito da preti, soffrendo soprattutto del rapporto con il sesso.

Il liceo, almeno all’inizio, lo porta a mascherarsi sempre più, a cercare di somigliare a quello che viene definito un “bravo ragazzo”. Anche se negli anni ’70 la politica era al centro dell’attenzione, Delbono non se ne cura, non prendendo parti. Poi, a 18 anni, conosce Vittorio.

Lo incontra, come narrerà poi anche nel suo spettacolo “Il tempo degli assassini”, in un bar: “un giovane che stava bevendo una bottiglia di birra (…), molto elegantemente”

Delbono inizia ad esprimere la sua diversità profonda, soprattutto in campo affettivo e sessuale, rispetto a quella che alcuni chiamano “normalità”.Sempre più insofferente verso la borghesia e convenzioni, inizia un viaggio, durato 10 anni, nella trasgressione, tra moto, musica, droga e poesia.
Delbono avverte subito la voglia di viaggiare, spingendosi, con amici fidati, in vespa fino in Inghilterra, in Marocco e in Turchia (viaggio che farà nei suoi 17 anni). Ma, principalmente, con lui c’era sempre Vittorio.
Partivano senza programmare: facevano lo zaino e si assentavano il giorno dopo per un mese o due.
 
Il rapporto con Vittorio Delbono lo descrive come un’amicizia fortissima, piena di amore e odio mescolati assieme.
E anche se Vittorio lo introduce al sesso, alla zuffe e alle droghe, Delbono non lo segue quando l’amico inizia a bucarsi.
Era come se Vittorio avesse bisogno sempre di “stare fuori”, bisogno che Delbono condivideva solo in parte.
Intanto Delbono inizia a studiare teatro alla Scuola di Teatro di Provincia, seguendo una passione che lo rincorreva da tempo, lì conosce Pepe e ne rimane subito affascinato.
Vittorio, invece, non s’interessa affatto di teatro.
A parole (ma solo a parole) non impedisce all’amico di fare teatro (e di rimanere, così, a contatto con Pepe), ma, ad esempio, accade che gli nasconda il portafogli per impedirli di partire per un laboratorio teatrale.
Vittorio muore nell’estate del 1983: dopo un incidente con la moto (la moto gliela aveva prestata lo stesso Delbono dopo che l’amico aveva insistito molto), Vittorio finisce in coma.
Delbono, ancora residente a Varazze, ogni giorno si fa 40 km solo per andare a trovarlo.
E se Delbono stesso definisce Vittorio come un angelo violento, anche se ammette di parlare spesso solo delle esagerazioni del suo caro amico, chiarisce bene che tra loro vi era un rapporto profondo, con mille risvolti positivi e pieni di luce.
Delbono vede in Vittorio l’inizio della strada, quello che ha falciato il prato con violenza, affinché egli potesse poi percorrere il cammino. Forse non con la stessa violenza dell’amico, ma una strada verso la quale era più portato rispetto a quella della sua precedente vita.

lunedì 12 dicembre 2011

Il teatro di Pippo Delbono - "Forse ritrovo lì la mia anima"

Il teatro di Pippo Delbono
"Forse ritrovo lì la mia anima"



A Pippo Delbono piace viaggiare molto.
Durante un viaggio può capitare di trovarsi in situazioni molto diverse da quelle abituali, a volte anche drammatiche. Durante un viaggio non si può mai avere una certezza.
A Pippo piace proprio buttarsi in mezzo alle situazioni (e anche un po’ perdersi). Se all’inizio si da degli obiettivi, come visitare determinati luoghi, spesso, quando è solo, finisce a lasciarsi guidare dalla situazioni, scoprendo dei luoghi affatto ordinari, che portano a provare sensazioni e impressioni fortissime.
Nel 1998 Pippo si trovava a Bali e ha assistito ad un funerale.
Ma questa volta non si trattava di un caso, era un evento organizzato. Lui e gli altri del gruppo di turisti vengono portati a poca distanza in automobile dall’albergo, in uno slargo dove era stato allestito un altare. Scesi dal pullman, è stato loro detto di sedersi e di aspettare.
Sono rimasti lì per quasi due ore e mentre sembrava che non stesse accadendo nulla, in realtà, a tratti, qualcosa succedeva: qualcuno arrivava e collocava la foto del morto sull’altare, delle donne portavano dei frutti, alcuni abitanti del posto uscivano di casa e si sedevano davanti alla soglia. Era un ritmo lento, dilatato.
Poi, all’improvviso, arrivano portantini e donne con gli abiti colorati. Il morto viene portato fuori di casa, con i familiari a seguito. Qualcuno si siede sul cadavere, come a voler impedire che si possa muovere. Iniziano a muoversi tutto, sempre più rapidamente, e Pippo e gli altri turisti si ritrovano a correre dietro al corteo.
E poi, durante il tragitto, la gente ha cominciato a ridere, a giocare con il morto, a tirarsi del fango. Non era più come essere a un funerale, tanto che Pippo, a un certo punto, ha dimenticato che c’era un cadavere tra loro: appariva come una festa.
Infine sono arrivati alla fine del corteo e l’atmosfera è cambiata nuovamente: Davanti a dove il cadavere sarebbe bruciato tutto era calmo. Una donna andò ad abbracciare il cadavere, avvolto in una serie di stuoie di iuta. Poi hanno iniziato a srotolare le stuoie e, infine, il cadavere è stato fatto bruciare.
A Pippo rimase impresso lo sguardo dei bambini del posto, che guardavano le fiamme che salivano dal morto come fossero luci di un luna park.
Pippo porta sempre qualcosa con sé dai suoi viaggi: quanto lo commuove profondamente lo porta via e lo mette nel suo lavoro di teatrante. Ma non si tratta di mettere in scena rituali o danze, bensì di qualcosa di più profondo: In qualche modo io rubo l’anima. O forse ritrovo lì una mia anima.