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giovedì 21 giugno 2012

L'impresa parte dal basso

La scusa della crisi, usata ed abusata, sempre di più, da parte di chi di soldi ne ha. Chi ne ha tanti, chi ne ha troppi, chi fa poco e ne ha lo stesso.
Come al solito, ci dicono che il problema è complesso, che dipende da molti fattori. Come al solito, invece, il problema può essere scomposto e si può trovare una soluzione.

In questo senso vi invito a seguire un ragionamento:

L'azienda è viva e attiva quando adiempe a 2 compiti:
1) Acquisizione di nuova clientela
2) Offrire un buon servizio

Osservazione: se tu offri un buon servizio, chi è contento parlerà bene di te, facendo, in pratica, pubblicità gratuita.

Il mantenimeno di un buon standard qualitativo, quindi, è un fattore che può far prosperare un'azienda.
E se il prezzo offerto per la propria prestazione sarà più alto (ovviamente non troppo) rispetto alla concorrenza, la clientela, soddisfatta, preferirà investire in un prodotto/servizio di qualità piuttosto che adagiarsi una prestazione sufficinte con minore costo.
Perché anche si vi sarà un minore costo iniziale, la scarsa qualità andrà a ripercuotersi, di riflesso, (seguendo il ragionamento sopra) sul  prodotto/servizio offerto proprio dal destinatario.


Quindi la qualità del lavoro è importante.
Come si ottiene la qualità?
Investendo su:
  • innovazione delle tecnologie
  • strutture adeguate (infrastrutture piuttosto che organigrammi)
  • leadership formata e capace d'innovare
  • formazione (e soddisfazione) del personale
E se i primi 3 punti mi sembrano chiari, spenderei qualche parola  per quanto riguarda il personale:
Il personale non efficiente darà scarsi risultati lavorativi.
Quando il personale non è efficiente?
  • Quando è stanco (troppe ore lavorativo)
  • Quando è demotivato (elevato stress)
  • Quando il leader del gruppo non è pronto ad individuare i problemi
Se s'investe sul personale, il prodotto/servizio sarà migliore.
E come fare per migliorare?
Ad esempio con l'assunzione di nuovo personale, dapprima partendo dai quadri bassi.
Se si prende un giovane neo-assunto, la paga da versare sarà minore e si avrà una persona pronta a crescere con l'azienda.
Questa nuova persona costituisce quindi un costo, tuttavia, paragonato ai stipendi manageriali, è un costo di rilevanza minore, che può essere comunque ben compensato.
Ad esempio usando un metodo meritrocratico per l'aumento di stipendio (io ti do di più se tu lavori bene) per tutto lo staff, il lavoratore sarà incentivato a lavorare meglio.
Quindi non c'è lo "scatto" automatico, concesso alla fine dell'anno, a prescindere dai meriti acquisiti.
Certo, la cosa è scocciante, tuttavia il lavoratore (presupponendo che abbia uno stipendio decente), saprà che la sua rinuncia a un aumento (automatico) è anche compensato dal fatto di avere un altro lavoratore. Quindi lo stress lavorativo diminuisce e, alla fine della giornata, il lavoratore potrà avere voglia e tempo di andare a mangiarsi una pizza. Magari non un controfiletto, ma passarebbe una serata a rilassarsi.


Il lavoratore, quindi, è più tranquillo, la sua concentrazione (e la sua voglia di lavorare) aumenta proporzionalmente e l'azienda, con un investimento minimo (il nuovo lavoratore potrebbe essere preso anche a percentuale), potrà offrire un prodotto/servizio di maggiore qualità.

Diminuendo lo stress, il lavoratore potrà anche fare un'analisi del suo lavoro: infatti spesso è proprio chi svolge il lavoro a poter suggerire un modo per migliorarne l'efficacia. Conseguenza: l'organizzazione del lavoro diviene più efficiente, portando a minori costi di tipo operativo.
I lavoratori, in questo modo, avranno più tempo per scambiare qualche battuta tra di loro, aumenta il rapporto umano del gruppo, rendendolo coeso. E un gruppo di lavoro coeso produrrà un'atmosfera di collaborazione rilassata che, ancora una volta, porta un prodotto/servizio migliore.

Ci sarebbe altro da aggiungere, questo è solo un primo tasello, ma, in conclusione, il riassunto è chiaro:
Il miglioramento nel mercato di un'azienda parte da ragionamenti a lungo termine che si concentri su conduzione mirata ed aperta, innovazione e da un buon clima di lavoro.

Forse non sarà la soluzione ideale, ma è, pur sempre, un passo in avanti rispetto alla staticità che troppo spesso incontriamo.


Mauro Biancaniello

venerdì 11 novembre 2011

Soldi o morale?

Ora qualcuno dovrebbe dirmi cosa centra la liberalizzazione delle armi con (l’ormai famoso) maxi-emendamento sulla crescita e lo sviluppo che dovrebbe essere votato domani in parlamento.
Perché in questi giorni caotici e frenetici, in cui guardiamo più lo spread che i principi, quasi non ci si accorge che l’attuale maggioranza di governo ha deciso d’infilare una norma che favorisca la liberalizzazione delle armi in questo emendamento tanto atteso.
Fortuna che ci ha pensato la Rete italiana contro il disarmo e l’Associazione nazionale dei funzionari di polizia a mettere in evidenza questo fatto. Citando il segretario dell’ANFP, Enzo Letizia, tale provvedimento è stato "furtivamente introdotto all'articolo 4-undecies comma 7".

Ma di cosa stiamo parlando esattamente? E quali conseguenze avrebbe?
Facciamo un passo indietro:
C’era una volta una legge, la legge 110 del 18 aprile 1975, la quale, al capoverso 7, decretava la creazione di un catalogo nazionale delle armi comuni da sparo, infatti è stato creato un intero dipartimento del ministero degli interni addetto a tale catalogazione, con lo scopo di poter tracciare le armi in mano ai privati, collegando numero progressivo d’iscrizione, descrizione dell’arma e del calibro, produttore e detentore. Non ci vuole certo un genio per capire il perché di tale misura e la sua efficacia nel contribuire a combattere una selvaggia liberalizzazione delle armi (oltre, ovviamente, a rendere più difficile l’attività della malavita italiana).

Passano gli anni e si arriva al luglio di quest’anno, quando la Lega Nord propone in senato un emendamento per l’abolizione della suddetta legge 110. Dopo ore di dibattito, l’emendamento è bocciato. La Lega Nord, con la bocca del suo esponente, il senatore Sandro Mazzatorti, afferma che la bocciatura è “pura demagogia”, il suo collega di maggioranza, Franco Orso (Pdl), si aggiunge al coro, affermando che abolendo questo catalogo si potrebbero usare i soldi derivanti (che lui stima sui venti milioni di euro) in “missioni di pace”.
Ma, come detto, l’emendamento è bocciato e, senza saperlo, tutti noi tiriamo un sospiro di sollievo.
Eppure ci ritroviamo nuovamente a dover trattenere il fiato, visto quanto accaduto in questi giorni.

La mia domanda è sempre la stessa: cosa centra la liberalizzazione delle armi con maxi-emendamento sulla crescita e lo sviluppo?
Certo, su venti milioni non ci ha mai sputato sopra nessuno, men che meno in questi momenti, ma, porca miseria, vi saranno sicuramente altri tagli da fare. Bisognerebbe rendersi conto che qui si parla di Italia, dove la Mafia è nata e ha fatto lunghe radici, creando (passatemi il termine) fratellastri come la Camorra e altre associazioni poche pulite. Quindi quei soldi verrebbero usati per non facilitare ulteriormente traffici che vorremmo vedere evitati.
Ma qualcuno potrebbe obiettare che così l’Italia potrebbe perdere una fetta di mercato nell’ambito delle vendite (legali) internazionali di armi. La mia risposta, abbastanza evidente dal tono di questo articolo, ve la risparmio.
Ora vedremo cosa ne uscirà fuori, speranzosi, eppure ancora una volta disillusi dall’atteggiamento di una classe dirigente che, in casi come questo, dimostra di potersi allontanare troppo facilmente dall’umanità moralità.

Mauro Biancaniello

venerdì 21 ottobre 2011

Celebrazioni di morte

Le immagini si susseguono da ieri, scoccanti, violente, vere, come solo la guerra può essere.
È morto un dittatore, che ha messo le proprie mani nel sangue dei suoi cittadini ed, infine, è stato il suo sangue a sporcare le mani di chi l’ha ucciso.

L’accanimento contro il corpo dei tiranni non è certo figlio del XXI° secolo, ma resta un gesto che nulla ha a che fare, a mio parere, con quella che è la civiltà.
Sono immagini che disgustano, ma che stuzzicano la morbosa curiosità umana, che fa attaccare gli occhi al teleschermo. È stata, per me, l’ennesima lotta col mio istinto, quello primitivo, che mi suggeriva la vecchia espressione “occhio per occhio”. Ma è stata una lotta breve. Di certo la mia anima non è stata mossa per il cordoglio, tuttavia mi è sempre più difficile celebrare una morte. D’altronde l’idealismo a volte deve scontrarsi con la realtà ed è chiaro il perché di simili gesti nei confronti di un sanguinario.

Perché seppure non credo sia opportuno gioire per la sua morte, neppure si può negare i crimini che egli, di sua spontanea volontà, ha commesso; nemmeno bisogna dimenticare i suoi continui richiami alla violenza. Se in questa storia vogliamo trovare una morale, resta sempre il vecchio detto: “sangue chiama sangue”.
E in questa frase vi è grande tristezza, una via con un solo senso di percorrenza, che porta dritto al precipizio.

Ed è proprio per evitare, almeno per qualche istante, il richiamo alla violenza, che ho scelto la foto qui riportata tra le tante immagini trovate sulla rete: un’immagine che mostra il suo fare aggressivo, ma non un’immagine di sangue e di violenza. Chiamatelo perbenismo, per me era un’esigenza non aggiungere altro sangue alla nostra vista.

La violenza è genitrice solo di suoi gemelli, in quanto tale può essere condannata ed evitata, forse compresa nel suo contesto, ma mai applaudita.


Mauro Biancaniello

lunedì 17 ottobre 2011

La differenza tra manifestazioni e violenza

Il concetto che sta dietro agli “Indignados” è di puro intento pacifico, che rivendica il diritto a manifestare la propria indignazione.

Questo non dobbiamo mai dimenticarlo.

Dobbiamo ricordare anche come nasce questo movimento, ovvero rifacendosi alle parole pacifiche di Stéphane Hessel, nel suo bellissimo “Indignatevi”. Tutto è iniziato nel maggio di quest’anno, quando furono in 50'000 a manifestare (in modo assolutamente pacifico) a Madrid, in un movimento che ha preso il nome di “Indignados” e il cui motto è “Noi non siamo marionette nelle mani di politici e banchieri”.
Ed io, personalmente, ho applaudito al pensiero che si fosse deciso di fare una manifestazione su scala mondiale, nelle principali capitali mondiali, a sottolineare che l’uomo della strada abbia pieno diritto di esprimere la sua indignazione in modo pacifico.

In modo pacifico, già.

Invece a Roma non è andata così e l’Italia, ancora una volta, sarà ricordata come un paese di violenti, incapaci di manifestare le proprie idee in modo pacifico. Ancora una volta gli stessi italiani, scioccati dalle immagine di vetrine infrante, di automobili carbonizzate, toglieranno il loro sostegno a questi movimenti che partono con i migliori ideali. E, ancora una volta, non saranno loro, gli organizzatori, i responsabili di quanto accaduto. Ancora una volta, nel X° anniversario di Genova, la responsabilità di questo fallimento saranno i Black Bloc.

E nessuno ricorderà i manifestanti, quelli veri, quelli pacifici, che tentavano di fermare i violenti, non ci si ricorderà dei 3 Black Bloc consegnati alle forze dell’ordine proprio da questi stessi manifestanti.

Ancora una volta la bandiera della pace viene macchiata col sangue e col fuoco da parte di chi non ha compreso (e forse non vuole comprendere) di come la lotta per la democrazia e per l’equità va combattuta con le parole, non con le armi.

Ma noi possiamo cambiare questa percezione sbagliata, possiamo gridare che quanto accaduto è responsabilità di una minoranza, che chi ha voluto manifestare voleva la pace, voleva uguaglianza.
E, forse, questa volta ci ascolteranno.


Mauro Biancaniello

martedì 26 luglio 2011

Il veleno nel cuore (l'assurda lotta alla società multiculturale)

Ieri sera tornavo a casa. Ero stato due giorni al mare, mi aspettava un lungo viaggio, da solo. Come di solito faccio, ho acceso anche questa volta la Radio, per non annoiarmi. Sintonizzato su Radio 24, ho ascoltato il programma “la zanzara”, che offre sempre degli spunti di riflessione un po’ pungenti.

Ed è così che ho ascoltato l’intera intervista radiofonica all’onorevole Mario Borghezio in merito alle stragi di Oslo e Utoya.

È stata un’esperienza frustrante, attendevo sempre con maggiore impazienza che Borghezio condannasse questa strage e definisse chiaramente le gesta di Anders Berhring Breivik come quelle di un folle omicida.
Invece no, non è accaduto. Certo, non lo ha elevato a santo, ma ha tentato di dare una scusante a un episodio così tragico e terribile. Ha parlato di invasione islamica, ha fatto intendere che i danesi, con la loro politica aperta, hanno cercato questa reazione.
La trasmissione è proseguita, diversi ascoltatori hanno commentato l’intervista, tuttavia non tutti hanno criticato aspramente i contenuti della stessa.

E questo mi porta ad una riflessione: una strage, come quella che è avvenuta, può, a mio avviso, essere definita solo come omicidio premeditato. Di certo ci saranno delle motivazioni dietro questo gesto (d’altronde anche la follia resta pur sempre una motivazione), tuttavia mi continua a sconcertare questa continua ricerca di volerne dare una giustificazione, inserendola in un contesto assurdo come “la lotta alla società multiculturale”.
Come se si fosse tornati ai tempi delle tribù, in cui non si accettava chi veniva da fuori, la radice antica dell’odio dello straniero, che s’impossessa dei nostri beni e delle nostre donne.

Ripeto: mentalità tribale che, a mio parere, dovrebbe essere estinta da tempo.

Eppure permane nella storia dell’uomo, in quella antica come in quella contemporanea.

E se molti hanno attaccato Borghezio, si dimentica come l’uomo della strada, forse in altri toni e con minore accanimento, esprime la propria avversità nei confronti degli “invasori” e dei politici che “danno a loro casa e soldi senza pretendere niente”.
Quei pochi minuti di ieri sera ci facciano da allarme: non siamo ancora evoluti come sosteniamo di essere, dentro la nostra società sono ancora troppo presenti questi antichi odi insensati, radicati nella nostra mente, capaci di avvelenare i nostri cuori.


Mauro Biancaniello

giovedì 9 giugno 2011

... e anche Santoro s'incazzò

Ho parlato spesso di questa stagione di Annozero... e anche l’ultima puntata da spunto a qualche riflessione:

Annozero è di parte.
Certo, non è mansueta con la sinistra, ma le critiche e le battutine (oltre ai servizi) rivolti contro la destra sono più frequenti.

E durante l’ultima puntata (perché, ora come ora, Santoro in RAI l’anno prossimo io non ce lo vedo) si son lasciati andare i freni inibitori: Travaglio più pungente del solito, al pubblico viene tolto il bavaglio di Masiana memoria, Santoro che continua a sparare battutine e poi… s’incazza come una bestia, monopolizzando la trasmissione per diversi minuti, sfogando tutte le sue frustrazioni. Per chi se lo fosse perso seguite questo link (finché è ancora disponibile).
Questo sfogo mi ha colpito molto, un Santoro fuori controllo non me lo sarei immaginato (fuori controllo per i suoi standard, abbiamo visto ben di peggio da parte di altri conduttori).
E se come spettatore di Annozero devo ammettere che questa puntata ci voleva, come opinionista (amatoriale) devo dire che non mi pare siano stati rispettati i criteri che bisognerebbe porsi come giornalisti obiettivi.
Sia chiaro: anche gli ospiti, il ministro Brunetta in primis, non hanno dato una mano a mantenere un clima disteso. Ma non voglio dare scusanti a Santoro & co., quindi non mi addentrerò nei particolari (peraltro, povere le nostre orecchie, ben evidenti).

Ma, come detto, Annozero è di parte.
È, però, anche un’ottima trasmissione, con servizi curati in modo professionali e un conduttore che sa il fatto suo.

Credo che sia impossibile trovare un programma di approfondimento politico completamente neutrale in Italia. Con questo non voglio dare scusanti a nessuno, è il mio sogno trovare un programma che sia neutrale fino in fondo, che riproponga i fatti senza darne alcuna interpretazione personale. Ma da decenni in Italia si è schierati e si tende demonizzare l’avversario è quindi ovvio che vi siano trasmissioni schierate da una parte o dall’altra.
Siamo realisti: una trasmissione sulla politica fatta in modo neutrale non c’è. Però auguriamoci, quantomeno, che si faccia in modo che il numero e la durata delle trasmissioni “simpatizzanti” sia davvero equilibrato.

E speriamo che chi in trasmissione c’è impari il rispetto delle persone che ha davanti, che lasci terminare i ragionamenti, che faccia proposte ben formulate e prenda impegni seri. Insomma, che si impari che il vero giornalismo è obiettivo e che il vero politico è apprezzato per i suoi fatti, non se ha la voce più grossa.


Mauro Biancaniello

mercoledì 25 maggio 2011

IO TI ACCUSO!!! (così non parliamo dei miei sbagli…)

C’era un tempo in cui il politico doveva essere bravo nei compiti che gli erano stati affidati, ovvero guidare il paese verso il benessere. Nell’Italia moderna, invece, deve avere innanzitutto una qualità: essere un ottimo cecchino.
Il cecchino attende che il nemico si scopra, anche solo per un istante, per colpirlo e infliggere un danno, nella speranza che sia il colpo mortale.

Ho fatto un gioco in queste settimane: appositamente non sono andato a vedere i programmi dei vari candidati alle amministrative, in attesa che, com’era solito accadere, si sentisse dalle loro voci, attraverso i principali organi di informazione, quanto avevano da proporre. Premetto che mi sono concesso questo lusso perché non dovevo andare a votare in nessuno dei comuni coinvolti.
Ebbene, sapete qual è stato il risultato? Che i programmi non venivano riportati dagli stessi candidati (solo poche parole, principalmente slogan), ma dai loro avversari e di certo non in termini lusinghieri.

Questi non sono i politici che io voglio, questa non è il tipo di politica che mi aspetto da un mondo moderno e democratico. Il cecchinaggio mediatico, già latente da tanto tempo, ha ora un impronta troppo forte. E rattrista che la demonizzazione dell’avversario sia l’unico punto su cui convergono tutti i maggiori partiti politici.

Per fortuna l’elettore non è stupido, ha già punito, in parte, i candidati-gladiatori, premiando i candidati più sobri e di sostanza.
La politica, all’indomani delle amministrative, pareva aver colto il messaggio, per poi, nell’arco di pochi giorni, tornare all’attacco con maggiore violenza.

La democrazia, in politica, si basa anche sul rispetto dell’avversario. Quando questi viene dipinto come il nemico da eliminare da la scusante ai suoi “tifosi” di dare sfogo ai loro lati peggiori (nei media manca la copertura sui programmi elettorali, di certo non mancano scene di insulti e spintoni tra elettori).

Parlavo di tifosi: i veri tifosi amano la propria squadra, ma da questa esigono rispetto. E se non porta risultati viene fischiata e abbandonata.
Speriamo che le emorragie di voto facciano capire alla politica italiana che è ora di svoltare, prima di finire in una strada senza uscita, in cui l’unica vittima sarà il paese stesso.


Mauro Biancaniello

lunedì 16 maggio 2011

Il potere, il sesso… e le manette

I fatti sono noti: Dominque Strauss-Kahn, il numero uno del Fondo monetario (nonché precedente favorito alle elezioni francesi), è accusato di stupro.
Ora, le mie posizioni sullo stupro sono sempre state chiare e nette:
è un atto che non può avere giustificazione alcuna, ignobile, che degrada un altro essere umano.
Un atto magari tollerato nel medioevo, fortunatamente fino a qualche anno fa condannato in modo unanime. Poi, in questo mondo commerciale che sfrutta tette e culi anche solo per vendere una lavatrice, le posizioni si son fatte più tolleranti.
Ma chiudo qui la parentesi con una voluta provocazione, volendo si approfondisce il discorso in un altro momento.

In un’Italia che si scopre sempre più garantista, stupisce quanto è accaduto al signor Strauss-Kahn in poche ore. Ricostruiamole per maggiore chiarezza:
Sabato a mezzogiorno sarebbe avvenuto lo stupro per cui è stato denunciato.
Sabato pomeriggio tre poliziotti salgono sull’aereo che avrebbe dovuto portarlo a Berlino.
Ha quindi passato la notte in prigione.
Domenica è andato davanti al tribunale, dichiarandosi non colpevole.
Seconda notte in prigione.
Oggi seconda udienza, il giudice decide che non può essere concessa la libertà su cauzione.
Quindi Strauss-Kahn, non il primo pirla che passa per strada, ma una figura di spicco nell’intera comunità internazionale, è in prigione, come un qualsiasi normale cittadino dovrebbe fare quando gli vengono imputate accuse gravi come queste.

Non voglio emettere un verdetto, lasciamo ai giudici stabilire una sentenza, tuttavia pare evidente, dalle prove finora emerse, che vi sia stato un atto sessuale. Aggiungo solo che o si tratta di un complotto (come molti sostengono) oppure l’atto ignobile è stato compiuto.

Quello che mi colpisce è che questa persona è finita SUBITO in prigione. Non si è dovuto aspettare mesi e mesi… No! Subito! In carcere!
E, ripeto, mi sembra sia questa la procedura corretta in questi casi.

Trovo ammirevole la velocità con la quale si è proceduto e la vera democrazia nel modo in cui si è deciso di esercitare la legge statunitense. Senza “ma” o “se”, senza guardare chi si avesse davanti. Il ragionamento pare essere: “Sei accusato di un fatto gravissimo, ti si sbatte in prigione, non ce ne frega niente di come ti chiami o di che posizione occupi”.
Ed è QUESTO, a mio avviso, come devono essere giudicati TUTTI, i ricchi come i poveri, eguali dinanzi alla legge.

Ma, come detto, si alza il coro dei garantisti ancora una volta, ancora una volta si vuol far credere che il fatto è più complesso, che bisogna vedere il quadro generale…
A questo io rispondo in modo chiaro:
NO! Chi è accusato di ledere un altro essere umano, di violare le leggi che regolano la civiltà universale (stupro, pedofilia), deve essere processato! Subito! Non me frega di niente di chi è questa persona!

Abbiamo avuto un esempio di come dovrebbe girare il mondo, ora speriamo che siano molti a voler seguire questa strada che porta alla vera democrazia. Evidentemente il cammino da fare è ancora lontano, se non ci mettiamo subito in marcia rischiamo di arrivare troppo tardi… e di ritardo ne abbiamo accumulato sin troppo.



Mauro Biancaniello

mercoledì 4 maggio 2011

Quando un'esecuzione si trasforma in esultanza

A vedere i servizi ai telegiornali di questi giorni mi vengono i brividi:
un popolo in festa per l’eliminazione di un nemico.
Per quanto sia umano il comportamento degli statunitensi (ne parlerò dopo in dettaglio), per quanto sia comprensibile, le scene viste, il motivo dietro allo spargere champagne, fatica molto a trovarmi d’accordo. Probabilmente perché sono un uomo che cerca di vivere nel principio della non violenza. È proprio in quest’ottica che vi prego di leggere il mio commento.

Ma perché parlare di assassinio quando si parla di un’operazione militare? Perché riferiscono diverse fonti autorevoli che Osama Bin Laden sia stato ucciso mentre questi era disarmato.
La dinamica parrebbe essere che i militari siano entrati nella stanza dove stava il terrorista e che lì abbiano anche la moglie, Amal Ahmed Abdul Fatah. Egli appariva malato , usava un bastone… ed era, come dicevo, disarmato. La moglie avrebbe quindi tentato di aggredire i militari, quindi questi hanno iniziato a sparare.
Ed è in questo modo che esce di scena quello che appare essere il più grande nemico degli USA.

Vorrei sottolineare diversi aspetti di questa vicenda (e le sue conseguenze), ma lasciatemi ben mettere in chiaro una cosa: questo articolo non vuol difendere in alcun modo Bin Laden, responsabile di migliaia di morti. Aborro l’uccisione in tutte le sue forme e quindi aborro anche un personaggio come questo terrorista. Ma neppure mi sento di giustificare in toto tutto quello che è stato fatto durante questa operazione.

Anzitutto ritorno all’esaltazione del popolo statunitense, che si ritrova a festeggiare la morte di un uomo. Certo, stiamo parlando del capo delle operazioni che hanno prodotto il più grande attacco sul suolo statunitense in tempi recenti. L’11 settembre 2001 ha lasciato una macchia indelebile negli Stati Uniti, uno sconcerto che ha unito tutta la nazione. Noi europei lo avevamo notato subito, ma, col passare degli anni, la nostra attenzione si è rivolta altrove. Eppure questa tensione, questa rabbia, è rimasta latente in questi (quasi) dieci anni: nel vedere certe prese di posizione di politici, nel taglio di certi articoli giornalistici e nel leggere e guardare i libri, i racconti e i film che sono apparsi negli anni, anche quelli non direttamente collegati all’atto terroristico. C’era un’aria di cordoglio, di rabbia repressa verso quell’atto orribile che era stato compiuto, il fatto che in casa propria non si riusciva a sentirsi sicuri.
E quindi questo entusiasmo, questi cortei, questa gente che scende per strada, non è un atto isolato, ma va, a mio avviso, ricondotto alla cornice che è andata a crearsi in questi anni. Un gesto di sfogo collettivo per una sensazione che opprimeva un intero popolo.
Questa, però, non vuole e non può essere una giustificazione. Non credo vi possa essere giustificazione per una tale esaltazione di un'esecuzione (o, se preferite, di un’operazione militare). Entrerò più tardi nello specifico, per ora voglio dire che mi sembra di non essere nel mondo civile che tutti vorremmo fosse quello contemporaneo, ma di assistere allo sfoggio di gioia di una tribù quando i guerrieri tornano al villaggio vittoriosi, con le ossa del nemico come reliquia.

E questo mi porta al secondo punto…
Ci sono state molte ipotesi sul perché Bin Laden non fosse stato catturato e portato davanti alla giustizia, quello che, finora, mi pare il più logico (e, anche questo, supportato da fonti attendibili) è che un processo avrebbe dato al terrorista una piattaforma mediatica enorme, la possibilità di incitare i suoi a nuovi atti, il divenire ancora più un simbolo della lotta che promuoveva. Certo, così egli, agli occhi dei suoi seguaci, diviene un martire, ma, in questo genere di conflitti, un generale ha più forza sulle sue truppe quando è in vita e può incitarli.
Quindi una logica c’è in quel che è stato fatto, un logico movente per l’uccisione di una persona. Tuttavia la logica a volte non si sposa con l’umanità, al fatto che abbiamo costruito una società che vuole i colpevoli messi davanti a un tribunale. Mi ritornano in mente frasi antiche: “Occhio per occhio, dente per dente.”
Ma, forse per far esaltare ancora di più il popolo, all’inizio si era fatto intendere che Bin Laden fosse armato, mentre ora invece risulta che non sarebbe stato così. In pratica si ha ucciso una persona che non poteva difendersi dalle armi. Mi delude il fatto che si abbia scelto inizialmente di voler dare un’ulteriore giustificazione all’atto commesso. D’altre parte i festeggiamenti avvenuti sembrano dar ragione a chi aveva pensato di non far trapelare subito questa informazioni. La propaganda, lo sappiamo, è anche questo. E quanto avvenuto, l’intera operazione, è anche una forma di propaganda, seppure certamente intrecciata con scopi militari.

Andiamo ora a parlare del modo in cui si è voluto disporre del cadavere: il gettare il corpo al mare è un gesto pieno di significato: significa far sparire il corpo, il volto e la voce, gettarlo nelle profondità. Come a dire “avete sopportato troppo dolore, noi vi risparmiamo la possibilità di guardare ancora in faccia il responsabile di un atto così tremendo”. Vi è poi anche un’altra ragione, molto più pragmatica: evitare che la tomba del terrorista divenisse meta di pellegrinaggi. E vi è, poi, un’altra particolarità: Leggo sul sito del Sole 24 ore che nell'Islam il corpo deve essere inumato entro 24 ore dal decesso nella nuda terra, avvolto in un sudario e rivolto verso La Mecca. Non credo che il gesto di buttare a mare il cadavere fosse inteso come segno di stizza nei confronti delle credenze che Bin Laden credeva di interpretare (sappiamo tutti che l’Islam non è solo carne, sangue e vendetta), ma forse qualcuno ha sorriso a questa idea.

L’uccisione di Bin Laden porta gli Stati Uniti (e forse tutto l’occidente) a compiere un nuovo passo nella società come la s’intendeva sinora: seppure forse esagero a vedere in tutto questo una forma di primitivo tribalismo, resta il fatto che rispetto alla democrazia, alle leggi che regolano l’occidente, si è scelta una via più facile, legata, e questo nessuno lo può negare, al pragmatismo.
Se questo è un bene e un male solo il futuro ce lo potrà dire.



Mauro Biancaniello

giovedì 31 marzo 2011

Le soluzioni in pillole (la cura che peggiora la malattia)

In queste settimane tutti abbiamo visto la situazione a Lampedusa: migliaia e migliaia di persone ammassate in unico luogo, una popolazione di migranti (perdonatemi, ma la parola “clandestino” fa fatica ad essere scritta sulla mia tastiera) che supera la popolazione degli stessi residenti. Abbiamo visto sporcizia, condizioni igieniche deplorevoli, persone costrette a dormire per terra o su superfici che non possiamo chiamare nemmeno giacigli.
Tutto questo, ripeto, per settimane.
Ma da ieri tutto sembra essersi avviato verso una sicura soluzione:
“(…) un piano di sgombero, di liberazione dall’isola dei migranti. (…) ieri sera si sono mosse dai porti italiani 6 navi passeggeri (…) queste 6 navi hanno una capienza per 10'000 passeggeri. Sono già iniziate ad un molo, ad un vostro molo, le operazioni di imbarco degli immigranti (…) Significa che da questo momento in avanti in 48-60 ore Lampedusa sarà abitata soltanto dai lampedusani. (…) È chiaro che abbiamo dovuto anche trattare con difficoltà con un nuovo governo della Tunisia (…) controllare finalmente i loro porti, le loro coste per non consentire nuovi imbarchi (…) stiamo anche comperando dei pescherecci affinché non possano più venire usati (…) alcuni di questi immigranti probabilmente potremmo riportarli là da dove sono partiti (…)”
Questo è un estratto del discorso di ieri effettuato dal Presidente del Consiglio Berlusconi a Lampedusa (ho tralasciato la parte riguardanti il “piano verde”, spot su RAI e Mediaset e casinò).
In sintesi, quindi, parrebbe che questo disastro umanitario, che ha sconvolto la vita di migliaia di persone per settimane, sarà risolto in 12 minuti, la durata dell’intervento di Silvio Berlusconi.
E ora non vi sorge spontanea una domanda?
Perché solo ora?
Perché aspettare così tanto e poi compiere un “miracolo immediato”?
Quando il Ministro dell’Interno Maroni già il 14 febbraio scorso aveva annunciato un “esodo biblico” non si poteva già cominciare ad agire? Prepararsi ad accogliere in modo umano l’ondata di persone (non fatevi ingannare dal colore della pelle: anche loro, come noi, fanno parte della razza degli esseri umani) che con semplici barche hanno effettuato un viaggio che gli ha portati stremati ai confini con l’Europa?
A questo nessuno ha ricevuto risposte nemmeno lontanamente soddisfacenti.

E poi un’altra cosa:
Bene, soluzione trovata! Ma ora come si procede? Perché se si dice che si fa una cosa, si spiega anche come la si intenda attuare nel dettaglio, altrimenti puzza di semplice slogan propagandistico. In quella sede, in quel comiz… pardon: discorso non si trova una spiegazione completa.
Da quanto un piccolo osservatore come me ha compreso, i profughi saranno sistemati in Italia, mentre gli altri verranno rimpatriati o suddivisi nei vari comuni italiani.
È su quest’ultima parte che mi vengono dei dubbi, visto che Lampedusa è certamente un punto importante d’approdo per l’immigrazione, ma di certo rappresenta solo una percentuale non maggioritaria del numero complessivo di immigrati che entrano in Italia. Comunque sia, la situazione a Lampedusa era intollerabile da un punto di vista umanitario; mi riferisco non solo alla situazione dei lampedusani, ma anche a quella degli stessi immigrati. E come si intende sistemare una parte di questi immigrati? Con le tendopoli e similis.
TENDOPOLI! Vi rendete conto? Qual è la differenza, sul lungo termine, tra dei gradini di un porto e una tendopoli?
Ma vediamole queste tendopoli: della situazione a Manduria siamo tutti a conoscenza. Parliamo ora di Pisa: oggi il sindaco di Pisa, Marco Filippeschi, su Radio 24 ha affermato di aver appreso dai normali mezzi di comunicazione l’intenzione di istituire una tendopoli all’interno di un ex centro radar statunitense (non un comunicato, una lettera, un’e-mail, manco una telefonata). Filippeschi ha descritto (cito a memoria) la struttura come un luogo simile alla palude, un posto in cui a breve è impensabile farci stare degli esseri umani (anche quelli più abbronzati dell’italiano medio). E cosa scopriamo anche? Che mancano le ordinanze necessarie a procedere ai lavori. Quindi le parole sembrerebbero non essere state seguite dai fatti.

Altra considerazione: non è la prima volta che sentiamo che si vuole impedire ai migranti di partire, purtroppo il passato ci ha insegnato che non sempre i mezzi per attuare questi procedimenti abbiano rispetto della dignità umana.

Per concludere mi sembra si voglia trovare una soluzione ad una grande emergenza creando nuove piccole emergenze. Bisognava, a mio avviso, procedere prima. Non lo si è fatto? Allora che si trovino buone soluzioni a lungo termine, che rispettino l’individuo e che non lo si tratti come bestiame da spostare in massa, trasportato in luoghi in cui troverà indigeni ostili affatto pronto ad accoglierli. Io sono sinceramente convinto che la situazione a Lampedusa sarà sistemata nei termini previsti, principalmente perché sarà un perfetto manifesto elettorale. Ma il passato dimostra (e Napoli e Abruzzo confermano) che i miracoli scompaiono rapidamente e resta il disagio. E l’impressione è che il rimedio per questa malattia non la farà regredire, ma anzi la farà espandere in altri modi, perché i piani a breve termine evaporano quando stanno per troppo tempo sotto gli occhi di tutti. Ma, si sa, per fortuna di alcuni gli occhi dei mass media sono veloci a cedere a nuove lusinghe.

Mauro Biancaniello

giovedì 17 marzo 2011

Mors tua vita mea

Come accade sempre in caso di tragedie che coinvolgono centinaia di persone, tutto il mondo si è stretto intorno al popolo giapponese e alla città di Tokyo, dimostrando, pochi nei fatti e molti in parole, il loro sostegno durante questa emergenza.
Ma vi sono persone più pragmatiche, come il sindaco di Roma, Giovanni Alemanno, che ha ritenuto opportuno dichiarare quanto segue:
"La candidatura alle Olimpiadi di Tokyo era ed è da valutare con molta attenzione. Non è mai avvenuto che si creassero questi cortocircuiti; quando un paese deve essere ricostruito è difficile infatti che si dia priorità agli impianti sportivi.”
"Sono due cose che devono rimanere indipendenti per evitare strumentalizzazioni. Siamo tutti molto vicini al popolo giapponese che sarà aiutato anche a livello internazionale, ma la questione olimpica è un'altra storia.”
Questa dichiarazione è stata fatta lo scorso sabato, quindi a un giorno dalla catastrofe, con il numero di morti e dispersi in costante aumento. Stupisce che le Olimpiadi abbiano, sembrerebbe di capire da queste dichiarazioni, un tale valore da non poter nemmeno attendere un tempo necessario per il lutto.

Ma, d’altronde, il sindaco di Roma non è certo una persona che si possa giudicare sottile. Non voglio riferirmi allo scandalo “parentopoli”, bensì ad un’altra sua dichiarazione recente:

“Siamo stanchi di una politica e di una sinistra che gioca sulla pelle delle donne. E dico questo sapendo che sono in corso tre indagini su casi di violenza sessuale (ndr: credo si riferisse ad indagini in corso all’inizio di marzo sul territorio romano): voglio dire che il tema della violenza sessuale c’è e che noi lo vogliamo affrontare.”
“Se c’e’ un problema di violenze sessuali nel nostro Paese questo dipende dalla cultura edonista e consumista che ha presentato la realtà di sesso e amore come una merce da consumare. E noi che crediamo nei valori della famiglia e nel rispetto della persona umana dobbiamo contestare questa cultura.”
Tale dichiarazione è stata fatta il 6 marzo, in seguito alle conclusioni sulle indagini su uno stupro denunciato da una ragazza spagnola, la quale aveva riferito che la violenza era avvenuta vicino a Piazza di Spagna. Questa indagine aveva dato adito a molte critiche e polemiche sulla sicurezza della città di Roma.
Alla fine la ragazza stessa, davanti a prove presentate nel corso delle indagini, aveva dovuto ammettere che il reato non sussisteva, bensì che si era trattato di un gioco erotico finito male: la ragazza, con la complicità del fidanzato, si era prestata ad adescare uno sconosciuto. Ma durante quel rapporto occasionale il profilattico si è rotto e lei si era recata al pronto soccorso, dicendo di essere stata violentata perché i medici si prendessero cura di lei.
Si tratta, a mio avviso, di un chiaro caso di simulazione di reato, infatti la ragazza è ora indagata proprio in questo senso. Ha commesso, chiaramente, uno sbaglio, ma questa simulazione come può giustificare la veemenza nelle parole del sindaco?
Il problema dello stupro è un problema non solo italiano e, di certo, esiste da molto prima che nascessero i partiti. Affermare che, cito nuovamente, “questo dipende dalla cultura edonista e consumista che ha presentato la realtà di sesso e amore come una merce da consumare” è riduttivo a dire poco, mostra ignoranza nei confronti della storia e dei dati evidenti delle cronache giudiziari del passato e del presente.
Lo stupro è un atto orribile, una denigrazione dell’essere umano praticata da criminali (sia in senso penale che in fatto di rispetto dell’altra persona) che, in un paese che si dichiara democratico e moderno, non può trovare giustificazioni o cause di nessun genere, non possiamo imputarlo alla società e alla cultura di una nazione, tanto meno ad una tendenza politica. Deve essere bensì imputato al comportamento deviato di una singola persona, la quale è unica responsabile di un atto tanto osceno e crudele.

Per concludere, Giovanni Alemanno si è dimostrato, con questi due casi, il tipo di politico da cui io non voglio essere rappresentato: quello disposto ad approfittare di tutto e di tutti per arrivare a racimolare voti, quello disposto a sparare sentenze e giudizi su delle circostanze gravi senza minimamente tenere conto delle vittime, dimenticando che le vittime non hanno colpe e che devono essere tutelate con tutte le nostre forze, forse anzi tutto proprio dalle forze politiche.


Mauro Biancaniello

giovedì 20 gennaio 2011

L’urlo del politico terrorizza anche lo spettatore

A guardare l’Italia degli ultimi mesi, a me vien da fare un proposta: mandiamo i giornalisti a far politica e i politici… bé, a far qualcos’altro.
Lo dico con spirito bipartisan, perché, volendo generalizzare, le due controparti politiche si esprimono ognuno con una sola parola: mentre la destra usa unicamente “mistificatori” la sinistra non sa dire altro se non “dimettiti”.

Apro una parentesi per spiegarmi meglio:
Una sera il Presidente del Consiglio Berlusconi si è sfogato telefonicamente a Ballarò, donando al programma diversi epiteti, tra cui “mistificatori”. Da allora ogni esponente del Pdl usa questa parola in tutte le frasi che dice (vien da chiedersi che cosa dicano al barista al mattino, spero non sia “Mistificatore, fammi un caffè.”).
Intanto l’urlo delle dimissioni è sì forte, ma anche perché intorno vi è silenzio. Abbiamo capito che tutta l’opposizione vuole che Silvio Berlusconi si dimetta, ma potrebbero essere così carini da voler dire ai futuri elettori loro che cosa faranno nel concreto qualora questo accadesse?

Chiudo parentesi e torno al discorso originario, facendo un esempio:
Stasera ad Annozero c’era un solo esponente della politica e 4 giornalisti (più uno in collegamento da Washington). Ora ci si dimentichi per un attimo che il politico in questione era l’onorevole Santanchè e che quindi ha sbraitato per 10, ma quando parlavano i giornalisti c’era un’aria diversa. Infatti fateci caso: nei talk show i politici si prendono a mazzate per ore, interrompendo l’altro, parlando a voce alta e aggredendo l’avversario con la brama di un leone. Invece i giornalisti parlano sempre con rispetto (Sì, lo so, vi sono ben note eccezioni). Certo, a volte parte la battuta, a volte l’affondo, ma sempre in modo molto “cool”, ben consapevoli che vogliono far valere la loro ragione ma che quello che è più importante è che chi è a casa che guarda vuol sentir parlare di fatti, vuol essere informato in modo completo.

Ad ogni modo stasera ad Annozero c’era l’onorevole Santanché. Come al solito ha interrotto tutti, urlando al mondo la sua versione dei fatti, aggrappandosi a fatti così remoti che per un attimo ho temuto che incominciasse a parlare della Guerra dei Cent’anni. Ci fosse una multa per chi non rispetta la libertà d’espressione, all’onorevole Santanché da domani toccava vivere sotto i ponti: Non ha dato a nessuno la possibilità di fare un ragionamento per intero. Dei toni, vi assicuro, di una violenza inaudita, violenza che dovrebbe essere bandita dal dibattito pubblico, ma di cui, purtroppo, l’onorevole in questione è solo il capo di una lunga fila di bandiere con molti stemmi.
A lei si è contrapposto il modo e i toni di Concita de Gregorio. E ancora una volta questa donna, dotata di intelligenza e garbo raro, non ha potuto terminare un ragionamento. Ricordo una sua intervista a “Parla con me” in cui Serena Dandini diceva di essere felice di poterle parlare tranquillamente, visto che, di solito, nei talk show viene sempre zittita in malo modo.
In Italia ci troviamo, a mio avviso, davanti a un sistema d’informazione televisivo in cui della politica non si può dibattere in modo civile, davanti ad una violenza che ormai ha travolto gli spettatori (ovvero gli elettori di domani) tanto da renderli assuefatti, incapaci di voler udire i VERI programmi politici dei partiti in tutte quelle miriadi di parole sparate come raffiche di mitra.

Mauro Biancaniello

mercoledì 22 dicembre 2010

Espérance in musica 2010

Poche parole, il tempo di una breve introduzione alla serata e al primo gruppo…
E poi si parte!
Flauti, violini, fisarmoniche, percussioni…
I SottoSopra sono sul palco e subito si capisce che questa sarà una serata speciale!

Chi è entrato al Palapenz di Chiasso quella notte del 18 dicembre ha respirato un’aria diversa.
Certo, era pur sempre il Palapenz di Chiasso, pieno di ricordi per noi momò.
Certo, c’erano due stand dove davano da bere, come ad ogni festa e concerto degno di questo nome.
Ma non c’erano le solite bancarelle.
Anzitutto vi era un solo spazio dedicato al cibo, con della cucina vietnamita, cultura e cibo troppo poco presente in Ticino.
Ma soprattutto c’erano bancarelle di Emergency, di Medici Senza Frontieri, della protezione animali… e poi quella dei padroni di casa:
Espérance ACTI.
Lo si capiva subito che si era lì per divertirsi, per ascoltare buona musica, ma anche per dare il proprio contributo ad una causa nobile come la beneficenza.
E unire queste tre caratteristiche non è una cosa da tutti.
Eppure Espérance in musica c’è riuscita alla grande anche quest’anno, per la settimana volta di fila.


Che cos’è Espérance ACTI
Espérance ACTI nasce nel 2000 in Ticino. È un'associazione umanitaria di utilità pubblica con lo scopo di aiutare le popolazioni dell'Indocina, regione del Sud-Est asiatico che comprende Laos, Cambogia e Vietnam.
Espérance porta il proprio aiuto in villaggi poveri, privi di elettricità e, perlopiù, raggiungibili solamente tramite rudimentali imbarcazioni.
Sono zone che ancora oggi mostrano segni e strascichi delle guerre che fino agli anni settanta hanno devastato queste aree. A ciò si aggiungono le calamità naturali (su tutte le alluvioni), che annualmente distruggono coltivazioni e sommergono le abitazioni.
Risulta purtroppo facile comprendere come le economie locali stentino a riprendersi e la situazione permanga di assoluta e continua criticità.
Espérance ACTI è un’associazione senza implicazioni d'ordine politico, razziale e religioso, che collabora con le varie associazioni ed istituzioni locali.
E sono i loro stessi membri ad andare sul posto, finanziando la costruzione di scuole e asili, di pozzi d'acqua e ponti in cemento, di case per anziani ed ambulatori.
Per maggiori informazioni http://www.esperance-acti.org
Intervista con Murat Pelit, Vicepresidente di Espérance ACTI (Registrata durante Espérance in musica 2010)


Espérance in musica: L’evento
Espérance in musica è divenuto un grande evento musicale che si tiene regolarmente da sette anni. L’intero devoluto della serata è a beneficio di Espérance ACTI, forse anche per questo ha attratto sempre grandi nomi nella musica, grandi non solo per le loro doti, ma anche per il forte senso sociale.
Ma non vi sono solo le superstar e anche a gruppi poco conosciuti del Ticino è stato dato modo di esibirsi su un palco che, negli anni, è divenuto sempre più noto e prestigioso.
E le scene più belle di queste serate hanno sempre la caratteristica di mostrare volti noti che, grande umiltà, si uniscono ai vari gruppi per suonare assieme, regalando agli spettatori varianti inedite (ma sempre affascinanti) dei loro brani.
I generi musicali che si possono ascoltare sono sempre variegati e dimostrano chiaramente quello che molti negano, ovvero che esiste altro oltre alla solita musica commerciale, gruppi che non si accontentano di suonare quattro note, ma che danno sfogo alla loro creatività.
Tra i molti nomi che si sono mostrati ad Espérance in musica, i primi ad essere citati sono The Vad Vuc, presenza fissa ad ogni serata e da tutti considerati i padroni di casa dell’evento.
E poi, solo per nominare i più noti, sono venuti anche i Vomitors, i Figli di madre ignota, i Mercanti di liquore, Simone Cristicchi, i Modena city ramblers e, quest’anno, Frankie Hi-Nrg MC.


Espérance in musica 2010: La serata
Anche quest’anno, possiamo affermarlo con certezza, Espérance in musica è stato un successo.
Un successo di pubblico e un successo per il pubblico: quella sera si sono sentiti suoni nuovi e artisti pieni di energia.
Ascoltare dei gruppi nuovi come i SottoSopra e i Pussywarmers ha dimostrato come la scena musicale alternativa ticinese sia viva e piena di energia.
Vedere Frankie Hi-Nrg MC accompagnato da due violoncelli è stata una vera emozione, un connubio solo al primo impatto strano ma di straordinaria efficacia.
E poi la ciliegina sulla torta, con The Vad Vuc che hanno trasmesso anche in questa occasione una gran voglia di divertirsi, ampiamente condivisa dal suo pubblico: quando è stata annunciata la loro entrata è partito un grido di entusiasmo che ha avvolto tutto il Palapenz. E con loro sul palco vi era anche una leggenda vivente, dal nome forse poco conosciuto, ma di importanza fondamentale nella musica internazionale: Steve Wickham. Basti sapere che era il violino di quest’uomo straordinario lo stesso che si può sentire in “Sunday bloody sunday” degli U2.
Ma non vi era solo musica, con i membri di Espérance ACTI che hanno spiegato le loro attività con passione. È stato emozionante ascoltare il vicepresidente, Murat Pelit, salire sul palco e urlare un “GRAZIE!!!” fortissimo a tutto il pubblico.


Espérance in musica 2010: Gli artisti
Rigorosamente in ordine di scaletta, qualche breve informazione sui vari artisti che hanno partecipato alla serata, correlata ad alcune interviste riprese durante il soundcheck.

SottoSopra:
I SottoSopra nascono nel novembre del 2004. Già la loro prima formazione dimostra la voglia di affrontare la musica in modo completo, con due organettisti e due violinisti che presentano un repertorio fondato su brani tradizionali di svariate zone e culture, dall'Irlanda, passando dalla Francia e dall'Italia, fino ad arrivare ai paesi dell'Est.
Col passare degli anni il gruppo si è ampliato con flauti, percussioni e fagotto.



Discografia:
C-H2O - 2010

Sito web:
http://sottosoprafolk.altervista.org

Intervista con i SottoSopra (Registrata durante Espérance in musica 2010)



Pussywarmers
Prima dei Pussywarmers c’erano i Warrms, che si esibivano con cover di musica punk. Con l’arrivo di un nuovo cantante cambia anche il nome del gruppo e assieme cominciano a spaziare in quella galassia infinita che è il mondo del rock’n’roll. Oggi uniscono tutte le influenze (e le esperienze) raccolte per offrire al loro pubblico un suono diverso, che ha come filo comune l’originalità e la voglia di mettersi in gioco.

Discografia:
My pussy belongs to daddy

Sito web:
http://www.myspace.com/thepussywarmers


Frankie Hi-Nrg MC
Frankie Hi-Nrg è uno dei volti più noti nel panorama rap italiano.
Il suo primo single del 1991 (Fight Da Faida) riscuote subito un grande successo. Frankie si contraddistingue da subito come un autore impegnato e interprete di temi sociali. La sua bravura è riconosciuta universalmente e gli permette di collaborare con diversi grandi nomi del panorama musicale italiano ed internazionale, come Giorgia, Daniele Silvestri, Simone Cristicchi e Nas.
A volte si avvale anche di ospiti illustri che partecipano ai suoi progetti anche se non collegati direttamente con il mondo della musica. Tra questi grandi nomi basta citare Vittorio Gassman e Franca Valeri.
Artista a tutto tondo, collabora con numerose testate giornalistiche italiane (La Stampa, Repubblica, Max, Smemoranda, etc..) scrivendo articoli di critica di costume e satira sociale. Richiesto anche dalla televisione, nel 2004 ha condotto una stagione di MTV Brand:new e dal 2009 fornisce la voce al personaggio The Player nella omonima trasmissione di Deejay Tv. E, per concludere, ha avuto l’onore di apparire sul grande schermo nel film Paz del 2001.

Discografia:
Verba Manent – 1993
La morte dei miracoli – 1997
Ero un autarchico – 2003
Rap©ital – 2005
DePrimoMaggio - 2008

Sito web:
http://www.frankie.tv

Intervista con Frankie Hi-Nrg MC (Registrata durante Espérance in musica 2010)


Zeno Gabaglio e Claude Hauri

Zeno Gabaglio si laurea presso il
Conservatorio di Lugano e si è perfezionato in altri contesti, quali la Musikakademie Basel, l’Académie Tibor Varga e la Scuola di Musica di Fiesole. Innamorato della filosofia, è anche laureto in estetica a Firenze con una tesi su formatività e improvvisazione.
Già dal suo percorso s’intravede come Zeno sia un personaggio eclettico, capace di percorrere diverse strade intercalandole.
Egli ha infatti ha suonato in orchestre
sinfoniche, in gruppi di glam-rock adolescenziale, per delle colonne sonore, improvvisando con poeti e
danzatori.
Il suo stile e la sua forte personalità l’hanno portato a suonare con noti artisti, tra i cui citiamo qui Frankie Hi-Nrg e Garbo.

Discografia:
U N O – 2006
Gadamer - 2008

Sito web:
http://www.zenogabaglio.com

Intervista con Zeno Gabaglio (Registrata durante Espérance in musica 2010)

Claude Hauri si laurea nel 1997 come insegnante presso il Conservatorio della Svizzera Italiana, per poi ottenere, nel 2001, il diploma di concertista presso il conservatorio di Winterthur.
Nel 1998 ha suonato come primo violoncello nella Youth World Orchestra della Jeunesses musicales effettuando tournée in Europa e Asia. E per due anni consecutivi, 2000 e 2001, viene premiato con una borsa di studio al concorso internazionale indetto da Migros Kulturprozent.
Ha al suo attivo molte prime esecuzioni e incisioni per la Radio della Svizzera italiana, DRS, Jecklin Zurigo, Novecentomusica, EMI e Nuova Era.
Oltre ad essere primo violoncello dell’Ensemble Nuovo Contrappunto di Firenze, è attivo in varie formazioni cameristiche.



The Vad Vuc
The Vad Vuc nascono nel dicembre del 2000 ed in poco tempo il loro skauntry irish folk si insinua in ogni
angolo del Canton Ticino raccogliendo, fin da subito, uno straordinario consenso di pubblico.
Nel 2004 viene loro riconosciuto il massimo
riconoscimento nazionale per gli artisti emergenti, il Prix Walo.
Negli anni hanno suonato in
Svizzera, in Francia, in Germania, in Italia e la loro popolarità non ha mai smesso di crescere, permettendo loro di siglare un accordo per la distribuzione in Italia sotto la Sciopero Records e che è valso loro l’interessamento di un noto talent scout e produttore statunitense, Mike Galaxy, già manager dei celebri Linkin Park, che ha voluto la presenza della band ticinese in una compilation distribuita nel febbraio 2008 in terra californiana.
In 11 anni the Vad Vuc hanno aperto le performances di artisti d’eccezione come
Ska-P, Gotthard, Mercanti di Liquore, Modena City Ramblers, Davide Van De Sfroos, Simone Cristicchi e La Crus.
Il loro ultimo album, dal titolo La Parata dei Secondi, può vantare la presenza di
ospiti di assoluto spessore artistico come Steve Wickham, Yo Yo Mundi, Gnu Quartet, Claude Hauri e tanti altri.

Discografia:
Murrayfield Pub - 2003
Il Monastero dei Folli - 2004
Live in Cevio - 2005
Trans Roonkaya Express - 2006
The Vad Vuc & Little Orchestra - 2007
La Parata dei Secondi - 2009

Sito web:
http://www.vadvuc.ch

Intervista con The Vad Vuc (Registrata durante Espérance in musica 2010)


Steve Wickham
Steve Wickham è un musicista irlandese descritto da alcuni come il più grande violinista rock del mondo.
Sulla scena musicale sin dalla metà degli anni ’80, Wickham fa parte del gruppo The Waterboys e ha collaborato, tra gli altri, con Elvis Costello, Sinéad O’Connor e U2.
Artista versatile, oltre all’amato violino sa suonare alla perfezione una miriade di strumenti, tra cui il mandolino, il sassofono e il pianoforte.
Riassumere la sua lunga e prolifica carriera in poche righe è un’impresa impossibile, lasciamo quindi a voi il piacere di scoprire questo fantastico artista.




Discografia:
Come solista
Geronimo – 2004

Con The Waterboys
This is the sea – 1985
Fisherman’s blues – 1988
Romm to roam – 1990
The best of the Waterboys 81-90 1991
Thw whole of the moon – 1998
Too close to heaven – 2002
Universal Hall – 2003
Karma to burn – 2005
Book of lighting - 2007

Sito web:
http://www.myspace.com/stevewickham



Articolo e interviste a cura di Mauro Biancaniello

giovedì 11 novembre 2010

Piccoli spettatori crescono

E diciamolo: “Vieni via con me” che batte nella gara di audience “Grande Fratello” è una figata pazzesca!!!

Significa che finalmente lo spettatore italiano ha capito qualcosa.

Ha capito che le tresche di quattro sconosciuti non valgono un bravo cantante come Daniele Silvestri che interpreta un pezzo di Giorgio Gaber o un Benigni in forma strepitosa (meraviglioso il suo discorso su Roberto Saviano), o un Roberto Saviano che ripercorre in modo appassionato la lotta di Giovanni Falcone per uscire dal silenzio in cui la malavita organizzata prospera.

Ed è ironico che proprio una trasmissione che pare osteggiata dalla dirigenza RAI abbia raggiunto questo traguardo. È un fenomeno non del tutto isolato:
“Parla con me” si difende bene, degli ascolti di “Annozero” non parliamo nemmeno da tanto che se n’è parlato in queste settimane; anche “Ballarò” e “Report” ci fanno la loro bella figura.

Ora mi si potrà opporre che i programmi da me citati sono tutti schierati.
E io vi dico: Avete ragione.
Ma non sono schierati, come si vuol far credere, a sinistra.
Sono schierati nella voglia di dare delle belle trasmissioni. L’apparente leggerezza di “Parla con me” è una piacevole ninna nanna (con una colonna sonora sempre fresca ed efficace ed ospiti intelligenti) che il giorno dopo ti fa riflettere, “Annozero” nei suoi reportage urta i nervi giusti, “Ballarò” è condotta da un professionista che svolge il suo lavoro con umiltà esemplare ed insegue il commento giusto senza guardare chi lo pronuncia. Ed infine “Vieni via con me”, che è di una raffinatezza squisita.
E aggiungo: ma se davvero sono di sinistra questi programmi, allora perché continuano ad attaccare, ad ironizzare sulla sinistra italiana durante la trasmissione?

Intanto il “TG1” cala negli ascolti. Che l’italiano sia stanco di ricevere notizie filtrate? Anche se non dovesse leggere giornali, anche se non dovesse navigare in rete, si rende conto, capitando per sbaglio sul telegiornale di un altro canale, che qualcosa al “TG1” manca.

Mi sembra accada quello che avevo smesso di sperare: che l’italiana e l’italiano medio abbiano cominciato ad intuire che un’altra televisione è possibile, che gli autori e conduttori giusti per dare vera informazione, vero spettacolo, ci siano.

E che sono più interessanti di personaggi senza arte né parte.

Speriamo che anche in RAI, che si dice abbia bisogno di soldi, si accorgano di questo e che capiscano che il pubblico (il quale genera audience e quindi aumenti di incassi da pubblicità) richiede a gran voce programmi ben fatti, non l’influenza dei partiti.


Mauro Biancaniello

giovedì 14 ottobre 2010

Annozero -2

Da tutte le parti politiche si dice che vige aria da regime nell’informazione televisiva italiana, dal centrodestra fino alla sinistra extraparlamentare.

Intanto giovedì sera Santoro ha terminato quella che potrebbe essere l’ultima puntata prima di una “pausa forzata” di due settimane cantando a squarciagola “La libertà” di Giorgio Gaber. Era sorridente, le ultime parole della trasmissione (terminata con l’immancabile ritardo) sono state: “A giovedì prossimo.”

I toni del direttore generale della RAI, Mauro Masi, il 13 ottobre erano un po’ diversi, non pareva tanto rilassato dopo aver ricevuto i commenti sulla sua decisione: “di sproporzionato sento tante dichiarazioni che inventano dietrologie e scenari del tutto inventati, dimenticando curiosamente il punto fondamentale di tutta questa vicenda. E cioè che milioni di italiani hanno visto in diretta televisiva un dipendente che manda platealmente a quel paese il suo capoazienda. Ciò è totalmente intollerabile in punta di diritto e nel senso comune. Tutto il resto è fuffa".

Quindi, secondo Masi, tutto il resto è fuffa.
Beh, ne prendo atto.

Quindi è fuffa il fatto che una trasmissione televisiva, dove lavorano decine di persone, venga sospesa per punire un unico colpevole. Annozero non si chiama “Santoro show”, non è un monologo lungo ore dove Santoro si riprende con una videocamera piantata davanti a sé. Ci sono altri operatori, altri giornalisti, alcuni hanno un contratto fisso e altri lavorano su commissione. E queste persone verranno pagate per le due puntate che dovrebbero saltare?

È fuffa il fatto di cancellare per due puntate una trasmissione dagli alti indici di ascolto, che anzi non accennano a diminuire e che, di fatto, fanno incassare fior di bigliettoni in pubblicità alla Rai? Lo so io, un fesso qualunque, che i ricavi delle trasmissioni provengono dalle pubblicità e che se queste trasmissioni non se le fila nessuno di soldi non ne entrano. Credo che il direttore Masi ne sia altrettanto informato.

Eppure questi argomenti non sembrano turbarlo. Secondo lui Santoro è stato punito secondo le normative vigenti. Quindi pare che ci troviamo davanti ad un direttore di un gruppo di reti televisive che crede nelle regole, un uomo fermo e probo, a cui non interessano gli stipendi dei dipendenti della sua azienda, a cui nemmeno interessa che questa stessa azienda ci smeni dei bei soldi.

L’ormai famoso “Vaffan… bicchiere” di Santoro forse era un po’ esagerato, a mio modesto parere non c’era bisogno di metterlo. Che poi Santoro sia bravissimo a interpretare il ruolo del martire o del paladino non sarò certo io il primo a dirlo. Una sanzione per il suo compartimento ci stava? Il signor Masi afferma di aver agito nel pieno rispetto di regole ed io gli credo. Mi chiedo però se non era il caso di valutare un tipo diverso di sanzione.

Sono inoltre convinto che come direttore di un servizio televisivo non puoi permetterti di non mandare in onda per due puntate una trasmissione di successo, non puoi farlo per il rispetto dell’azienda per cui lavori. Perché se la RAI fosse un’azienda privata, i proprietari si sarebbero messi le mani nei capelli per questa decisione e poi avrebbero subito tentato di chiamare il signor Masi, di certo non per fargli i complimenti per la sua rettitudine e per il rispetto delle regole.
Personalmente la scelta di Masi mi pare manchi di senso della realtà applicata al sistema televisivo e mi fa sinceramente dubitare di lui in qualità di direttore di un servizio pubblico che viene pagato anche con il contributo dei cittadini italiani.

E se il signor Masi si ostina a dire che vi sono “scenari del tutto inventati”, da parte mia ripeto che si dice che vige aria da regime nell’informazione televisiva italiana.

Mauro Biancaniello

giovedì 30 settembre 2010

Scontri al buio

Annozero stasera ha mostrato in prima serata un video che, a mio parere, molti non hanno visto. Anche perché un conto è aver sentito parlare di sfuggita di scontri avvenuti a Terzigno (nel Vesuviano) alcuni giorni fa, un altro è vedere le immagini.
Mi auguro non ve lo siate perso e vi auguro buona fortuna a rintracciarlo in rete, in quanto, giusto per fare un esempio, Euronews ha ritirato il video dal suo sito.
Ve lo riassumo brevemente, con la premessa che si è trattata di una manifestazione atta ad impedire il passaggio di mezzi carichi di rifiuti verso la discarica per la situazione che tutti ben conosciamo:

I manifestanti sono seduti a terra, con le braccia alzate, per impedire il passaggio di mezzi carichi di rifiuti verso la discarica.
Arriva la polizia, in tenuta antisommossa.
All’inizio prendono singoli manifestanti di peso e li portano via.

E fin qua personalmente non ho niente da ridire:
la manifestazione, dicono, non è stata autorizzata, i manifestanti (e qua non voglio discutere se abbiano ragione o meno) non vogliono sciogliere la catena umana che hanno fermata e i poliziotti li portano via di peso, usando tuttavia cautela.

Ma poi lo scenario cambia:
Manganelli alzati
Gente che scappa
Alcuni a terra
Un giovane perde sangue da una ferita sopra la nuca

E ritorna in mente quel video, vecchio di qualche mese, della manifestazione degli abitanti dell’Aquila a Roma, quello che, a quanto mi è dato sapere, non è mai passato neanche in seconda serata:
Mani alzate in aria
Manganelli che colpiscono
E sempre un giovane che perde sangue, stavolta da una ferita sopra la fronte alta

Ripeto: qua non stiamo parlando di chi ha ragione e di chi ha torto. I feriti, soprattutto durante la manifestazione di Terzigno, ci sono stati tra civili come tra ufficiali.

Stiamo parlando del fatto che manca una corretta informazione su vasta scala.
Non amo il sangue, non amo vedere corpi che perdono sangue, non amo vedere le botte tra chi è assunto per proteggere la stessa persona con cui si sta picchiando.
Ma sono scene che DOBBIAMO vedere, se qualcosa quel non troppo lontano G8 di Genova ci ha insegnato è che il pubblico ha il DOVERE di essere informato su questi fatti.
E deve essere un’informazione corretta. E l’unico modo per farlo e trasmetterla da più fonti, commentarla da più parti, in modo che il cittadino sappia cosa è successo. E soprattutto il perché.

Altrimenti ci divideremo in fazioni: chi dirà che la polizia ha fatto bene, chi dirà che i manifestanti sono più innocenti di Cristo… ma non avremo le informazioni, le nostre coscienze non verranno scosse.
E forse così potremmo evitare simili avvenimenti in futuro. Il cittadino potrebbe far pressione affinché gli ufficiali usino la violenza solo come ultima risorsa, il ragazzo potrebbe trattenere il braccio di quell’uomo che sta per lanciare un sasso contro una camionetta.

Anche se molti non lo sanno, questi non sono stati gli unici scontri tra forze dell’ordine e cittadini in quest’ultimo anno. Sarebbe ora che la musica cambiasse, che si prevenisse lo scontro. Ma finché saremo all’oscuro non potremo mai sapere e, quindi, agire.


Mauro Biancaniello

domenica 15 agosto 2010

Moschea vicino a Ground Zero: memoria infangata o sguardo al futuro?

"Siamo negli Stati Uniti e il nostro impegno a favore della libertà di culto deve essere inalterabile. Il principio secondo il quale i popoli di tutte le fedi siano i benvenuti in questo Paese e quello secondo il quale non saranno trattati in modo diverso dal loro governo è essenziale per essere quello che siamo"
Questo è solo un estratto dal discorso del presidente USA Obama a favore della costruzione di una moschea a soli due isolati del tristemente famoso "Ground zero" di New York.
Obama sotto diversi aspetti mi è simpatico, pur non condividendo appieno diverse sue decisioni. Eppure questa scelta coraggiosa gli restituisce, secondo il mio punto di vista, la dignità della sua campagna elettorale.
"Yes, we can".
Sì, possiamo costruire una moschea nelle vicinanze di un attacco terroristico ad opera di estremisti islamici che ha scosso gli Stati Uniti (e l'intero mondo occidentale), tanto che per molti statunitensi New York si divide in un due collacazioni storice: pre 9/11 e post 9/11.
Sì, possiamo farlo anche se al momento Obama non è di certo all'apice della sua popolarità.
Sì, possiamo farlo anche se tra un mese ricorra il 9° anniversario di quell'attentato.
Sì, possiamo farlo anche se Obama avrebbe potuto tranquillamente astenersi di pronunciarsi in merito a una questione, obiettivamente, locale e non nazionale.
Sì, possiamo farlo perché non bisogna identificare una cultura e una religione in base solo a degli estremisti.
Ma questa è solo la mia opinione, di certo non condivisa da un largo ceto di persone, come dimostrano anche le numerose proteste che fioccano da parte di chi a New York ci vive e da diverse parti degli Stati Uniti. E sono certo che anche nella vecchia Europa, che più volte ha dimostrato di allinearsi alla linea "tolleranza zero" verso l'Islam, più di qualcuno abbia storto il naso.
Anche il mondo islamico non mostra accondiscendenza, accusando Obama di fare del semplice simbolismo, un piccolo gesto che poco vale, mentre il campo di Guantanamo resta aperto e le vittime innocenti dei bombarmenti in Afghanistan e in Pakistan si accumulano. Effettivamente, vedendola sotto questa loro ottica, non si può dar loro torto, di certo non può bastare una moschea, anche se costruita a New York, anche se posizionata a poca distanza da Ground Zero, ad abbattere le barriere tra Islam e occidente e a terminare lunghissime guerre.
Ed è forse proprio qui il punto principale della questione: La costruzione di questa moschea è un diritto sancito dalla costituzione statunitense ma anche delle più elementari regole di vera democrazia, ovvero la libertà di culto.
Se la guerra in Iran e il confilitto infinito dell'Afghanistan ci hanno insegnato qualcosa è che dobbiamo smetterla di suddividere il mondo in "angeli occidentali" e "demoni islamici", si tratta di due culture diverse che hanno due religioni diverse.
I cattolici ormai sanno molto bene che anche gli esponenti della loro religione non sono esenti dal commettere peccato, come anche vi sono numerosi esempi quotidiani di esponenti del clero che dimostrano un'umanità straordinaria. Lo stesso principio si apllica a qualsiasi religione, anche all'Islam. E se cominciamo a parlare di terrorismo, non dimentichiamo che la nostra cultura ha inglobato dentro sé anche atti brutali quali inquisizioni, crociate, colonizzazione. Gli stessi statunitensi dovrebbero ricordare come solo 100 anni fa sono arrivati in Giappone ad imporre il loro concetto di civiltà senza andare troppo per il sottile. Col tempo, a quanto pare, noi occidentali abbiamo imparato una maggiore tolleranza (anche se continuiamo ad esportare la nostra identità culturale con la forza, mascherandoci come "liberatori"), abbiamo imparato a non affidarci al fanatismo religioso e a rispettare chi ha possiede una fede.
È davvero così incredibile che uno degli uomini più potenti al mondo abbia deciso questa strada? Quella strada che porta alla civiltà, al rispetto tra individui e nei confronti di religioni diverse?
Che possieda chiarezza nel vedere la differenza tra libertà di culto e fanatismo?
Se ci poniamo questa domanda, se critichiamo questa scelta, allora vuol dire che anche noi siamo integralisti e che il nostro sguardo è rivolto solo al passato.

Mauro Biancaniello

martedì 18 maggio 2010

Stiamo tutti bene

Siamo fortunati, noi che viviamo nel cosiddetto occidente.
Non viviamo sotto una dittatura.
In molte delle nostre case abbiamo un’intera biblioteca (che funge anche da edicola), tutto dentro a una piccola scatola da cui possiamo attingere a informazioni di ogni tipo e visualizzarle su schermi sempre più grandi e sempre meno costosi.
Noi siamo fortunati.
Non lo era altrettanto chi viveva 100 anni fa, che doveva lavorare 14 ore al giorno per un briciolo di pane.
Non lo erano quelli che vivevano nella Germania nazista, nel Cile di Pinochet, nella Grecia dei regime dei colonnelli.
Non lo erano quelli che erano nati prima del ’68, che ci ha dato le basi per essere individui, che ci ha donato ideali di uguaglianza e fraternità. Poi noi l’abbiamo sprecato, l’abbiamo trasformato nel dogma di essere tutto ciò che si vuole, senza curarsi degli altri.
Ma questo non vuol essere un inno parziale in cui si dice che la rivoluzione è bella e sempre giusta. Basta ricordare quanto è accaduto in India poco prima della morte di Gandhi, quando a pochi passi dall’indipendenza induisti e mussulmani hanno cominciato a massacrarsi. Oppure gli anni di piombo, uno dei figli degeneri del ’68. E, tornando più indietro, al regno delle ghigliottine che ha seguito la rivoluzione francese.

L’essere umano, d’altronde, è un essere strano; può anche vivere per un ideale, ma che quando sta bene, quando ha da mangiare, quando può soddisfare anche solo piccoli lussi e ogni comodità, se ne frega del resto.
O meglio: molti di noi se ne fregano.
Leggete la vita di Gandhi, quella di Martin Luther King, guardate quei tanti film (“Prima che sia notte”; “Catch a fire”; “Hotel randa”) che ci mostrano gli orrori, i supplizi che fino a pochi anni altre persone come noi, cittadini del mondo, hanno dovuto subire.
E poi guardate noi, noi paladini della democrazia.
A cui piace cambiare la macchina, a cui piace avere un I phone senza sapere a cosa serve.
Guardate i nostri politici. Guardateli quella gente che noi abbiamo messo al governo, quelle persone che dovrebbero essere il meglio che abbiamo da offrire. Guardate le loro case, le loro auto, le ore che essi lavorano rispetto ad un operaio, guardate il loro stipendio, le loro rendite.

Ma ci indigniamo, questo lo facciamo.
Grazie alla rete facciamo sentire la nostra voce. E sembra sempre che si è sul punto di cambiare, di fare qualcosa di buono.
Invece non cambia nulla.
Forse perché le cose non cambiano quando si parla attraverso uno schermo, le cose cambiano quando si muovono le masse. Non le masse cibernautiche, no, quelle che si muovono a piedi, sulle strade. Ricordate la marcia di Martin Luther King, la massa presente ai funerali di Falcone. Quelle sono masse che hanno cambiato qualcosa, anche in piccolo, ma hanno cambiato le cose.
Invece noi si dibatte, velocemente, su una tastiera. E quando siamo stanchi stacchiamo e andiamo a guardare la televisione. Ci si raggruppa in gruppi di persone che la pensano allo stesso modo, chiudendo le porte al mondo esterno, tacendo in coro le critiche che vengono mosse.
Perché ancora non abbiamo imparato? Perché ancora non abbiamo capito che il cambiamento, quello vero, non la si fa proclamando da una tastiera. O meglio: non lo possiamo fare tutti. Di persone come, per citare un esempio, Pasolini non è, purtroppo, pieno il mondo.
Di certo non condanno l’uso della rete per esprimere le proprie idee, sia ben chiaro. Fortunatamente non è rarissimo trovare delle interessanti e motivanti discussioni “bipartisan”, soprattutto sui blog, a volte anche su Facebook. Tuttavia spesso i commenti si riducono a poche frasi, che hanno il sapore di stereotipi.

Forse non riusciamo, come massa, a produrre un vero cambiamento perché, in fondo, “stiamo bene”. E quando sei sazio e soddisfatto, spesso diventi pigro.
Eppure lo stesso possiamo fare qualcosa: basta sedersi con una persona e parlare, discutere, confrontarsi. Cambiare il mondo una testa alla volta e arricchirci anche noi da queste discussioni. E non importa se la persona con cui si parla abbia delle idee opposte: il confronto civile è sempre nutrimento di idee e le idee, per restare vive, devono mutare.
Altrimenti continueremo ad andare avanti così, chiusi nel nostro mondo di benessere, in un silenzio pieno di parole.




Mauro Biancaniello

mercoledì 12 maggio 2010

Tutti eguali?

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
Questo è quanto recita l’articolo 3 della costituzione italiana. Se ci pensate, la prima parte di questo articolo esprime un principio bellissimo: “TUTTI i cittadini hanno pari dignità sociale e sono EGUALI davanti alla legge, senza distinzione”.
È anche grazie a questo articolo che nel lontano ottobre 2009 (son passati addirittura 8 mesi) la corte costituzionale aveva definito illegittimo il famigerato lodo Alfano.

Dicevo che son passati 8 mesi. La situazione italiana (ma anche quella europea e mondiale), nel frattempo, non è andata migliorando, problemi molto pressanti, spesso di ordine sociale e economici hanno dato dure vergate ai cittadini italiani. Evidentemente però tra le emergenze che un governo deve risolvere vi è anche la paura che una delle alte cariche dello stato possa essere processata (magari io sono limitato, ma mi sembra che non sia questo il pensiero che tiene sveglio di notte il cittadino medio).

Ad ogni modo ecco pronto un nuovo disegno di legge sulla sospensione del processo penale contro le alte cariche dello stato, promosso dal gruppo Pdl al senato e accettato dalla Lega Nord.
Qui trovate il disegno di legge per intero.
Contiene dei piccoli contentini: si può procedere comunque in fase civile e si possono ricercare le prove durante la sospensione. Tuttavia resta sempre un fatto fondamentale: le più alte cariche dello stato, le quali governano il paese, durante il loro mandato non possono essere processati. Questo, a mio avviso, significa che le persone più in alto nella gerarchia politica del nostro paese, coloro che ci dovrebbero guidare (e, in un mondo ideale, essere esempi di rettitudine), coloro che da cittadini hanno assunto una responsabilità importante, non sono eguali agli altri cittadini. Significa anche che potrebbero svolgere la loro funzione mentre vi sono dei procedimenti penali a loro carico.

Io mi chiedo con che fiducia possiamo guardare una persona la quale dovrebbe farci da guida ma che deve essere sottoposta a processo e che per anni continuerà ad esercitare le sue funzioni. Dovremmo fare finta di niente? Non rimarrà per tutto il suo mandato il dubbio sulla sua colpevolezza? E allora non è meglio presentarsi ai processi, per onestà verso quelle persone che hanno votato? E non si avrebbe l’obbligo morale di farlo fosse anche solo per il fatto che, come abbiamo visto, è la stessa costituzione a sancire che siamo tutti eguali di fronte alla legge?
In un mondo ideale, questo dovrebbe essere un principio fondamentale che non dovrebbe nemmeno avere bisogno di essere scritto.

Mauro Biancaniello

lunedì 1 febbraio 2010

Coppie di fatto o di propaganda?

Che il periodo pre-elezioni sia un momento di grande propoganda non sarò di certo io il primo a dirlo: si spendono centinaia e centinaia di parole, a volte al vento, promettendo di tutto, mostrandosi a volte garantisti, altre volte conservatori. Par quasi che i candidati vaghino in una linea d'ombra.

In questo contesto possiamo inserire le affermazioni della candidata Pdl alla regione Lazio, Renata Polverini.
Cito alcuni estratti dal suo blog (http://www.renatapolverini.it/2010/02/01/su-famiglia-e-coppie-di-fatto):
"Per quanto mi riguarda al centro della mia politica c’è e ci sarà sempre la famiglia, istituzione cardine della nostra società. (...) sono nettamente contraria a qualsiasi forma di unione che sia definibile o possa apparire come un’altra forma di matrimonio o come un surrogato della famiglia tradizionale. Al contempo credo che chi compie scelte personali differenti debba poter trovare delle forme di tutela per diritti fondamentali, che sono del resto già previste dalla Costituzione e dal Codice civile. Non si tratta di una scelta ideologica, ma di una semplice questione di buon senso. Chi sceglie di non contrarre matrimonio, religioso o civile che sia, oggi è costretto a seguire strade tortuose per vedere concretizzati diritti e doveri reciproci".
Ora io, da persona comune, queste righe le traduco come: W la famiglia tradizionale, al centro della mia politica (e così faccio contenti i miei colleghi di partito e i miei elettori cattolici), ma voglio aiutare la promozione delle coppie di fatto (e così son contenti i miei elettori laici e non sposati); che poi le coppie di fatto siano una forma di unione a cui io, come ho detto, sono contraria, è un altro fatto.

Ma a parte queste dichiarazioni, a parte le mie opinioni, resta il fatto che si sia scatenato l'ennesimo polverone su questo argomento. E vi sembra normale? Guardatevi in giro: vi sono in giro tante unioni omosessuali, tante unioni tra persone laiche che non vogliono andare all'altare e altri invece che, per motivi loro, nemmeno vogliono andare al municipio. Molte di queste unioni sono felici e fanno dei figli, alcune di queste si separano, ma accade anche con il matrimonio tradizionale.
Bisognerebbe far capire alla politica che devono scendere dal piedistallo, che devono guardare com'è davvero fatto il mondo, le vere esigenze delle persone che gli mandano a governare.
Nel 2010 le coppie di fatto dovrebbero essere una normalità consolidata, non un argomento di discussione.

Mauro Biancaniello