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martedì 18 maggio 2010

Stiamo tutti bene

Siamo fortunati, noi che viviamo nel cosiddetto occidente.
Non viviamo sotto una dittatura.
In molte delle nostre case abbiamo un’intera biblioteca (che funge anche da edicola), tutto dentro a una piccola scatola da cui possiamo attingere a informazioni di ogni tipo e visualizzarle su schermi sempre più grandi e sempre meno costosi.
Noi siamo fortunati.
Non lo era altrettanto chi viveva 100 anni fa, che doveva lavorare 14 ore al giorno per un briciolo di pane.
Non lo erano quelli che vivevano nella Germania nazista, nel Cile di Pinochet, nella Grecia dei regime dei colonnelli.
Non lo erano quelli che erano nati prima del ’68, che ci ha dato le basi per essere individui, che ci ha donato ideali di uguaglianza e fraternità. Poi noi l’abbiamo sprecato, l’abbiamo trasformato nel dogma di essere tutto ciò che si vuole, senza curarsi degli altri.
Ma questo non vuol essere un inno parziale in cui si dice che la rivoluzione è bella e sempre giusta. Basta ricordare quanto è accaduto in India poco prima della morte di Gandhi, quando a pochi passi dall’indipendenza induisti e mussulmani hanno cominciato a massacrarsi. Oppure gli anni di piombo, uno dei figli degeneri del ’68. E, tornando più indietro, al regno delle ghigliottine che ha seguito la rivoluzione francese.

L’essere umano, d’altronde, è un essere strano; può anche vivere per un ideale, ma che quando sta bene, quando ha da mangiare, quando può soddisfare anche solo piccoli lussi e ogni comodità, se ne frega del resto.
O meglio: molti di noi se ne fregano.
Leggete la vita di Gandhi, quella di Martin Luther King, guardate quei tanti film (“Prima che sia notte”; “Catch a fire”; “Hotel randa”) che ci mostrano gli orrori, i supplizi che fino a pochi anni altre persone come noi, cittadini del mondo, hanno dovuto subire.
E poi guardate noi, noi paladini della democrazia.
A cui piace cambiare la macchina, a cui piace avere un I phone senza sapere a cosa serve.
Guardate i nostri politici. Guardateli quella gente che noi abbiamo messo al governo, quelle persone che dovrebbero essere il meglio che abbiamo da offrire. Guardate le loro case, le loro auto, le ore che essi lavorano rispetto ad un operaio, guardate il loro stipendio, le loro rendite.

Ma ci indigniamo, questo lo facciamo.
Grazie alla rete facciamo sentire la nostra voce. E sembra sempre che si è sul punto di cambiare, di fare qualcosa di buono.
Invece non cambia nulla.
Forse perché le cose non cambiano quando si parla attraverso uno schermo, le cose cambiano quando si muovono le masse. Non le masse cibernautiche, no, quelle che si muovono a piedi, sulle strade. Ricordate la marcia di Martin Luther King, la massa presente ai funerali di Falcone. Quelle sono masse che hanno cambiato qualcosa, anche in piccolo, ma hanno cambiato le cose.
Invece noi si dibatte, velocemente, su una tastiera. E quando siamo stanchi stacchiamo e andiamo a guardare la televisione. Ci si raggruppa in gruppi di persone che la pensano allo stesso modo, chiudendo le porte al mondo esterno, tacendo in coro le critiche che vengono mosse.
Perché ancora non abbiamo imparato? Perché ancora non abbiamo capito che il cambiamento, quello vero, non la si fa proclamando da una tastiera. O meglio: non lo possiamo fare tutti. Di persone come, per citare un esempio, Pasolini non è, purtroppo, pieno il mondo.
Di certo non condanno l’uso della rete per esprimere le proprie idee, sia ben chiaro. Fortunatamente non è rarissimo trovare delle interessanti e motivanti discussioni “bipartisan”, soprattutto sui blog, a volte anche su Facebook. Tuttavia spesso i commenti si riducono a poche frasi, che hanno il sapore di stereotipi.

Forse non riusciamo, come massa, a produrre un vero cambiamento perché, in fondo, “stiamo bene”. E quando sei sazio e soddisfatto, spesso diventi pigro.
Eppure lo stesso possiamo fare qualcosa: basta sedersi con una persona e parlare, discutere, confrontarsi. Cambiare il mondo una testa alla volta e arricchirci anche noi da queste discussioni. E non importa se la persona con cui si parla abbia delle idee opposte: il confronto civile è sempre nutrimento di idee e le idee, per restare vive, devono mutare.
Altrimenti continueremo ad andare avanti così, chiusi nel nostro mondo di benessere, in un silenzio pieno di parole.




Mauro Biancaniello

domenica 20 settembre 2009

Fate un bel respiro please...

Da qualche giorno su vari gruppi di notizie di Facebook e mi imbatto in accese discussioni su razzismo, stupro e altre malattie del genere.
Con grande stupore ho notato diversi commenti tipo io amazzerei gli stupratori o anche se ti becco in giro, fascista di merda, ti faccio un culo così. Non sono citazioni, ma il senso è questo.
La cosa mi ha colpito, molto.
Sono convinto che nel fare dei commenti su delle notizie o su avvenimenti di cronoca bisognerebbe mantenere più sangue freddo, in modo di aiutare la dialettica nella speranza che lo scambio di idee favorisca il trovare una soluzione. Nel caso di uno stupratore a cosa serve dire lo spellerei vivo (e questa è una citazione)? Se commentiamo è perché vogliamo discutere, trovare una soluzione. Sia chiaro, d'accordissimo nella condanna di ogni forma di razzismo e di violenza... ma proprio per questo non possiamo approvare la violenza o essere razzisti verso chi ha commesso questo torto.
Sarebbe una cosa molto diversa se fossimo in un bar: si parla e ci si scalda, in una discussione a voce si possono dire anche parole che non si pensano o farsi proprie le solite espressioni comuni.
Ma quando si commenta un blog o una nota di Facebook siamo comodamente seduti a casa nostra, abbiamo tutto il tempo di fare un gran respiro e poi dire la nostra.
Anch'io quando leggo di un atto di violenza mi sale il sangue alla testa e mi vien da inveire contro chi ha commesso un atto odioso. E quando l'atto è orribile allora anch'io non faccio nemmeno un respiro: le mie dita partono da sole e mi esce spesso un Fottuto stronzo. Però non mi esce Bisogna ammazzarlo. Certo, potrei scriverlo, mentre penso alla vittima e mi immedesimo in lei/lui, mi verrebbe proprio da scriverlo, eppure una parte di me mantiene il distacco dell'osservatore e quindi mi trattengo e sfogo la mia frustrazione con il torpiloquio.
Credo che negli ultimi anni ci stiamo facendo prendere troppo dalle esclamazioni forti, come se una parte di noi credesse che chi urla più forte verrà ascoltato. Ma uno slogan ti può anche frullare per la testa, invece un ragionamento può cambiare e migliorare il tuo modo di pensare.

Mauro Biancaniello