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sabato 13 aprile 2013

Nascosto

La mitologia greca secondo J.P. Vernant

7. Nascosto


Ulisse rimane unico sopravvissuto del suo equipaggio.
Naufrago, attaccato ai relitti della sua nave, vaga per giorni prima di approdare sull’isola di Calipso, un’isola separata dal mondo terreno e divino da un mare immenso. È sulla spiaggia, dove Ulisse approda, che Calipso lo trova e lo prende con sé.

Ulisse resterà con Calipso per anni.
Ma il tempo non ha importanza, in quanto si trova in un non-spazio, in cui tutto perde significato.
Lui e Calipso, unici abitanti dell’isola, si lasciano ad andare ad una lunga storia d’amore.
Calipso, il cui nome deriva dal greco kalyptein (nascondere), nascosta in uno spazio fuori da tutto, come lei nasconde Ulisse dallo sguardo di tutto.
E Calipso, un essere divino, propone ad Ulisse di divenire egli stesso un dio, affinché sia immortale e possa restare per sempre con lei.

Nascosto per così lungo tempo, Poseidone non pensa più a colui che ha maledetto con tanta intensità, lasciando la dea Atena libera di intercedere a favore di Ulisse con Zeus, il padre degli dèi.
Si reca da lui mentre Poseidone è partito per un lungo banchetto con gli Etiopi, creature mitiche eternamente giovani.
Atena perora la causa di Ulisse, unico tra tutti i greci a non essere ancora tornato a casa dopo la guerra di Troia.
Zeus, complice anche l’assenza del fratello Poseidone, concede il suo benestare.
Incarica Hermes di convincere Calipso a lasciare andare il suo prigioniero volontario.
Hermes comunica l’ordine del padre degli dèi a Calipso, la quale obbedisce. “Eppure siete gelosi, voi dèi. Il solo pensiero che una dea abbia scelto un compagno umano, che voglia che lui resti con lei, va oltre la vostra limitata comprensione.”
Hermes non aggiunge altro e se ne va.
Nel frattempo, Ulisse era salito su un monte e lì aveva pianto tutte le lacrime per le traversie subite.
Anche se si affaccia la possibilità di essere divino, lui rimpiange la sua vita passata, sua moglie, suo figlio, che ancora non ha conosciuto, e il suo paese.
Ulisse scende dal monte e parla con Calipso.
Deve scegliere cosa fare.
Non è solo la nostalgia a farlo riflettere.
Calipso glì offre di divenire un dio in un non-spazio nascosto. Dovrebbe restare in eterno, in giorni che siano simili l’uno all’altro? Non sarebbe, quindi, essere come Achille, un’ombra che vaga in eterno?
Ulisse decide di tornare a casa, di vivere la sua vita mortale fino alla fine. Inoltre egli è l’Odissea: rinunciare a portare a termine il viaggio sarebbe come rinunciare ad essere se stesso.
Calipso acconsente e, insieme, costruiscono la zattera che porterà Ulisse lontano dall’isola di Calipso.

giovedì 30 agosto 2012

Ulisse: il maledetto

La mitologia greca secondo J.P. Vernant

6. Ulisse: il maledetto




La guerra di Troia è terminata, i greci hanno vinto, anche grazie alla famigerata intuizione di Ulisse: Il cavallo di Troia.
Ora la nostra attenzione si sposta su colui che compirà uno dei viaggi più lunghi, di cui più si è discusso: L’Odissea
Terminata la guerra, Ulisse freme per partire. Non è l’unico, con lui c’è anche Menelao. Di idee diverse il fratello Agamennone, il quale si ferma a Troia per rendere onore ad Atena, dea della saggezza che ha favorito la loro vittoria.
Ulisse quindi parte con la sua flotta di 12 navi, sulla sua stessa imbarcazione si è fermato anche Menelao. I due, dopo poco tempo, hanno un diverbio e Ulisse ritorna a Troia per unirsi ad Agamennone.
Ulisse quindi lo attende e lo riparte con lui, ma, appena inizia il loro viaggio, una tremenda tempesta disperde la flotta, isolando quella di Ulisse.
Terminata la tempesta, Ulisse sbarca in Tracia, nel paese dei Ciconi. Riceve un’accoglienza ostile e decide di conquistare la loro città, Ismaro, uccidendo la maggior parte degli abitanti. Questa “abitudine” di uccidere i vinti era prassi comune di molti eroi greci.
Ulisse lascia vivo Marone, sacerdote di Apollo, il quale, in segno di riconoscenza, gli lascia numerosi orci di un vino straordinario.
Al termine della conquista, i greci risalgono sulle navi, in attesa di ripartire il giorno dopo.
Ma Ulisse ignorava che ci fossero anche Ciconi nell’entroterra, i quali attaccano i greci durante la notte, mietendo numerose vittime e obbligandoli a una brusca fuga.


I) Verso il paese dell’oblio


Ulisse, con l’equipaggio superstite, si rimette in viaggio per Itaca. La destinazione si fa sempre più vicina, ma, quando ormai il suo paese è visibile a occhio nudo, una terribile tempesta si abbatte su di loro. Durerà sette giorni e farà ritrovare Ulisse e i suoi compagni in luoghi sconosciuti.
Quello che i viaggiatori ignorano, è che hanno superato un velo simbolico, che separa l’umano dall’esoterico: i luoghi che si apprestano a visitare appartengono al non-umano. Ulisse incontrerà esseri (come Circe) che si nutre di ambrosia, il nettare degli dèi, o esseri terrificanti come i ciclopi.
Dopo la tempesta, Ulisse e i suoi scorgono una costa. Attraccano e vengono ben accolti dai Lotofagi, indigeni dalle sembianze umane ma che si nutrono del loto e, in quanto tale, soggetti a un continuo oblio che annulla la loro memoria, facendoli vivere in un’esistenza nebbiosa.
Le staffette che hanno esplorato la prima parte dell’isola, quelli che per primi hanno avuto contatto con i Lotofagi e hanno assaggiato le loro pietanze, si rifiutano di partire, immemori di quanto sia loro accaduto durante la perlustrazione. Non hanno memoria, non hanno progetti, vogliono solo restare lì, in quell’isola.
Ulisse li imbarca a forza sulla nave e riprende in fretta il viaggio.
Il primo luogo che Ulisse visita nella sua Odissea è, quindi, un luogo di oblio: nell’oblio tutto si confonde, per far restare solo il presente. Quindi anche il ricordo della casa che aspetta si fa lontano e poco allettante.
L’isola dei Lotofagi diviene il simbolo di quello che sarà questo viaggio: cercare di sfuggire alle tentazioni che possano portare lontani da casa, dalla rota che ci si era fissati.


II) Nessuno e il Ciclope


Dopo essere scappati dall’isola dei Lotofagi, i marinai si vedono avvolti da una fitta nebbia. Riescono a scorgere a fatica un isolotto e lì vi approdano, completamente avvolti dall’oscurità.
Da un’altura vedono gli abitanti dell’isola: i giganteschi ciclopi, dotati di un solo occhio enorme. Ulisse cerca un rifugio, un luogo sicuro dove trovare provviste: messa a sicuro la barca in una baia nascosta, con dodici uomini si avventura nell’isola, trovando una grande grotta.
Si trovano così in un rifugio pieno di greggi e formaggi. E se i suoi compagni lo esortano a razziare il possibile e fuggire, Ulisse s’intestardisce nel rimanere: lui vuole vedere, vuole conoscere il proprietario di quella grotta.
Si aggiunge una nuova sfaccettatura al carattere di Ulisse: non solo l’uomo che deve ricordare il suo passato, ma anche l’uomo che deve vedere, provare esperienze.
Non devono aspettare molto che il ciclope ritorna, scovandoli. Si rivolge ad Ulisse, il meno spaventato, chiedendoli il suo nome e da dove viene.
Ulisse omette di avere ancora un’imbarcazione, dice di essere un naufrago con i compagni, che chiede ospitalità.
Al ciclope non interessa la richiesta: prende due dei marinai, li sbatte contro il muro, fracassandone la testa per poi mangiarseli.
Ulisse cerca di trovare una soluzione, una via di scampo: la grotta è chiusa da un enorme masso che nemmeno tutti i suoi compagni potrebbero spostare.
Passano le ore e il ciclope divora altri due uomini.
Ulisse passa una notte tremenda, seguita da un’altra giornata orribile, con altre quattro morti: due al mattino e due alla sera.
Chissà se pensa al fatto che la sua curiosità ha portato alla morte la metà del suo equipaggio? Quanto è legittimo che costi il sapere?
Pian piano comincia a balenarli un piano: Vedendo il ciclope sazio, deduce che, stavolta, possa essere più ben disposto a parlare. Scopre così che il gigante si chiama Polifemo (persona di grande appetito e con una gran voglia di parlare), ma quando questi gli chiede il suo nome, egli risponde di chiamarsi Outis, ovvero Nessuno.
La scelta non è ovvia solo per un motivo:
La sillaba Ou di questa parola esprime, come anche la sillaba Me, una negazione, quindi sono sillabe che possono equipararsi.
Praticamente è come se Ulisse dicesse di essere Nessuno (Outis) e Metis (Astuto).
Egli, è, in fatti, l’astuto, colui che sa cavarsela in ogni situazione e che a essa si adatta.
Polifemo comincia ad interessarsi a lui, promettendoli di mangiarlo per ultimo.
Per ringraziarlo, Ulisse gli dona del vino (quel vino straordinario ricevuto da Marone dell’isola dei Ciconi). Polifemo, ebbro di vino e di cibo, si addormenta. Ulisse ha così il tempo di far arroventare sul fuoco della caverna un grande palo di ulivo, che, con i suoi compagni, taglia con cura, appuntendolo.
Terminata l’opera, il ciclope è ancora addormentato: Ulisse, con l’aiuto dei compagni, conficca il palo incandescente nell’occhio di Polifemo, accecandolo.
Polifemo si sveglia urlando dal dolore. Gli altri ciclopi accorrono, stanno per togliere il masso dalla caverna:
“Cosa ti succede”?
“Mi stanno uccidendo!”
“Chi?”
“Nessuno!”
I ciclopi, smarriti, se ne vanno, convinti che Polifemo stia delirando: come può qualcuno venir ucciso da nessuno?
Intanto Ulisse si prepara ad uscire dalla grotta: ogni membro dell’equipaggio si lega con delle verghe di vimini sotto il corpo di uno degli animali di Polifemo e quando questi sposta il masso, facendo uscire il gregge, i marinai possono passare senza che Polifemo, toccando velocemente il bestiame, possa accorgersi della loro presenza.
Appena usciti dalla caverna, i marinai scappano verso la baia, dove li aspettano i loro compagni, rimettendo in mare l’imbarcazione.
Ulisse vede Polifemo su un’altura che, furioso, lancia sassi alla cieca giù per la scogliera.
Egli non sa resistere:
“Se qualcuno ti chiede chi è stato ad accecarti, digli che è stato Ulisse!”
E questo sarà il secondo errore che il, solitamente, scaltro Ulisse compie sull’isola dei ciclopi: non è più protetto dall’anonimato, ora il suo gesto ha un nome da associare e Polifemo, figlio del dio dei mari Poseidone, indirizza la sua ira verso quest’uomo, di cui ora conosce il nome e lo maledice:
Che Ulisse patisca mille sofferenze prima di tornare a casa, che rimanga solo, con i compagni morti e la nave distrutta. E se dovesse davvero arrivare a Itaca, che sia come sconosciuto, non come persona il cui ritorno venga festeggiato.
Poseidone ode la maledizione del figlio e la accoglie, lui, uno degli dèi più potenti dell’intero Pantheon greco, colui che domina l’acqua e gli oceani.
E quindi Ulisse, che ha condannato all’oscurità Polifemo, da questi sarà a sua volta condannato a una vita nelle tenebre, sempre più vicina all’oblio, alla solitudine e alla sofferenza.


III) Venti capricciosi


Ormai persi, Ulisse e i suoi giungono sull’isola di Eolo, dio del vento. Egli vi abita unicamente con i suoi famigliari, senza contatti col mondo esterno, tutti coinvolti in relazioni incestuose.
In qualità del dio del vento, egli governa gli elementi che possono aprire, ma anche sbarrare, le vie di un marinaio.
Eolo accoglie bene Ulisse e da lui richiede (e riceve) notizie sul mondo esterno. Tanto il viaggiatore entra nelle sue grazie che egli gli regala un otre, non contenente vino, bensì dei venti speciali, che aiuteranno Ulisse nel suo ritorno a casa. Ma lo avvisa: il contenuto è da versare con cura, i venti possono essere capricciosi quando fuori controllo.
Ulisse, felice, lo ringrazia e riparte allegramente. Segue i consigli del dio del vento e presto la sua nave si ritrova a poca distanza da Itaca. Ulisse si rilassa e si fa cogliere dal sonno. I suoi marinai, mentre egli riposa, decidono di vedere cosa contiene l’otre, memorid dell’ottimo vino di Marone. Aprono il tappo senza pensarci e i venti fuoriescono, portando lontano la nave, di nuovo in terre sconosciute, di nuovo nel non-umano.
Ulisse si sveglia e s’infuria con i suoi. Invoca Eolo, gli chiede una seconda possibilità, spiegando l’accaduto, ma il dio rifiuta:
“Devi essere stato maledetto da qualcuno di potente se qualcosa di simile è potuto accaderti.”
Ancora una volta l’oblio (stavolta il sonno) minaccia il ritorno a casa di Ulisse, seppure questi fosse riuscito, grazie alla sua sagacia e parlantina, a trovare un rimedio.
E qui il racconto (in questo caso quello narrato da Ulisse) diviene merce di scambio gradita, la cortesia d’intrattenere qualcuno che vive da eremita porta a ricevere benevolenza e doni sorprendenti.
Come se il racconto del mondo fosse un bene prezioso, da condividere con spontaneità.


IV) I divoratori


Di nuovo in viaggio, Ulisse e i suoi approdano all’isola dei Lestrigoni.
Stavolta Ulisse fa tesoro della sua esperienza: invece di lasciare la sua barca in quella che sembra un porto, si ferma in una baia discosta e fa esplorare l’isola da alcuni marinai.
Questi presto incontrano una donna dalle dimensioni immensi, una matrona molto più grande di loro. Li accoglie con loro:“Venite con me, mio padre, il re, vuole conoscervi e donarvi ciò di cui avete bisogno.”
Seppur sospettosi, i marinai, allettati dalle offerte, la seguono, ma appena giunga al cospetto dell’enorme re, questo ne afferra uno e se lo divora. Gli uomini inorriditi scappano, riescono a giungere nei pressi della nave, urlando ai compagni che bisogna fuggire. Inseguiti dagli enormi abitanti del villaggio, vengono però presi, come se questi aspettassero il momento di vedere dove fosse riparata la nave da cui erano giunti.
Solo Ulisse e le poche persone che erano rimaste sulla nave sopravvivono al massacro: chi aveva deciso di scendere non fa in tempo a mettersi in salvo.
Il nuovo può nascondere insidie, va approcciato con curiosità ma con cautela, in quanto non si sa cosa può attenderci dietro un angolo buio.


V) Colei che trasforma gli uomini in porci


I superstiti raggiungono l’isola di Eèa. In virtù delle passate esperienze, vengono prima mandati degli esploratori per ispezionare il luogo. Ovviamente stavolta i marinai sono restii e Ulisse fatica non poco a convincerli ad andare.
Gli esploratori giungono in una graziosa dimora, dove tutto appare normale. L’unica anomalia è la presenza di un gran numero di animali selvaggi nei pressi della casa, tuttavia molto docili, seppure vi siano anche lupi e orsa.
Bussano alla porta della casa e apre loro una fanciulla molto graziosa, che li invita ad entrare e offre loro da bere. Ma nella bevanda ella mescola un liquido che ha una magica proprietà: basta berne un goccio per trasformare un uomo in un maiale.
Ulisse, intanto sempre più preoccupato nel non vedere tornare nessuno, si reca egli stesso alla ricerca dei compagni perduti. Sul suo cammino si trova davanti il dio Hermes, che lo avvisa che delle magie della fanciulla, la quale porta il nome di Circe. Gli dona una radice nera che lo salverà dalla trasformazione.
Ulisse ritorna brevemente alla nave, per informare loro di cosa è accaduto. Seppure i compagni gli chiedano di scappare, egli, forse per il senso di colpa dovuto alle tragedie che ha fatto subire ai suoi uomini, decide ugualmente di cercare di salvare i dispersi.
Arrivato alla casa di Circe, Ulisse fa finta di nulla, accettando l’ospitalità e non mostrandosi in alcun modo reticente o sospettoso.
Circe offre anche a lui la bevanda, ma, vedendo che non sortisce alcun effetto, capisce che egli è l’uomo il cui arrivo aveva predetto grazie alle sue arti, l’uomo che resisterà ai suoi incantesimi.
Svelato il gioco, acconsente a far tornare umani i marinai e spiega ad Ulisse il perché del suo gesto: Vivendo solitaria sull’isola, ella voleva circondarsi di persone che sarebbero rimaste con lei e questo, purtroppo, era l’unico modo, in quanto i viaggiatori avevano sempre una meta a cui tornare.
I marinai, tornati uomini, si scoprono più giovani, più vitali, come se la traversia subita li abbia resi più forti.
Essi hanno subito una trasformazione che li ha allontanati, per un breve periodo, dalla condizione umana, restituendoli, quindi, alla loro forma con maggiore vigore, come dopo un profondo sonno ristoratore.
Ulisse, invaghito da Circe, decide di fermarsi del tempo con lei e chiama i suoi uomini a raccolta, facendoli sbarcare dalla nave. Gli uomini, inizialmente restii, dopo qualche giorno comprendono di non rischiare alcun pericolo e si godono la pace dopo le traversie subite. Tra Ulisse e Circe nasce una relazione appassionata.
Ma non può durare, anche perché i marinai, che, al contrario di Ulisse, possono avere solo riposo, chiedono di rimettersi in viaggio.
Circe comprende e da il suo consenso, dando preziose indicazioni all’equipaggio sulla prossima isola che li aspetta nel loro viaggio: il paese dei Cimmeri.
Una donna solitaria, la metafora della bella donna sedotta e abbandonata, a cui non bastano le doti femminili per far restare presso di sé gli uomini. Li trasforma quindi in bestie, che sa essere fedeli, trascendendo il desiderio fisico e vivendo con loro in un’armonia platonica.
Ed è forse con sollievo che si accorge che Ulisse resiste alla sua magia, un Ulisse non conquistatore, che si muove con cautela ma senza distruggere, capace di donarsi interamente a questa donna che ha bisogno di affetto .
Circe è quindi la maga che ricorre alle arti per necessità, perché incapace di svolgere i compiti che la società dell’antica Grecia aveva fissato per le donne: Essere di bell’aspetto, focose e ottime casalinghe. Come i suoi ospiti possono constatare, ella è cordiale come la migliore delle concubine, tuttavia resta fedele alla monogamia con il “suo”Ulisse.
Fa riflettere che sia proprio Hermes, dio dei viandanti e dei libri, ispiratore della parola, a offrire aiuto all’astuto Ulisse. Forse lo fa per vendetta, in una lunga faida che coinvolge la zia di Circe. Oppure, forse, perché in Ulisse vede il suo specchio umano.


VI) I senza volto


L’isola dei Cimmeri è il limite estremo tra la vita e la morte: i suoi abitanti non sono già più in vita, masse informi dai contorni non definiti, si muovono in gruppo.
Ulisse, prima di approdare sull’isola, prepara i riti consigliati da Circe, mischiando farina a sangue di ariete.
Per uno come Ulisse, per colui che non deve dimenticare, è forte l’emozione di vedere questo popolo di “nessuno”: senza volto, senza nome, gli abitanti dell’isola dei Cimmeri hanno perso la loro caratteristica personale, divenendo “non persone” ma esseri tutti simili, dai contorni fumosi.
La gloria, la fama, lì non hanno alcun valore: i senza volto sono dimentichi di tutto, non solo del loro nome, ma anche delle gesta di altri.
Appare Tiresia, l’indovina, a cui Ulisse consegna il sangue mescolato che ha preparato.
Ella ne beve e fa la sua predizione, dicendogli che farà ritorno a casa. Lo informa anche di ciò che accaduto ai suoi compagni di battaglia, tra cui la morte di Agammenone (una tragica storia di cui qui non ci dipingeremo).
Tra la folla dei senza volto, Ulisse, con fatica, riconosce dei volti di noti eroi, tra cui Achille.
Gli si avvicina e riesce a dargli un po’ di sangue.
Il sangue, la linfa della vita, riporta Achille alla ragione e al ricordo.
È amareggiato Achille, rimangia le sue parole sul morire giovani e nella gloria, perché la gloria postuma ha poco lavoro, quando si è solo un’anima costretta a vagare senza meta né ricordi.
Omero, quindi, con l’affermazione che fa compiere a uno dei personaggi cardini della sua Iliade, ne rivolta lo spirito in questa nuova opera che è l’Odissea. Quasi a voler dire che la gloria non ha importanza: ha importanza la vita e la sua celebrazione costante, rimandando il buio della morte il più a lungo possibile.
Ulisse, che tiene bene a mente le parole dell’amico, riprende il suo viaggio.
Ulisse sfiora, in questa tratta, la morte da vicino. Una morte che è nulla assoluto, senza consolazione. Che senso ha morire se poi non vi è nient’altro che dimenticanza e assenza? Allora meglio restare vivi, aggrapparsi alla vita anche con sofferenza: tutto è meglio del nulla.


VII) Resistere al canto delle sirene


C’è chi dice che i viaggiatori decidono di tornare brevemente a far tappa sull’isola di Circe, altri sostengono che Ulisse abbia continuato il suo viaggio direttamente dopo l’isola dei Cimmeri, ma ciò in cui tutti concordano è su un altro avvertimento che la maga aveva donato: Da dei consiglia di evitare il pericolo delle Rupi erranti, le quali non sono fissate al suolo marino e si aprono e si chiudono continuamente. Le rotte da prendere sono due, ed entrambi comportano il fatto di dover entrare in territori governati da mostri: Scilla (che sta su uno scoglio a picco sul mare e divora i marinai) o Carridi (mostro enormemente vorace che rischia di inghiottire l’intero equipaggio. Ad ogni modo Ulisse dovrà passare davanti all’isole delle sirene, le quali, con il loro canto, attirano i marinai che perdono la ragione, affogando nelle acque per arrivare a loro e le barche, non più governate, si schiantano contro gli scogli.
L’ingegnoso Ulisse trova un modo per evitare il loro canto, facendo indossare ai suoi uomini dei tappi fatti di cera.
Ma lui, colui che non vuol dimenticare, colui che deve vedere e sperimentare, si fa legare ad un albero della nave.
Giunti all’isola delle sirene, si leva presto il loro canto.
Ulisse si dimena come un forsennato, inebriato, pronto a raggiungerle, le corde lo trattengono a stento.
Le sirene promettono canti di gloria dedicati agli eroi e alle sue gesta.
Lunghi minuti passano finché il loro canto è lontano, solo allora Ulisse può tornare a ragionare.
Perché egli è stato succube del canto di donna che ammalia l’uomo con promesse (un altro stereotipo della cultura patriarcale). Ma non è solo l’erotismo a far tentare ad Ulisse di spezzare le corde, bensì anche la promessa di canti di gloria.
È quindi questo miscuglio di sesso e gloria che inebria l’eroe maschile, solleticando i suoi istinti: quello primordiale dell’accoppiamento e quello della ricerca di affermazione.
Nessuno può resistere, nemmeno la volontà di ferro di Ulisse, che si è dovuto far intrappolare, non darsi via di fuga, per resistere a una tentazione troppo grande.


VIII) Attento a ciò che mangi


Attraversato il canto delle sirene, Ulisse, tra due alternative terribili quali Scilla e Carridi, sceglie quello che ha meno possibilità di affondare l’intera nave: Scilla.
Passando dal suo territorio, tuttavia, Scilla riesce a sorprenderli, divorando alcuni marinai. Il loro numero è sempre più esiguo…
I viaggiatori giungono così a Trinachia, l’isola del Sole. Lì vivono delle mandrie divine e immortali, che non hanno bisogno di riprodursi.
Teresia aveva avvisato Ulisse in merito: non toccare quelle bestie, se anche uno di loro viene a contatto con uno dell’equipaggio, allora il rientro a casa diverrà praticamente impossibile.
Approdati all’isola, Ulisse mette bene in chiaro le cose: Le mandrie non vanno toccate in alcun modo; l’equipaggio deve servirsi unicamente del cibo a bordo. Le vacche, infatti, sono protette e guardate dal sole, che vede tutto, e la sua vendetta potrebbe essere terribile.
Ulisse vorrebbe fare solo una breve sosta, ma l’equipaggio, stremato nel corpo e nell’anima, si rifiuta. Ulisse acconsente a farvi permanenza, ricordando di mangiare unicamente le provviste date da Circe.
Pronti per salpare il giorno dopo, si abbatte una tremenda tempesta che impedisce loro di partire, obbligandoli a una lunga sosta. Tanto dura che le provviste iniziano a scarseggiare,; i risultati di pesca non riescono a calmare la fame dei marinai. Ulisse, nel frattempo, aveva deciso di visitare l’isola, addormentandosi profondamente su un colle.
L’oblio, quindi, ritorna in questo racconto:
L’oblio non è solo il dimenticarsi, ma è anche detto Notte, Notte che è padre della Fame (che attanaglia i marinai). Notte che è sinonimo di sonno, che avvolge lo stanco Ulisse.
In assenza del loro capo, i greci non sanno più trattenersi: alla vista delle grasse mandrie, decidono di mangiarne la carne, dimentichi (ancora l’oblio) o incuranti delle parole di Ulisse.
Ma le bestie sono immortali, persino macellati e arrostiti sul fuoco si sentono i loro lamenti.
È l’odore di carne cotta che sveglia Ulisse, il quale si precipita a controllare , osservando con tristezza l’immondo spettacolo e i terribili suoni.
I marinai non se ne curano: accecati dalla brama, divorano alcune bestie.
I marinai mischiano il sacro (le bestie divine, che, per quanto bestie, non sono soggette alle regole di allevamento umano, foss’anche solo perché sono immortali) e il profano (l’arcaico senso di caccia e nutrimento umano).
Ma loro non se ne curano, rimettendosi presto in viaggio non appena il tempo si calma.
Tremenda è l’ira del dio Sole che si reca da Zeus a raccontare il misfatto.
Zeus decide di intervenire:
Questi uomini hanno portato l’umano nel divino, notte/oblio nella terra del Sole.
Il padre degli dèi scaglia uno dei suoi potenti fulmini e incenerisce parte della nave.
Solo Ulisse sopravvive al fuoco e all’abbissarsi della nave e forse solo la sua enorme volontà gli permette di sopravvivere per lunghi nove giorni, in balia delle onde e aggrappato a un misero relitto.
Coloro che hanno infranto la barriera del divino ora giacciono sul fondo del mare, uccisi per la colpa di aver seguito istinti arcaici e non il buon senso.

lunedì 2 gennaio 2012

La guerra di Troia

La mitologia greca secondo J.P. Vernant
 
5. La guerra di Troia

I) La guerra di Troia
Più che concentrarsi sulla storia della guerra più famosa della letteratura, Vernant si vuole concentrare sulle cause e i motivi del conflitto.
Tutto inizia con il matrimonio di Peleo, re di Ftia in Tessaglia, e  di Teti,  la Nereide.
Il matrimonio si celebra sul monte Pelio, in Grecia, una montagna molto alta, uno dei pochi luoghi in cui la distanza tra umano e divino è raccorciata.
La sposa, Teti, è una delle cinquanta Nereidi, che con la loro presenza benigna giocano fra le onde del mare e ne popolano le profondità. In quanto divinità marine, fanno propria la proprietà dell’acqua, ovvero hanno sembianze fluide, in grado di trasformarle a loro piacimento.
Teti, quindi, possiede la dote della malleabilità, per certi versi simile al dono di metis (astuzia, conoscenza): la capacità di adattarsi alle situazioni.
Le Nereidi sono figli di Nereo, a sua volta figlio di Ponto, il Flutto marino generato da Gaia e Urano quando è nato l’universo.
La loro madre è Doride, figlia di Oceano, il fiume cosmico primordiale che cinge l’universo.
Grazie alle sue doti, Teti è una creatura incantevole e col suo fascino conquista il cuore di Zeus e Poseidone. Entrambi vogliono sposarla e si scontrano su questo. Poseidone, però, viene a sapere di una profezia: un ipotetico figlio tra Zeus e Teti sarebbe l’unico che potrebbe spodestare Zeus, proprio com’era successo allo stesso Zeus con il padre Crono (vd. capitolo 3).  Anche Zeus scopre il segreto, ma solo in seguito: si narra, infatti, che il prezzo della liberazione di Prometeo sia stato il svelare al padre degli dèi un segreto che lo concernesse e Prometeo, appunto, gli racconta di questa profezia.
Una discendenza tanto potente spaventa i due fratelli/contendenti, che preferiscono interrompere la loro corte e di fare in modo che questa discendenza straordinaria sia generata da un uomo piuttosto che da un altro dio.
Così preferiscono che a sposare Teti sia un umano, il sopracitato Peleo.
Dalla loro unione nascerà colui che sarà la somma di tutti gli eroi guerrieri della mitologia greca: Achille. Come vedremo, sarà una figura centrale di tutta la guerra di Troia.
                                    II) Il matrimonio di Peleo
Ma come hanno fatto gli dèi convincere Teti a sposare un umano? Nemmeno loro possono interferire in simili questioni (questioni anche di “abbassamento di rango”). Dovrà essere un umano, quindi, a conquistare la dea.
Peleo incontra Teti sulla riva del mare. Le parla, poi tenta di afferrarla per portarla con sé. Ma Teti è una creatura marina, capace di cambiare forma. Peleo conosce questa caratteristica, sa anche che per non farsela sfuggire deve abbracciarla stretta, con ambo le braccia, tenendo unite le due mani, qualsiasi cosa accada, qualsiasi forma ella assuma. Così Teti continua a trasformarsi, ma Peleo non la molla e lei, alla fine, esaurisce tutte le forme a sua disposizione, rimanendo nella sua forma di dea.
Si celebrano quindi le nozze, il loro matrimonio avviene sul monte Pelio, come detto un luogo che sancisce la vicinanza tra umano e divino. Sul monte risiedono anche i centauri, col torso da umani e il dorso da cavalli. Grandi saggi e abili strateghi, sarà proprio uno dei loro più illustri rappresentanti, Chirone, a essere tra gli insegnanti del giovane Achille.
Mentre le nozze vengono celebrate, arriva, non invitata, Eris, la dea della discordia, dell’odio e della gelosia. Anche lei, come tutti gli altri presenti, porta un dono. Il suo è un pomo d’oro, segno della passione che si prova per l’essere amato. Getta il pomo tra i regali e subito alcuni notano l’iscrizione sul frutto: “Alla più bella.”
Ed è proprio da quel pomo d’oro che nasceranno i semi che porteranno alla guerra di Troia, come vedremo più avanti.
Ma torniamo al matrimonio: è già particolare per essere un unione tra divino e umano, ma implica anche altro: allo stesso tavolo siedono archetipi opposti, come Ares, dio della guerra, e Afrodite, dea dell’amore e della bellezza. È un matrimonio in cui non si possono avvertire i contrasti tra figure iconiche e, seppure il matrimonio sia una celebrazione, assume, in questo caso, un’aria funesta.
                                    III) Tre dee e un pomo d’oro
Il matrimonio tra Teti e Peleo e passato, resta, però, il pomo d’oro con la sua insegna: “Alla più bella.”
A chi toccherà quel pomo? Chi è la più bella?
Non possono essere gli dèi a decidere, Zeus ha infatti ripartito i doveri e i compiti di ciascun dio. Una sua presa di posizione romperebbe l’equilibrio creato:
Se egli scegliesse Era parrebbe che preferisca sua moglie, se invece fosse Atena favorirebbe la figlia, mentre se nominasse Afrodite mostrerebbe di essere anche lui schiavo dell’Amore.
E se gli dèi non possono giudicare, allora lasciano scivolare questa responsabilità, ancora una volta, sull’essere umano.
La scena si sposta sul monte Ida, anch’esso un monte alto, come il monte Pelio, in cui l’umano e il divino sono vicini. È qui che i giovani eroi si formano, fanno il loro apprendistato, imparano ad essere guerrieri, lontani dalla civiltà.
Gli dèi decidono che sarà uno di questi giovani a scegliere la più bella e, specificamente, la loro scelta va su Paride, il più giovane tra i figli del re Priamo, regnante di Troia, grande città, ricca e potente, che si situa sulla costa nordoccidentale dell’Asia.
Prima che Ecuba, moglie di Priamo, partorisse il suo ultimo figlio, fece un sogno: invece di partorire un bambino, la sua progenie era una torcia che dava fuoco alla città di Troia. Interrogati gli indovini, presto viene chiarito che Priamo sarà colui che porterà Troia alla disfatta.
Si decide, quindi, di portare a termine la gestazione, tuttavia poi di abbandonare il piccolo alla morte, ma senza ucciderlo: un pastore porterà il neonato lontano dalla civiltà e lì lo abbandonerà. Per ironia della sorte, il pastore lo abbandonerà proprio sul monte Ida.
La pratica dell’abbandono del neonato era una pratica comune, in questi casi, tra gli antichi. Non è una condanna certa quella che viene emessa con questa decisione, infatti si lascia spazio alla sorte, la quale potrà decidere se il neonato vivrà o se, invece, dovrà morire.
Paride, infatti, sopravvive: trovato da un’orsa viene da esso nutrito e quindi saranno dei pastori a trovarlo a loro volta e quindi crescerlo tra loro, dandoli il nome “Alessandro”, ovvero “L’uomo che protegge/è protetto”.
Passano gli anni e proprio alla famiglia dove Alessandro è cresciuto viene chiesto di dare un dei loro tori, il quale verrà offerto in sacrificio proprio per commemorare, da parte di Priamo e Ecuba, la scomparsa del figlio. Alessandro/Paride è molto affezionato alla bestia e decide di scortarla personalmente a palazzo, sperando di riuscire a far cambiare idea ai propri sovrani. Arrivato in città, s’iscrive a un torneo di abilità per giovani, dove supererà tutti gli avversari.
Deifobo, un altro dei figli di Priamo, decide di non accettare la sconfitta per mano di un pastore sconosciuto e si prepara ad ucciderlo. Paride si rifugia nel tempio di Zeus, dove si trova anche la sorella Cassandra.
Cassandra, splendida vergine, aveva subito le attenzioni del dio Apollo, tuttavia gli si era rifiutata. Il dio, per vendetta, le aveva imposto  il dono della chiaroveggenza, ma insieme la maledizione che nessuno avrebbe mai creduto alle sue parole.
Cassandra riconosce nel giovane il proprio fratello e lo annuncia ai famigliari, che lo riconoscono grazie alle fasce che indossava quando era stato abbandonato. La storia, apparentemente, ha lieto fine: Paride viene reintegrato con tutti gli onori nella sua famiglia d’origine.
Paride comunque mantiene le sue abitudini da pastore, tornando, di tanto in tanto, sul monte Ida a pascolare il gregge.
È lì che Hermes, il quale ha avuto incarico da Zeus di regolare la questione della “più bella”, lo trova, accompagnato da Era, Atena e Afrodite.
Gli spiega la situazione, lo indica come il prescelto che effettuerà la decisione.
Il giovane è timoroso, indeciso, ma le tre dee tentano di forzargli la mano.
Dice Atena: “Se scegli me otterrai la vittoria in guerra e la saggezza che tutti ti invidieranno.”
Poi Era: “Se scegli me sarai re di tutta l’Asia.”
Infine Afrodite: “Se scegli me diventerai un seduttore senza uguali. Conquisterai il cuore della splendida Elena, della cui bellezza si parla in tutti i reami.”
Paride riflette, alla fine sceglie Afrodite e, con essa, la promessa di amare Elena.
IV) Elena: colpevole o innocente?
La bellissima Elena è figlia di Tindaro, uno spartano, e Leda, splendida figlia di Testio, re di Calidone.  I due, conosciutosi mentre Tindaro si era allontanato da Sparta per la situazione politica pericolosa di Sparta, s’innamorano e si sposano.
Ma Zeus, rapito dalla bellezza di Leda, decide di fare l’amore con lei. Così la notte di nozze tra Leda e Tindaro, dopo che i due hanno fatto all’amore, Zeus si unisce a lei sottoforma di cigno.
Da quella notte nascono quattro figli, provenienti sia da seme umano che divino: due maschi (Castore e Polluce) e due femmine (Elena e Clitennestra). E mentre Castore proviene dalla parte umana, Polluce è frutto del seme di Zeus e verrà, in età adulta, innalzato all’Olimpo.
Polluce, però, otterrà dal padre divino il consenso per una richiesta: molto legato al fratello, i due alterneranno il soggiorno all’Olimpo. Così, mentre Castore sarà sull’Olimpo, Polluce sarà nell’Ade, per poi invertirsi di posto a fasi alterne.
Clitennestra è la figlia umana di Leda: completamente nera, sarà poi lei ad avere un ruolo importante nell’uccisione di Agamennone, colui che sarà il vincitore della guerra di Troia. Ella, quindi, diviene la personificazione della vendetta.
Elena, invece, possiede il dono divino (sicuramente tramandato dal padre Zeus) un’aura di splendida bellezza e seduzione.
Ma Elena è una pedina nella guerra di Troia oppure innocente?
In alcune storie si narra che ella sia rimasta affascinata dal giovane Paride, dalla sua aria orientale, e abbia deciso di seguire i suoi sensi e abbandonare il marito, altre, invece, narrano di come sia stata rapita con la forza dallo stesso Paride.
Ma prima di queste storie, vi è la narrazione del primo matrimonio di Elena:
Elena, arrivata all’età di maritarsi, è davvero splendida. Tindaro decide di convocare tutta la “meglio gioventù” della Grecia per scegliere il futuro sposo. Ma, una volta riuniti tutti, non sa chi scegliere. Decide di chiedere consiglio all’astuto nipote, Ulisse, il quale gli dice di evitare malumori tra i pretendenti. Prima di scegliere tutti dovranno prestare un giuramento: Qualunque sia la decisione di Elena, tutti s’impegnano a rispettarla. Saranno quindi coinvolti in questo matrimonio e, qualora dovesse accadere qualche contrattempo, dovranno mostrarsi solidali con il futuro marito.
Tindaro segue il consiglio, i pretendenti prestano giuramento e Elena, quindi, pronuncia la sua scelta: Meneleao, re di Sparta.
Menelao e Paride si conoscono durante un viaggio di Menelao, dove egli riceve ospitalità dallo stesso Paride. Quando questi, in viaggio con Enea, si reca a Sparta viene dapprima accolto dai fratelli di Elena e quindi ospitato, come la cortesia conviene, dallo stesso Menelao. Nei primi giorni Paride non incontra Elena, pare, infatti, che in occasione di visite ufficiali, le donne di corte non fossero presenti agli incontri tra ospiti e reggenti. Ma poi Menelao deve allontanarsi per un funerale, lasciando il compito dell’ospitalità di Enea e Paride alla moglie.
Come abbiamo detto, non sappiamo con certezza se Elena si sia fatta circuire o se sia stata rapita, ad ogni modo sta di fatto che Paride la porta nella città di Troia.
Paride, quindi, è venuto meno al sacro vincolo del rispetto dell’ospitalità.
Menelao, tornato dal funerale, si precipita dal fratello Agamennone per annunciarli il tradimento di Paride ed Elena.
Agamennone, rimembrando gli accordi precedenti al matrimonio tra il fratello e Menelao, fa chiamare da Ulisse tutti gli ex-pretendenti per ottenere giustizia. La doppia colpa di Paride (adulterio e offesa dell’ospitalità) è talmente grave che sarà tutta la Grecia a chiedere risarcimento.
Una prima soluzione diplomatica viene tentata da Menelao e Ulisse, i quali si recano a Troia.
Accolti come ospiti dal uno dei notabili di Troia, Deifobo, si cerca di mettere a posto le cose tramite il pagamento di un ammenda, ma alcuni familiari di Priamo non concordano e tramano per ucciderli. L’attentato viene evitato solo grazie a Deifobo, il quale si oppone avendo dato egli ospitalità ai due stranieri. Le trattative, quindi, falliscono e resta solo una soluzione: la lotta armata.
V) Morire giovane, vivere eterno nella gloria
Non tutti i greci sono entusiasti di partire per una guerra contro Troia. L’astuto Ulisse decide di fingersi un folle, anche perché non vuole abbandonare il figlio Telemaco, appena partorito dalla moglie Penelope. Nestore, che deve venire per portarlo alla guerra, lo trova che tira un aratro con attaccati un asino e un bue, cammina a ritroso, seminando sassi invece di semi. Nestore, allora, prende Telemaco e lo mette sul percorso che sta facendo il padre, Ulisse è quindi costretto a terminare la finzione per non ferire suo figlio.
È quindi Ulisse stesso ad andare a reclutare Achille. Peleo, suo padre, non vuole che parta la guerra, ha visto morire troppi figli. S’inventa il seguente stratagemma: Achille è ancora molto giovane, il petto e il mento glabro. Lo fa nascondere tra un’isola di fanciulle. Ulisse, sempre lungimirante, arriva travestito da mercante, in cerca di Achille. Gli si dice che non vi sono uomini su quell’isola, allora lui tira fuori della merce come stoffe, spille e gioielli. Le fanciulle si avvicinano curiose, tutte tranne una. Allora lui tira fuori un pugnale e subito l’ultima giovane va da lui.
Achille, allevato alla battaglia sin da giovane dai Centauri e da Chirone, non riesce a sottrarsi al richiamo delle armi e della guerra.
Achille, però, aveva un peculiarità:
Suo madre, Teti, era ossessionato di avere dei figli che potessero essere immortali, proprio perché anch’essa è una dea. Dopo aver partorito, li metteva sul fuoco per bruciare via l’umidità che porta la corruzione dell’umano e che allontana la fiamma del divino. Ma nessuno sopravviva al processo. Peleo, stanco di queste uccisioni, si ribella quando Teti sta per mettere sul fuoco anche il neonato Achille e riesco a toglierlo dal fuoco, ma non prima che questo bruci le labbra e le ossa del tallone del bambino. Per rimediare al danno, Peleo ordina a Chirone di dissotterrare l’osso del tallone di un centauro famoso per la sua corsa e lo fa impiantare nel corpo del giovane figlio, il quale diverrà veloce nella corsa.
Un’altra storia narra che Teti, non potendo immergere il figlio nel fuoco, lo immerge nell’acqua dello Stige, il fiume infernale che separa i vivi dai morti, sapendo che l’immersione dona dei poteri eccezionali. Infatti Achille diviene invulnerabile, fatta eccezione per il tallone, per il quale la madre lo teneva sospeso.
E quindi questo neonato, figlio di una dea e di un umano, diviene una via di mezzo: qualcosa di più di umano, qualcosa di meno del divino.
Ma torniamo alla sua partenza per Troia:
Achille poteva scegliere: vivere una lunga vita serena nella sua casa paterna, oppure partire giovane per la guerra, dove anche le sue doti non davano sicurezza di sopravvivenza.
Achille sceglie, così la sua vita: Morire giovane, per vivere eterno nella gloria della battaglia e della storia.
Egli, infatti, troverà la morte terrena, ma le sue gesta resteranno impresse nella storia fino ai giorni nostri.