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sabato 26 gennaio 2013

Cloud Atlas


La vita come una stanza, con la morte che diviene una porta per passare nella vita successiva.
Gesti di ribellione, che sono gocce di un oceano che appare immutabile: ma non è forse l'oceano composto di gocce?
Spostando lo sguardo dal futuro al passato, girovagando per il presente, 3 abili registi (ovvero gli autori di "Matrix" e di "Lola corre") mostrano allo spettatore che è possibile creare un film perfetto, che possa soddisfare ogni tipo di audience.

In questo film assisterete alla tragedia di un geniale (e giovane) compositore degli anni '30.
Alla codardia di un pastore che vive 120 anni dopo il grande disastro.
Ai tentativi di fuga da un ospizio dei giorni nostri.
All'intrigo che coinvolge una giornalista degli anni'60.
All'amicizia tra uno schiavo e un uomo bianco nell'Australia del 700.
All'ultima dichiarazione di una donna-artificio nella Korea del Sud del futuro.

Tutte queste storie si mescolano, con tocco lieve.
Il ritorno di una melodia, un voglia infantile che diviene una cicatrice...
Storie complesse, che lasciano lo spettatore incollato davanti allo schermo, senza nemmeno rendersi conto che è un film di quasi 3 ore.

Tratto da un romanzo che utilizza lo stesso schema, i registi hanno avuto la geniale intuizione di far interpretare le parti cruciali di ogni storia dagli stessi attori, incuranti addirittura del loro sesso.
Ne esce una storia corale quanto mai intensa, un capolavoro per gli occhi e per l'animo.

Un film capace di mostrare l'egoismo umano, la continua ricerca del guadagno personale a scapito di altri...
ma anche l'innata capacità dell'essere umano di voler essere migliore, di battersi per l'uguaglianza, e, soprattutto, la capacità di amare.

martedì 1 maggio 2012

Una sconfinata giovinezza

Nel mondo dei bambini ci si diverte con poco; a tappi di bottiglia si attaccano le figurine dei cicilisti e si costruisce, una pista per il giro d'Italia.
Nel mondo dei bambini quando uno ti dice che sa resuscitare le persone, tu gli credi...

Un bellissimo film che mostra la tragedia dell'alzhaimer, mescolando la malattia con i ricordi d'infanzia. Ne esce un ritratto commovente, poetico... ma anche spietato nella crudeltà di questo male.

Un ottimo Fabrizio Bentivoglio ben si adatta nei panni del giornalista di successo, ma anche in quello di malato: cambia la sua postura, il suo sguardo, il modo di parlare.

E il regista, Pupi Avati, approffitta per mostrare a noi giovani com'era l'infanzia di una volta, quella che si svolgeva tra campi e vecchie case piene di scale.

Un film prezioso, un'opera d'arte intrisa d'umanità.

Mauro Biancaniello

domenica 15 aprile 2012

La vita segreta delle api

In una casa tinta di un rosa acceso abitano tre sorelle.
La più vecchia tra loro produce un miele, noto per la sua bontà in tutta la regione.
Aleggia la pace in quella casa, l'allegria, la cultura, la voglia di essere apprezzati come esseri umani.
Ma è un'isola felice, che deve fare i conti con la realtà fuori dai suoi limitati confini.
Perché siamo negli anni '60, nel sud degli Stati Uniti... e l'eguaglianza tra bianchi e persone di colore non è ancora stata accettata...

Un film che mescola la narrazione alla realtà, sapiente nel mostrare al pubblico cosa significasse, per una persona di colore, vivere lì in quegli anni.
Eppure vi è dietro una storia d'invenzione, una trama genuina, con robusti personaggi, tutti ottimamente interpretati.

La vita della giovane Lily si mescola a quella delle tre sorelle per mostrare come le differenze di entia e di colore di pelle non siano altro che apparenza, ben più importante il cuore, che batte sotto la pelle, non importa che colore abbia.


Mauro Biancaniello

domenica 8 aprile 2012

Quasi amici

Driss non conosce la finezza, affronta la vita con energia, che sia gioia o che sia violenza.
Non ha mezzi termini Driss.
E forse proprio per questo lui è la persona ideale per badare a Philippe.
Come Philippe è costretto a non potersi muovere, così Driss è un uomo che non può stare fermo.
Così simili di indole, due fratelli dello spirito che vengono da mondi diversi.
E quando i diversi mondi s'incontrano spesso divengono di più che la semplice somma di due parti...
Un film a tratti utopico sulla condizione del curante, mostra invece con determinazione e chiarezza che il malato non è un oggetto, ma, anzittutto, un essere umano da trattare con dignità e franchezza.
Un film europeo che non lascia spazio al qualunquismo, con un cast da far tremare ogni attore statunitense; un'opera capace di toccare molte corde, non solo la storia di un rapporto tra curante e paziente. 
Un diverso inno alla vita, che lascia un senso di gioia, di pienezza.

Mauro Biancaniello

mercoledì 11 gennaio 2012

Il petroliere

Cominciamo dal titolo.
Il titolo originale è ben diverso da quello (scialbo) italiano. Chi lo andrebbe a vedere un film con questo nome negli USA, dove hanno molta più fantasia (per lo meno nei titoli)?
Allora fate come me, chiamatelo con il suo nome originale:
"Scorrerà il sangue" (There will be blood).

Un film meraviglioso, di certo non per tutti: i primi dialoghi vengono recitati dopo 20 minuti di film, giusto per fare un esempio.
Assistiamo a una discesa verso l'inferno e, stavolta, non è lastricata dalla migliori intenzioni. Il protagonista, Daniel Plainview, è un uomo, per sua stessa ammissione, dall'ambizione sfrenata, che vuole eccellere in tutto. È un uomo dal sangue caldo, passionale, che riversa tutto il suo essere nel diventare il migliore in quello che fa... e quello che fa è trovare petrolio.
Si capisce subito che è un uomo che farà successo, ne farà tanto. Ma resterà sempre un minatore, un uomo che si sporca le mani. E se lo spettatore sorride nel vederlo attaccare i facciendieri incravattati, non può che restare sgomento nel vedere la distanza con cui è capace di trattare il proprio, l'incapacità di perdonare.

Il film è una lotta tra Plainview e la religione, in cui lui si trova sempre invischiato. Forse la rifuita perché crede solo in sé, forse perché da dio chiede troppo... Ma è un conflitto aperto, che non può che trovare una tragica soluzione.

Quinto film di Paul Thomas Anderson, il bravissimo regista di "Magnolia" riesce a rendere interessante un film che parla di arrichirsi grazie a questo personaggio straordinario. Il film è impeccabile, sotto ogni punto di vista. Ma, come detto, il suo difetto (parlando da un punto di vista pubblicitario) è averlo reso un piatto troppo sofisticato per farlo andare giù a tutti. Poco male: anche se può risultare indigesto fino a metà film, poi, ve lo assicuro, prende un ritmo vorticoso.

Daniel Day Lewis, grandissimo attore sempre troppo poco lodato e seguito, da qui, forse, la sua prova migliore. Il modo in cui ha scelto di interpretare lo sguardo, le movenze di quest'uomo che pare un fascio di nervi, è impressionante.

Un film lungo, che trascina lo spettatore per tutti i suoi 120 minuti, mostrandoli un personaggio scomodo, purtroppo troppo accattivante.


Mauro Biancaniello

sabato 31 dicembre 2011

Il concerto

Si parte con un ex direttore d'orchestra che, per punizione, è stato degradato a uomo delle pulizie.
Poi arriva un fax, lo legge la persona sbagliata e inizia la preparazione di un viaggio, fatto di alcool, russi rumorosi e festeggianti, vecchie idelogie comuniste, ebrei che vendono telefonini cinesi da contrabbando... e la rivelazione della vera sorte di due genitori...

Vi pare un'accozzaglia di situazioni assurde? Ebbene, proprio in questo vi è uno dei punti di forza dello splendido "Il concerto" di  Radu Mihaileanu. Lo spettatore si fa avvolgere in quest'aria di salubre follia, anche perché abilmente mischiata con uno sguardo sincero e vero su quanto ci sia di meraviglioso nella debolezza umana.

Un film che porta lo spettatore ad attraversare tutte le gamme delle emozioni: la risata, la commozione, la rabbia verso le ingiustizie, la speranza per un successo che appare impossibile.

L'alta bellezza di alcuni ottimi brani di musica classica si misurano con la magia dell'intuzione e della spontaneità.
Dopo un stupendo assolo di violino la musicista affermata chiede allo zingaro: "Qual'è la tecnica che ha usato?" E lui, stupefatto, le risponde: "Ma di cosa sta parlando?"

Vi è il mondo reale, a volte grigio e troppo serio, e vi è l'umanità, a volta piena di magia. Mihaileanu sa mescolare entrambe a dovere, creando un cocktail che non puo' fare a meno di emozionare.


Mauro Biancaniello

sabato 5 novembre 2011

Cosmonauta, di Susanna Nicchiarelli

Luciana non sorride spesso, Luciana non piange spesso.
Luciana, quando il fratello ha una crisi epilettica, sa cosa deve fare.
Luciana sente il bisogno di sentirsi desiderata, di baciare il ragazzo che ama.
Luciana è un’adolescente e vive nelle periferia di Roma, nel 1962.

Cosa voleva dire essere una ragazza agli inizi degli anni ’60?
Col padre, morto, comunista rispettato dalla comunità, con un patrigno, ingegnere, che non riesce a prenderne il posto?
Quando si vuol essere considerata essere umano, prima di essere considerata donna, scontrandosi contro una società che ancora non è pronta ad accettare la donna come membro di egual rilievo, scontrandosi anche contro i propri egoismi di quattordicenne.

Ma anche se è Luciana a stare sotto la luce dei riflettori, ugualmente si evidenzia il personaggio di Marisa, donna matura, incapace di sottostare ai dettami che non amano le donne forti, le donne capace di fare quanto gli uomini.
E mentre gli uomini parlano, Luciana e Marisa agiscono.

Uno splendido film, in cui la vita di provincia s’intervalla a filmati di repertorio sulla corsa verso lo spazio.
Con personaggi che sanno di vero, capaci di cedere ai loro egoismi, ma anche di capire i propri errori.
Un film che non lesina le parole, seppure preferisca far parlare i volti.
Perché anche un volto che non sorride spesso, anche un volto che non piange speso, è comunque capace di narrare una vera storia.

Mauro Biancaniello

martedì 18 ottobre 2011

District 9 di Neill Blomkamp

La lotta che sta al centro di questo film non è quella tra alieni ed esseri umani, ma quella tra umanità ed egoismo.

E da questa lotta l'umanità ne esce sconfitta, nettamente.
Ciò non vuol dire che si vedranno pacifici E.T. che cercano un contatto.
Gli alieni sono raffigurati come esseri che non incutono alcuna simpatia, dei "gamberoni" giganti ("Gamberoni" è il termine dispregiativo che subito viene coniato per definirli).
Non inneggiano nemmeno alla pace, reagendo con violenza alle provocazioni.
Ma sono diversi da noi, da noi che ci definiamo umani e che invece, anche in questo film, mostriamo di non riuscire ad essere superiori alla xenofobia, alla ricerca del potere.

Un film stupendo, montato con scene che sembrano riprendere telegiornali e spezzoni di filmati di videocamere di servizio. Vi è una sottile ironia che serpeggia per gran parte del film, vi è onestà nel mostrare l'effetto della violenza, senza cercare di caricaturarla o di abbellirla, bensì rendendola orribile e sanguinante.
Sarebbe un peccato svelarvi di più in merito alla trama, capace di tenere alta l'attenzione dello spettatore con piccoli trucchi narrativi inaspettati.

"District 9" è un film con più livelli di lettura, che riesce a soddisfare l'amante dell'azione ma anche chi cerca film ricercati. Riesce a donare, grazie all'arrivo di un'astronave, la disumanità che, purtroppo, spesso ci contraddistingue.


Mauro Biancaniello

lunedì 17 ottobre 2011

LA FAMIGLIA SAVAGE di Tamara Jenkins

Non sempre i genitori sono perfetti, anzi, a volte sono ben lontani dall'essere sufficienti. E i figli si allontanano, con i loro ricordi d'infanzia infelice ad accompagnarli nell'età adulta.
Ma poi, a un certo punto, la vita presenta il conto, quando quel genitore che tanto ha fatto soffrire diventa vecchio, malato e ha bisogno di aiuto...

"La famiglia Savage" racconta due storie: quella del padre, costretto ad affrontare in silenzio il ricovero in un istituto per anziani. E quella dei suoi due figli, che vivono lontani da lui con lo spirito e col corpo, che hanno praticamente annullato i rapporti tra loro.
Una famiglia composta da 3 elementi interamente separati l'uno dall'altro.

La regista, Tamara Jenkins, ci mostra il lento scivolare verso la morte e i silenzi tra due fratelli che non sanno come incominciare a parlarsi, tanto meno hanno voglia di farlo.
Philip Seymour Hoffman ancora una volta si dimostra come uno dei migliori attori degli ultimi anni, perfettamente capace di vestire il ruolo di un intellettuale solitario, tuttavia capace di commuoversi quando la sua compagna gli prepara la sua colazione preferita, quella che mangiava quand'era piccolo.

Un film sicuramente lento, tuttavia capace di coinvolgere lo spettatore nel mostrarli come una famiglia distrutta si trova costretta a riunirsi, che a loro piaccia o meno. Un film che mostra la vicinanza che accomuna morte , vita... e rinascita.


Mauro Biancaniello

sabato 10 settembre 2011

11 SETTEMBRE 2001, di Youssef Chahine, Amos Gitai, Samira Makhmalbaf, Mira Nair, Idrissa Ouedraogo, Shohei Imamura, Sean Penn, Ken Loach, Danis Tanovic, Alejandro Gonzalez Inarritu e Claude Lelouch

Nell'occasione di questo triste anniversario, voglio ricordare le vittime dell'11 settembre di New York (2001), ma anche quelle del Cile (1973).

Lo faccio segnalando un film, un'opera corale, in cui 11 registi provenienti da tutto il mondo ci mostrano, con sguardo poetico, brevi riflessioni su ciò che ha significato quella data infausta e di come ha cambiato la percezione di tutti noi.

Il film s'intitola (e non potrebbe essere altrimenti) 11 settembre 2001.

Un insieme di cortometraggi di grande intensità, diretti con maestria da registi del calibro di Sean Penn, Ken Loach e Alejandro Gonzalez Inarritu (solo per citare i più noti). E se vi aspettate un film di commemorazione... ricredetevi. Ogni regista si è espresso al suo meglio, mischiando dramma, ironia e critica sociale.
Di seguito un breve estratto, tratto dal cortometraggio realizzato da Ken Loach:


Mauro Biancaniello

Stiamo parlando di "11 settembre 2001", regia di Youssef Chahine, Amos Gitai, Samira Makhmalbaf, Mira Nair, Idrissa Ouedraogo, Shohei Imamura, Sean Penn, Ken Loach, Danis Tanovic, Alejandro Gonzalez Inarritu e Claude Lelouch

sabato 3 settembre 2011

L'ESPLOSIVO PIANO DI BAZIL di Jean-Pierre Jeunet

Se guardate bene, in un piccolo angolo di Parigi troverete un poliziotto di metallo, che fa da guardia ad una porta blindata.
Entrate e troverete una piccola casa, arredata con tutto quello che gli altri buttano.
E questa spazzatura, nelle sapienti mani di alcuni intraprendenti clochard, può divenire tutto: Un forzuto che solleva dei pesi, ma anche dei bellissimi fiori di metallo, da regalare alla propria amata.
Ma fate attenzione se la padrona di casa vi dovesse chiedere di prendere la panna nel frigo...

E di più non posso dirvi di questo brillante film. D'altra parte conosciamo tutti l'amore per l'assurdo per il papà di "Amelie", che crea un nuovo film fatto di straordinaria inventiva, una stramba storia che parla della stramba vendetta su due trafficanti d'armi.

Danny Boon, già brillante nel suo "Su al Nord", qui si dimostra fenomenale nel ruolo del simpaticissimo Bazil, accerchiato da un cast di attori bravissimi nel dare vita a personaggi bizzaramente affascinanti.

Un film davvero stupendo, una boccata d'aria che ci fa allontanare dalla quotidianeità con un sorriso sulle labbra.


Mauro Biancaniello

Stiamo parlando de "L'esplosivo piano di Bazil" di Jean-Pierre Jeunet

martedì 23 agosto 2011

UNA SOLUZIONE RAZIONALE di Jörgen Bergmark

Karin e Sven-Erik sono sposati da anni.
Lui la porta a vedere una sorpresa: ha acquistato una barca a remi.
Mette in mare la barca e, felice, comincia a remare.
Si ferma e guarda la moglie:.
“Sei bellissima.”
“Io amo Erland.”

La soluzione razionale deve eliminare il sentimento dalla sua equazione; se questi riesce ad insinuarsi nel calcolo, il risultato non darà mai buon esito.

Bergmark firma un film dal ritmo stupendamente lento; a un personaggio innamorato della sua voce e dei toni aulici, contrappone persone che parlano poco e, quando lo fanno, parlano chiaro.
In questo strano rapporto tra coppie non è il dialogo razionale che riesce a prevalere, bensì il desiderio sessuale… e la fame d’amore.

In un mondo abituato ad attori bellissimi ed affascinanti, la quotidianità fisica dei bravissimi attori del cast potrebbe sembrare un pugno nell’occhio: pance da birra, sederi voluminosi… eppure questa è la realtà, magari non la copertina di una rivista patinata, ma carne vera che chiama altra carne per attirarla assieme e vivere il momento, pensando che il domani porterà una soluzione, illudendosi che sarà razionale.

Mauro Biancaniello

Stiamo parlando di “Una soluzione razionale”, diretto da Jörgen Bergmark

martedì 28 giugno 2011

IO, LORO E LARA di Carlo Verdone

Di certo io sarò particolare, ma la cosa che più mi ha colpito di questo film è vedere Marco Giallini (che ho apprezzato nella serie televisiva "Romanzo criminale") in versione comica, nel ruolo di un agente di borsa strafatto perennemente di coca. Poi si è dimostrato un bravo attore anche in questo ruolo, così lontano da quelli drammatici in cui ci ha abituato negli ultimi anni.

Apparte questa lieta sorpresa, "Io, loro e Lara" è il solito film godibile di Carlo Verdone. Attore discreto, migliora sotto le mani di registi capaci, ma negli ultimi anni non brilla come protagonista dei suoi stessi film. Di certo non aiuta il risultato il fatto che gli altri attori (eccezion fatta per il sopraccitato Giallini e la simpatica Angela Finocchiaro) non siano dei mostri di bravura.

Ma il film scorre bene, Verdone è attento a mostrarci un missionario molto umano, capace di peccare e di continuare a praticare il suo credo in modo credibile. Peccato, se avesse posto la stessa attenzione anche agli altri personaggi, il risultato sarebbe stato di certo migliore...

Insomma: non spendete soldi in DVD, ma aspettate di vederlo in televisione. Vi assicuro trascorrerete una serata piacevole.


Mauro Biancaniello

venerdì 10 giugno 2011

MINE VAGANTI di Ferzan Ozpetek

Cosa ci vuole per ammettere di essere gay alla propria famiglia?
Alcuni potrebbero pensare che nel nostro cosìdetto mondo moderno e democratico sia una cosa da poco. Ma Ozpetek conosce la verità.
In un Italia dove il machismo non è mai passato di moda, avere un gay in famiglia può essere considerato fonte di disonore.
"Cosa dirà la gente?" Par questa la preoccupazione maggiore.
Non conta che questo figlio l'hai cresciuto, che gli hai voluto bene, che era il tuo bene più prezioso...
No, conta solo che tuo figlio è un frocio, un ricchione. Ma mai un omosessuale, d'altronde è un termine che traspare dignità.

Ozpetek, da grande artista, ci gioca con questi preconcetti, che si spera divengano parte di ricordi di epoche passate. Mischia con grande abilità la poesia con la rabbia, il divertissement con le emozioni.
E, come sempre, ci offre dei personaggi che sfuggono all'omologazione, che si mostrano in tutti i loro difetti, seppure capace di compiere grandi gesti.

"Mine Vaganti" è un film che dimostra che il cinema italiano ha ancora molto da dire quando usa delle storie semplici, ben inserite nella vita quotidiana di questa nazione dal grande cuore, murato, troppo spesso, da tradizioni e modi di pensare superflui rispetto alla grandezza dell'animo umano. Ed è ironico che un uomo che è italiano solo di adozione riesca a cogliere splendidamente le nostre contraddizioni.

Mauro Biancaniello

Stiamo parlando di "Mine vaganti", regia di Ferzan Ozpetek

lunedì 6 giugno 2011

IO & MARLEY di David Frenkel

Guardando il trailer di questo film pare si abbia davanti la solita commediola statunitense con personaggi visti e rivisti: Marito carino, moglie carino, cane combina guai.
E, almeno, per la prima parte, il film non si discosta troppo dalle previsioni. Poi inizia il secondo tempo e la commedia diventa una scusa per parlarci in modo chiaro e realistico delle dinamiche familiari e delle problematiche che possono sorgere.

Owen Wilson, attore ben famoso che, però, ho sempre fatto fatica a digerire, in questo ruolo lascia la sua aria da spaccone simpatico per mostrarci un personaggio completo, un marito che diviene padre di famiglia, incapace di accantonare i suoi sogni nel cassetto.

E poi c’è Marley… ovvero il cane. Di certo è simpaticissimo, inguaribile pasticcione onnivoro, eppure il regista ce lo mostra anche per i suoi aspetti distruttivi e dirompenti, i quali strappano sì diversi sorrisi, ma che non sempre sono mostrati in chiave esclusivamente comica. Bellissimo poi vedere anche il lato affettuoso di questo cane, il quale si dimostra presto essere un vero membro della famiglia, non solo una palla di pelo che rosicchia qualcosa.

Frenkel mette molta carne al fuoco e, a mio avviso intenzionalmente, non sempre esplora in profondità i vari aspetti che tratta, lasciando lo spettatore giungere alle proprie conclusioni e libero di fare le proprie riflessioni.
Si parla di matrimonio, di figli, di castrazione (letterale e figurata), di ambizioni personali e lavorative.

No, non è il solito filmetto: si ride, ci si appassiona ai personaggi, entrando nella vita di una famiglia simile a molte altre. E poi, alla fine, si piange.
Di certo è un film commerciale, ma, in quest’ottica, ne è uno splendido esempio.


Mauro Biancaniello

Stiamo parlando di "Io & Marley", regia di David Frenkel

domenica 5 giugno 2011

UP di Pete Docter e Bob Peterson.

“Up” è una fiaba, una fiaba moderna.
Non vi sono cavalieri e draghi, ma un anziano, un bambino, un docile cane… e una casa che viaggia tra le nuvole grazie a una miriade di palloncini colorati.

Pete Docter e Bob Peterson, che hanno scritto e diretto il film, sono stati bravissimi a fondere la vita reale con il fantastico, trascinando lo spettatore con piacere nella sospensione dell’incredulità, portandolo in un mondo in cui le case possono volare (certo, con un piccolo aiuto), in cui nel Sud America vi è un esploratore vecchio di cent’anni che ha trovato il modo di far parlare i cani, mostrando un uccello variopinto (e simpaticissimo).

A mio avviso si è voluto dire agli spettatori che non sono importanti gli oggetti che fanno parte dei nostri ricordi, che, quando è arrivato il momento, possiamo lasciarli andare e farli volare via, lontano, altrimenti resteremo ancorati alla nostra vecchia vita, incapaci di scorgere le vie che ci troviamo davanti.

Una fiaba ricca di una splendente umanità, capace di donare molti sorrisi.


Mauro Biancaniello

Stiamo parlando di "Up", scritto e diretto da Pete Docter e Bob Peterson

giovedì 2 giugno 2011

THE THREE OF LIFE di Terrence Malick

In "the three of life" vedo una personale preghiera a dio fatta da Malick.
Una preghiera che il regista fa con tre voci: quella della madre, del padre e del figlio.

Il tema centrale del film credo lo si capisca dalle primissime immagini: il rapporto tra natura e grazia, descritti quasi come molto diversi, ma che Malick invece fonde durante il film.
Ed è la natura e la grazia vista attraverso gli occhi dell'essere umano, colpisce la scelta di Malick di parlare principalmente con la voce del figlio/bambino, lasciando invece al figlio/adulto solo sprazzi di conversazione, visioni e stralci di brevi pensieri.

Un film complesso e profondo, con una parte centrale che colpisce l'emotivià, un'inizio che fonde religione e scienza e una fine composta da un'insieme di immagini talmente suggestive che, a mio avviso, devono investire lo spettatore, senza che questi debba trovarsi in obbligo di analizzarle.


Mauro Biancaniello


Stiamo parlando di "The three of life", regia di Terrence Malick

martedì 6 ottobre 2009

CANNABIS di Niklaus Hilber

Cannabis è un film che resterà sconosciuto ai più, d'altronde è un film svizzero e i dialoghi sono principalmente in dialetto svizzero-tedesco.
Non è un film che catalogherei come "imperdibile", tuttavia ha il suo fascino. Inanzittutto è coraggioso nell'affrontare il tema della marijuana in modo quasi di parte, secondariamente è l'ennessima dimostrazione (dopo Grounding) che anche il cinema di una piccola nazione come la svizzera possa fare dei prodotti che siano originali e che abbiamo valore e poi.. è divertente! È bello anche il rapporto che si crea tra un consigliere federale e un ragazzino di 16 anni che, come in una fiaba, finisce per arricchire entrambi (e questo è un pò scontato, lo so). Ma una delle cose che più ho apprezzatto sono i dialoghi del film, molto "terra-terra", con ampio uso dello slang del dialetto svizzero-tedesco. A mio avviso è raro trovare in giro dei film in cui i personaggi "parlano come mangiano" e chi ha il coraggio di fare lungometraggi con questo stile da una bella ventata di autenticità, anche in questa storia che, a tratti, pare molto inverosimile.
Non vi voglio raccontare troppo per non rovinarvi le (poche) sorprese che ci sono, tuttavia ci sono un paio di cose da segnalare:
- La marijuana viene proposta anche come metodo curativo (con begli effetti secondari, ma comunque con connotazioni positive per lo stato di salute).
- I bacchettoni colleghi di partito che criticano il consigliere federale e son pronti a coglierlo in fallo per l'uso di marijuana, mentre loro ingurgitano grandi quantitativi di alcool o prendono medicine.
- Mentre il protagonista è sotto effetto della marijuana, passeggia, come fa tutti i giorni, sulla piazza davanti al governo e partono diversi getti d'acqua in aria, lanciati ad intermittenza da un fontana collocata nel suolo. Dapprima sorpreso, lui comincia a togliersi quell'aria severa che ha sempre quando fa quel tratto di strada. E danza, danza, felice e sorridente.

Mauro Biancaniello


Link:
Scheda del film (purtroppo trovata solo in tedesco)

domenica 20 settembre 2009

SIGNORINAEFFE di Wilma Labate

"Signorinaeffe" è un film davvero ben fatto, in cui i silenzi dei protagonisti fanno più rumore delle (poche parole) che questi scambiano tra di loro. A far molto rumore ci pensa il copratogonista del film, il lungo sciopero alla Fiat degli anni '80.
Per chi, come me, ignorava i dettagli, questo film da molte informazioni, anche grazie ai numerosi estratti dei telegiornali di quel tempo.

Ma quello che più ha colto il mio interesse è il rapporto tra i due protagonisti della vicenda e la loro storia d'amore.
La regista Labate (che ha anche lavorato al copione) compie una scelta a mio avviso coraggiosa; viviamo in un periodo storico in cui tutto deve essere spiegato, in cui due personaggi sul grande schermo devono parlare delle ore solo per riuscire a sfiorarsi le labbra. Come detto, non è questo il caso: Emma e Sergio durante il film parlano pocchissimo, eppure il loro sincero amore traspare ogni secondo.
Molto verosimile il carattere di Sergio, che si innamora e conquista colei che lo ha colpito, salvo poi rendersi conto che non le potrà mai offrire quello che lei aveva prima. È un conflitto interiore, come molti ce ne sono nella vita vera, il fatto di amare profondamente una persona eppure restare nel dubbio che questo amore potrebbe non bastare per affrontare la vita. Perché la vita non è fatta solo di una storia d'amore, vi sono altri fattori che la influenzano: i soldi (e di conseguenza il lavoro), la famiglia, quello che accade alle persone intorno a noi. E quando questi fattori remano contro una storia d'amore nella vita vera una relazione rischia di sbriccciolarsi. Come si sbricciola anche questa di storia d'amore, ma lo fa con dignità, con Emma che sacrifica i sentimenti che ha provato per tentare di non rovinare l'uomo che ama, anche se questo significa ricevere il suo disprezzo. Scelta giusta? Non dovrebbero essere i sentimenti la cosa più importante della vita? Forse così sarebbe in un romanzo rosa, ma non in questo film, crudo non nelle scene bensì nel duro realismo contro il quale fa infrangere lo spettatore.

Come cambia Emma: gonna e stivali, ben vestita e ben curata mentre lavora in ufficio. Quando poi decide di seguire il suo cuore (e non solo il suo amore) per partecipare allo sciopero il viso è meno curato, i capelli anche, indossa dei comodi jeans e delle scarpe basse. Per la prima volta appare se stessa, liberata da un sistema che l'aveva soffocata senza che se ne accorgesse, dalla vita in una casa in cui l'imperativo par essere vivere per lavorare, così ben definito dal padre e dal fratello di lei, che non esitano a partecipare a una ronda contro lo sciopero menando le mani.

E c'è anche lui, personaggio secondario ma fondamentale, il fratello di Emma, che sin dall'inizio appare come un ragazzo come tanti, con dei bei sogni nel cassetto. Ma poi, quando deve mostrare se tenere la parte alla sorella o al genitore, decide di chiudire il cassetto e, in una scena, compie gli stessi gesti del padre quando questi, dopo una sfuriata contro la figlia, mangia il suo piatto di minestrone. Nella cucina sono restati solo loro due, il padre baluardo del lavoratore sfruttato e il figlio, destinato a seguirne le orme.

Lascia l'amaro in bocca questo film, solo l'ultima scena permette di intravedere un barlume di speranza, ma non smette di ricordare una frammento recente della storia italiana e mostra chiaramente come, ancora una volta, la ragione non è dalle parte di chi vince.

Mauro Biancaniello